Osmo Pocket 4P, due obiettivi, un racconto
La storia delle Osmo Pocket di DJI è sempre stata quella di una progressiva sottrazione. Meno peso, meno attrezzatura, meno tempo necessario per preparare una ripresa. La promessa originaria era ottenere movimenti fluidi senza montare una fotocamera su uno stabilizzatore separato. Con il passare del tempo e delle generazioni, però, quella piccola videocamera nata soprattutto per vlog e contenuti di viaggio ha cominciato a guardare oltre il proprio recinto.
Osmo Pocket 4P rappresenta il passaggio più evidente di questa trasformazione. Non a caso è stata mostrata per la prima volta durante il Festival di Cannes, un contesto scelto per collocarla idealmente più vicino al cinema leggero che al semplice video da social network.
La novità che cambia davvero il progetto è la doppia fotocamera. Al grandangolo equivalente a 20 mm si affianca un medio-tele da 60 mm con apertura f/1.8. Non si tratta semplicemente di avvicinare il soggetto. Cambia la relazione tra chi riprende, ciò che viene filmato e lo spazio circostante. Il 20 mm racconta il luogo; il 60 mm isola una persona, comprime i piani e concentra l’attenzione. È proprio in questa alternanza che ha ragion d’essere il titolo di questa recensione: due sguardi che consentono di costruire uno stesso racconto con un lessico più ricco.

La Pocket 4P conserva l’impostazione verticale ormai familiare della serie. Impugnatura stretta, touchscreen orientabile, comandi fisici nella parte frontale e modulo stabilizzato collocato in alto. La costruzione appare curata e i materiali restituiscono la sensazione di un dispositivo pensato per sopportare un impiego frequente, pur senza avere la robustezza di una action cam.
La doppia fotocamera impone però un modulo superiore più voluminoso. Con circa 230 grammi, il dispositivo rimane leggero rispetto a una mirrorless con gimbal, ma non dà più la stessa impressione di estrema miniaturizzazione delle prime Pocket. Il peso si concentra nella parte alta e nelle sessioni prolungate si percepisce una maggiore tendenza a inclinarsi in avanti.
Non è un limite grave. Impugnandola con attenzione continuiamo a gestirla con una sola mano, usando il joystick per orientare il gimbal e i pulsanti per avviare la registrazione o cambiare modalità.

Quando però montiamo accessori, microfono o impugnatura aggiuntiva, l’insieme comincia ad assomigliare a una piccola configurazione video, più che a una camera da estrarre distrattamente dalla tasca.
Le ottiche restano esposte e il modulo stabilizzato richiede una certa cautela. Non è il prodotto che si può lasciare senza protezione in uno zaino insieme a chiavi e caricabatterie. La custodia è fondamentale, soprattutto in viaggio.
Il grandangolo da 20 mm continua a essere la scelta naturale per i vlog. Permette di tenere la camera a poca distanza dal volto, includere una porzione significativa dell’ambiente e ridurre il rischio di tagliare accidentalmente il soggetto durante una camminata.
Questa focale, però, porta con sé la prospettiva tipica dei grandangoli. Avvicinandoci troppo a un volto, i lineamenti possono risultare più marcati e lo sfondo tende ad allontanarsi. È efficace per raccontare dove ci troviamo, meno adatta quando vogliamo concentrare l’attenzione sulla persona.

Il 60 mm cambia radicalmente il modo di usare una Pocket. Non siamo più costretti ad avvicinarci fisicamente per ottenere un primo piano. Possiamo mantenere una distanza più naturale durante un’intervista, riprendere un dettaglio senza invadere la scena o costruire un’inquadratura in cui lo sfondo appare più vicino al soggetto.
L’apertura f/1.8 contribuisce a separare i piani, anche se sarebbe sbagliato aspettarsi la profondità di campo di una full frame con un tele luminoso. La resa rimane quella di un sistema compatto, ma lo sfocato è ottico e appare più credibile rispetto alle simulazioni software degli smartphone.
La seconda camera non è quindi un’aggiunta ornamentale. Interviene in modo convincente nel linguaggio visivo.
Alternare le due focali permette di montare una sequenza con campi e piani differenti senza cambiare dispositivo o applicare accessori ottici. Il vantaggio emerge soprattutto nel reportage leggero. Un’inquadratura ampia stabilisce il contesto, il 60 mm raccoglie una reazione, un gesto o un particolare.
Sul paesaggio il 20 mm rimane la focale più immediata. Abbraccia la scena, accentua le linee prospettiche e permette al gimbal di esprimersi con movimenti ampi. In viaggio è la scelta che usiamo quando vogliamo mostrare una strada, un edificio o l’ingresso in un ambiente.
Il medio-tele interviene quando il paesaggio contiene un punto di interesse. Una facciata distante, una persona affacciata, un dettaglio architettonico o un animale possono diventare il centro dell’inquadratura senza ricorrere allo zoom digitale.

