Vico Equense, persone con disabilità protagoniste delle serate culturali
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A Vico Equense, nella frazione collinare di via Campidoglio, c’è una strada che non compare nelle mappe dei disagi nazionali, ma che per chi la percorre ogni giorno è diventata un simbolo di abbandono. Una lingua d’asfalto troppo stretta, pochi centimetri che separano la normalità dall’isolamento. La chiamano “la strada della vergogna”, e per Licia Caccioppoli non è un’espressione retorica: è la sintesi di una vita trascorsa a combattere contro un’ingiustizia che si ripete, anno dopo anno, senza che nessuno intervenga. Licia vive lì con la sua famiglia e con una sorella affetta da una grave disabilità. Una condizione che richiederebbe assistenza costante, mezzi adeguati, possibilità di movimento.
E invece, per raggiungere la loro casa, bisogna affrontare quel vicoletto che non permette il passaggio di un’ambulanza, né del mezzo attrezzato che la famiglia ha acquistato per garantire alla ragazza una parvenza di autonomia. Pochi centimetri: è questa la misura dell’ingiustizia. La battaglia di Licia non è iniziata oggi. Quando tutto è cominciato, accanto alla sorella c’era anche un fratello, gemello, affetto dalla stessa disabilità.
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Nel 2022 lui è venuto a mancare. Due anni dopo, è morta anche la madre. Entrambi, racconta Licia, sono stati costretti a vivere gli ultimi momenti senza la giusta assistenza sanitaria. Non per mancanza di medici, non per carenza di strutture, ma perché l’ambulanza non può arrivare fino alla loro porta. La scena che lei non riesce a dimenticare è quella di sua madre, malata terminale, trasportata su una barella lungo il vicoletto, nel gelo di dicembre, dopo che l’ospedale aveva detto alla famiglia di portarla a casa.
Una scena che non dovrebbe appartenere a un Paese che parla di inclusione, di diritti, di accessibilità. Una scena che racconta più di qualsiasi statistica. Per suo fratello, invece, non è stato possibile nemmeno tornare a casa. È morto in ospedale. Due volte la famiglia ha dovuto chiamare l’ambulanza e trasportarlo fino alla strada principale in auto, con bombole d’ossigeno tenute a mano mentre lui aveva crisi respiratorie. “Disumano”, dice Licia. E non c’è parola più precisa.
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Oggi la sorella è rimasta sola, fragile, e intrappolata in una quotidianità che non le permette nemmeno una vita sociale minima. Il mezzo attrezzato non entra nel vicoletto. Le visite mediche diventano un percorso a ostacoli: bisogna affidarsi ai pulmini delle associazioni, sperare nel bel tempo, organizzare ogni spostamento come un’operazione complessa. Nel 2026, mentre il dibattito pubblico parla di inclusione, di mare accessibile, di diritti universali, c’è chi non riesce nemmeno a uscire di casa.
Licia non chiede privilegi. Chiede centimetri. Chiede che quella strada comunale venga allargata quel tanto che basta per permettere il passaggio di un mezzo di soccorso, di un’auto attrezzata, di una speranza. Chiede che il Comune ascolti, dopo anni di segnalazioni rimaste senza risposta. Chiede che la sorella non diventi l’ennesima vittima di un’attesa che logora, che consuma, che può costare una vita. “Tra gli ultimi ci siamo noi”, scrive.
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E la sua voce, oggi, è la voce di chi non vuole più essere ultimo. Di chi ha già perso troppo. Di chi non può permettersi di perdere ancora. Tra gli ultimi ci siamo noi”, scrive. E la sua voce, oggi, è la voce di chi non vuole più essere ultimo. Di chi ha già perso troppo. Di chi non può permettersi di perdere ancora.