La possibilità di arrivare fino a 12x esiste, ma oltre l’ingrandimento ottico (3x) il deterioramento dell’immagine diventa progressivamente visibile. È una risorsa utile per documentare, non sempre per ottenere il risultato migliore.
Nei ritratti il 60 mm restituisce proporzioni del volto più naturali rispetto al grandangolo. La distanza di ripresa diventa più confortevole anche per il soggetto, che non si ritrova la camera a pochi centimetri. Nelle interviste questo aiuta a ridurre la sensazione di invasività e produce un’inquadratura più simile a quella di una videocamera tradizionale.
La presenza di due moduli distinti pone un problema che gli smartphone multicamera conoscono bene: il cambio di focale non equivale al movimento continuo di uno zoom ottico tradizionale. Quando passiamo dal 20 al 60 mm cambia la camera utilizzata e, con essa, può cambiare leggermente la resa.
La transizione è abbastanza rapida da non interrompere il lavoro, ma non sempre è invisibile. In alcune condizioni si può percepire un piccolo salto nell’inquadratura, accompagnato da variazioni contenute nell’esposizione o nel colore. Il fenomeno diventa più evidente quando la luce è mista o il bilanciamento del bianco sta lavorando in automatico. È dunque preferibile considerare le due ottiche come due strumenti distinti, non come gli estremi di uno zoom perfettamente continuo.
Il sensore principale da un pollice è il fondamento della qualità d’immagine della Pocket 4P. Produce filmati dettagliati, con una resa più pulita di quella offerta dalla maggior parte delle action cam e con una gestione del rumore convincente per un dispositivo di queste dimensioni.
In piena luce il dettaglio è elevato senza apparire eccessivamente artificiale. Quando l’illuminazione diminuisce interviene una riduzione del rumore più visibile, ma l’immagine conserva una buona consistenza finché non forziamo troppo esposizione e sensibilità.
La tecnologia LOFIC è utilizzata per ampliare la capacità del sensore di registrare contemporaneamente zone molto chiare e aree in ombra.

Nelle scene in controluce il vantaggio è concreto, possiamo mantenere leggibile un volto senza trasformare completamente il cielo in una superficie bianca.
I 17 stop dichiarati vanno interpretati con prudenza. Il dato descrive il potenziale del sistema in condizioni specifiche e con determinate modalità, non significa che ogni clip prodotta automaticamente presenti la stessa estensione tonale di una cinepresa professionale. Il risultato reale è comunque notevole per dimensioni e fascia di prezzo.
Il medio-tele lavora bene con illuminazione favorevole, ma mostra prima i propri limiti quando la luce cala. La differenza non annulla il valore della seconda focale; suggerisce piuttosto di affidare alla camera principale le scene tecnicamente più difficili e di usare il 60 mm quando la composizione lo consente.

D-Log 2 è una delle funzioni che separano maggiormente la Pocket 4P da una videocamera pensata soltanto per l’uso immediato. Il profilo registra a 10 bit e conserva una quantità di informazioni cromatiche superiore rispetto ai modi standard, offrendo più spazio per intervenire in post-produzione.
L’immagine appena registrata appare piatta, poco contrastata e meno satura. Applicando una LUT dedicata o una correzione manuale, recuperiamo contrasto e saturazione mantenendo maggiore controllo sulle alte luci e sulle tonalità intermedie.

Il vantaggio emerge soprattutto nei controluce, nei tramonti e negli interni con finestre molto luminose. Le ombre possono essere schiarite con più libertà, mentre le alte luci sono più facilmente controllabili senza generare artefatti evidenti. Certo, non si possono fare miracoli: una forte sottoesposizione introduce rumore e le zone completamente bruciate non si recuperano. Il margine di intervento resta però superiore a quello offerto in genere da una camera tascabile.
Le tonalità della pelle reagiscono bene alla correzione, a condizione di non spingere eccessivamente saturazione e temperatura.
Per chi pubblica direttamente sui social, il profilo standard rimane più rapido. Per un videomaker che vuole uniformare la Pocket ad altre camere, D-Log 2 è invece una delle ragioni principali per scegliere questo modello. Attenzione però a un vincolo . Il D-Log 2 lavora solo a focale 1x. Il medio-tele non lo supporta, e questo limita proprio le riprese in cui il contrasto sarebbe più impegnativo.

La registrazione a 4K/240 fps con la camera principale permette rallentamenti molto spinti senza rinunciare alla risoluzione nominale. È una funzione efficace per movimenti rapidi, acqua, sport, capelli mossi dal vento o gesti che a velocità normale passerebbero inosservati.
Serve però molta luce. A 240 fotogrammi al secondo il tempo di esposizione si riduce e il sensore riceve meno luce per ciascun fotogramma. All’aperto il risultato può essere molto dettagliato; in un interno poco illuminato aumentano rumore e intervento della riduzione elettronica.
Non è una modalità da usare abitualmente. Produce file pesanti, consuma più energia e può aumentare la temperatura del corpo. Usata in brevi clip, però, offre un’opzione creativa che fino a poco tempo fa richiedeva attrezzature decisamente meno portatili.

Il gimbal meccanico a tre assi rimane la differenza più evidente rispetto a uno smartphone. Grazie ad esso il modulo ottico si muove fisicamente per contrastare oscillazioni, inclinazioni e rotazioni. Lo smartphone è più immediato, ma la stabilizzazione meccanica produce movimenti più naturali. Una mirrorless montata su un buon gimbal mantiene vantaggi in qualità, ottiche e controllo, ma richiede preparazione, bilanciamento e ha un peso assai maggiore.

Camminando con la Pocket 4P a passo regolare otteniamo sequenze molto fluide. Il tipico movimento verticale prodotto dai passi non scompare completamente, ma viene ridotto al punto da rendere utilizzabile una ripresa realizzata senza preparazione. Le panoramiche risultano controllate e il movimento può essere regolato in modo più lento o reattivo attraverso le impostazioni. Le riprese basse sono uno dei contesti in cui la Pocket mostra maggiore agilità. Possiamo avvicinarla al terreno o inserirla in spazi dove una mirrorless con gimbal sarebbe ingombrante.

ActiveTrack 8.0 riconosce persone, volti, animali e altri soggetti, orientando automaticamente il gimbal per mantenerli nell’inquadratura. Nel grandangolo il lavoro è facilitato dal campo visivo ampio. Con il medio-tele il comportamento è più impegnativo. L’inquadratura stretta amplifica ogni variazione e lascia meno margine quando una persona si sposta improvvisamente. Il sistema riesce comunque a seguire volti e corpi con buona continuità, trasformando il 60 mm in uno strumento utilizzabile anche da chi lavora senza operatore.
Nelle interviste in movimento o nei contenuti in cui il creator parla camminando, il tracking riduce la necessità di controllare continuamente il display. Con bambini e animali la percentuale di successo dipende dalla prevedibilità del movimento.
L’autofocus è rapido nelle condizioni favorevoli e riconosce bene occhi e volti. In condizioni di luce scarsa o davanti a elementi sovrapposti può esitare, soprattutto con il medio-tele.

La resa degli incarnati è generalmente naturale. In luce diurna il sistema evita l’effetto eccessivamente freddo o sbiancato che alcune elaborazioni automatiche applicano ai volti. Sotto illuminazioni artificiali miste il bilanciamento automatico può cambiare durante la ripresa; per interviste importanti conviene bloccarlo.

In controluce l’esposizione del volto viene protetta con efficacia, senza sacrificare completamente lo sfondo.

Di notte entra in gioco una maggiore elaborazione software, visibile soprattutto sulla pelle, che può apparire più liscia e meno materica.

La camera principale conserva un buon livello di dettaglio quando la luce diminuisce. Le insegne, i lampioni e le zone illuminate rimangono leggibili, mentre le aree più scure vengono sollevate senza trasformarsi immediatamente in macchie indistinte.
Il medio-tele soffre maggiormente le scene notturne. L’apertura f/1.8 aiuta, ma il modulo si appoggia a un sensore da 1/1,28 pollici, più piccolo del pollice della camera principale. Quando possibile conviene cercare una fonte luminosa, ridurre il movimento o accettare un’immagine leggermente più scura anziché costringere il sistema ad amplificare eccessivamente il segnale.

La luce magnetica di riempimento è utile nei ritratti ravvicinati. Può seguire l’orientamento del gimbal e dispone di regolazioni per intensità e temperatura cromatica.

Alla potenza più bassa attenua le ombre senza appiattire completamente il volto; avvicinandola troppo o usando l’intensità massima, il risultato diventa più evidente e meno naturale. Non sostituisce un pannello LED da produzione. È una luce d’emergenza progettata per selfie, interviste rapide e contenuti in mobilità. Il suo impiego incide sull’autonomia complessiva della configurazione, ma per brevi riprese rappresenta un accessorio più utile di quanto le dimensioni lascino immaginare.

Il touchscreen orientabile consente di passare rapidamente dall’inquadratura orizzontale a quella verticale e si può accendere la camera semplicemente ruotandolo.
Le dimensioni del display (2 pollici) impongono interfacce d’uso compatte. Le impostazioni principali sono accessibili, ma modificare parametri più avanzati durante la registrazione richiede attenzione. Il joystick fisico rimane preferibile al solo tocco per orientare la camera con precisione e regolare la composizione senza coprire lo schermo.
Il comando dedicato al cambio di focale riduce i passaggi nei menu. Possiamo alternare rapidamente grandangolo e medio-tele.

I 103 GB di memoria interna cambiano l’esperienza più di quanto suggerisca la scheda tecnica. Possiamo iniziare a registrare anche senza microSD, circostanza utile quando una scheda è piena, danneggiata o semplicemente rimasta nel lettore del computer.
Lo spazio effettivamente disponibile è inferiore al valore nominale, poiché una parte viene utilizzata dal sistema. Resta sufficiente per molte clip in 4K, ma il consumo cresce rapidamente con frame rate elevati e profili meno compressi. La memoria interna non elimina quindi la necessità di una scheda per produzioni lunghe; rappresenta piuttosto una riserva sempre pronta.
Il supporto a Wi-Fi 6 semplifica il trasferimento verso smartphone, soprattutto per clip brevi.

Con file di grandi dimensioni la connessione cablata rimane preferibile. USB 3.1 consente velocità teoriche fino a 800 MB/s, anche se il risultato effettivo dipende dal dispositivo collegato, dal cavo e dalla memoria di destinazione.
La struttura delle cartelle è razionale e il trasferimento non richiede procedure complicate. Quando torniamo da una giornata di riprese, la velocità di scaricamento diventa un vantaggio concreto.
I microfoni integrati sono adatti a vlog, appunti video e scene ambientali. Registrano una voce comprensibile a distanza ravvicinata e ricostruiscono in modo credibile il contesto sonoro. In presenza di vento, però, la qualità cala e diventa necessario utilizzare una protezione o un microfono esterno.
L’integrazione con i trasmettitori wireless dell’ecosistema Osmo rende la Pocket 4P particolarmente interessante per interviste e produzioni YouTube. Il collegamento è rapido e la sincronizzazione audio-video non richiede lavorazioni separate. Possiamo quindi mantenere il dispositivo leggero senza rinunciare a una voce più presente e pulita.

Fra gli accessori disponibili, oltre alla già citata luce di riempimento, figurano, filtri ND, filtro Black Mist, impugnatura con batteria, ottica grandangolare, mini-treppiede e sistemi di controllo remoto.
Non tutti sono indispensabili. I filtri ND sono utili a chi vuole mantenere tempi di otturazione coerenti in piena luce; l’impugnatura con batteria serve nelle giornate di ripresa lunghe; treppiede e microfono sono probabilmente gli elementi più importanti per chi lavora da solo.
L’autonomia dichiarata arriva fino a 210 minuti in condizioni controllate. Nella pratica, come abbiamo verificato nel corso della nostra prova, varia molto in base a risoluzione, luminosità dello schermo, tracking, connessioni wireless e modalità utilizzata.
Registrando in 4K con ActiveTrack e controllando spesso le clip, il consumo cresce sensibilmente. Lo slow motion a frame rate elevato è ancora più impegnativo e non rappresenta una condizione dalla quale ricavare un’autonomia media attendibile.

La ricarica rapida, capace di portare la batteria dallo zero all’80 per cento in circa 18 minuti con un alimentatore adeguato, riduce i tempi morti. Una breve pausa può restituire energia sufficiente per proseguire le riprese.
Osmo Pocket 4P è disponibile nel DJI Store, su Amazon e presso i negozi fisici dei rivenditori autorizzati. La versione Combo Standard costa 609 euro, mentre la Combo Vlog viene proposta a 699 euro.

La Combo Standard offre l’essenziale per iniziare a usare Osmo Pocket 4P: videocamera, luce di riempimento, custodia morbida e impugnatura con filettatura per treppiede.

La Combo Vlog oltre a tutto ciò che è presente nella Standard, aggiunge gli accessori pensati per lavorare da soli davanti alla camera: trasmettitore DJI Mic Mini 2, radiocomando Osmo FrameTap, mini-treppiede e borsa da trasporto più capiente.
Il pubblico di riferimento per la Osmo Pocket 4P è quello dei vlogger, ma fermarsi a questa categoria sarebbe riduttivo. Giornalisti e documentaristi possono utilizzarla per lavorare con discrezione; i travel creator beneficiano del rapporto fra qualità e ingombro; i filmmaker indipendenti possono impiegarla come seconda camera o per movimenti impossibili con attrezzature più grandi. È interessante anche per chi realizza backstage, video aziendali, contenuti verticali e produzioni YouTube senza troupe. Non è invece la scelta ideale per chi lavora quasi esclusivamente in ambienti estremi, necessita di ottiche intercambiabili o pretende continuità assoluta tra focali differenti.
La Pocket 4P non aggiunge solo una seconda lente sopra un’impugnatura già conosciuta. Introduce la possibilità di scegliere come guardare una scena prima ancora di premere il pulsante di registrazione. E quando un prodotto modifica una decisione creativa, la novità smette di essere soltanto tecnica.
Gennaro Annunziata

