Dormiente, la guerra invisibile al jihadismo si combatte anche nelle tracce digitali
#LIBRI, TECNOMANIA
2 Settembre 2026
#LIBRI, TECNOMANIA

Dormiente, la guerra invisibile al jihadismo si combatte anche nelle tracce digitali

La minaccia può nascondersi, ma nella società connessa diventare invisibili è molto più difficile
Gennaro Annunziata

Un telefono si collega a una rete. Un account viene aperto da un dispositivo. Una fotografia conserva un orario. Una comunicazione mette in relazione due persone che non sembravano avere nulla in comune. Nessuno di questi elementi, da solo, racconta qualcosa di importante. Ma quando più frammenti cominciano a combaciare, ciò che appariva semplice rumore può trasformarsi in una storia.
È in questo spazio, prima che un progetto diventi azione, che si gioca una parte decisiva dell’antiterrorismo contemporaneo. Non quando l’attacco è già iniziato, ma quando la minaccia è ancora confusa tra comportamenti ordinari, contatti, spostamenti, dati e decisioni delle quali non è evidente il significato.
È il territorio narrativo di Dormiente. La lotta silenziosa al terrorismo jihadista in Italia, il libro di Fabrizio Colarieti e Paolo Reale, con prefazione del magistrato Stefano Dambruoso, che Zolfo Editore pubblicherà il prossimo 11 settembre, venticinque anni dopo gli attentati di New York e Washington (in vendita anche su Amazon a 19 euro).
Sono 312 pagine nelle quali una storia ispirata a «fatti, metodi investigativi e dinamiche operative reali» porta il lettore nel lavoro dell’antiterrorismo italiano attraverso la storia dell’ispettore Marco Formentoni e di una minaccia che deve essere riconosciuta prima di trasformarsi in strage.

LA MINACCIA CHE ASPETTA
“Dormiente” è una parola che inquieta proprio perché descrive qualcuno che può non fare nulla per molto tempo. Vive, lavora, si sposta, usa un telefono, incontra persone. Può condurre una vita che dall’esterno appare del tutto ordinaria.
Il problema investigativo è comprendere se dietro quella normalità stia prendendo forma qualcosa di diverso, quando ancora non esiste un comportamento riconoscibile come preparazione di un attentato.
La parola, tuttavia, non va trasformata in una categoria assoluta. Il terrorismo jihadista contemporaneo non coincide sempre con la cellula dormiente classica, strutturata, organizzata e in attesa di essere attivata. La prefazione di Dambruoso richiama anche il fenomeno dei terroristi autoctoni e dei cosiddetti “lupi solitari”, soggetti che possono radicalizzarsi fuori dalle organizzazioni tradizionali e per i quali la rete assume un ruolo importante nei percorsi di estremizzazione.
In questa prospettiva il titolo diventa soprattutto una chiave narrativa. Il “dormiente” è la minaccia che non si manifesta ancora apertamente e obbliga chi indaga a cercare segnali deboli prima che diventino evidenti.

LA GUERRA CHE NON FA NOTIZIA
La cronaca racconta ciò che accade. L’antiterrorismo preventivo lavora invece perché qualcosa non accada.
Dietro l’assenza di un attentato possono esserci settimane o mesi di controlli, pedinamenti, analisi, attività giudiziaria, consultazione di banche dati, rapporti tra uffici e cooperazione internazionale. È un lavoro poco compatibile con la spettacolarizzazione, il risultato migliore è che il pubblico non sappia mai ciò che è stato evitato. Mentre Roma continua la propria vita, investigatori, analisti e reparti speciali seguono piste che passano insieme attraverso telefoni, server, pedinamenti e collaborazione tra Stati.
È uno dei paradossi della prevenzione. In un delitto già commesso l’investigatore ricostruisce il passato. Nell’antiterrorismo deve invece comprendere ciò che sta avvenendo per valutare ciò che potrebbe avvenire, distinguendo comportamenti sospetti, coincidenze e informazioni significative senza trasformare un’anomalia in colpevolezza.

LE TRACCE CHE NON SI VEDONO
È qui che la rivoluzione digitale ha cambiato profondamente il lavoro investigativo.
Alla vita fisica si è sovrapposta una seconda dimensione. Telefoni, computer e servizi in rete possono conservare informazioni su comunicazioni, contatti, immagini, spostamenti, accessi agli account e orari. I metadati descrivono spesso il contesto di un’attività anche quando non ne contengono il significato.
Questo non vuol dire che ogni informazione sia sempre disponibile né liberamente accessibile a chi indaga. Significa però che una parte crescente delle nostre azioni genera dati e che, nelle condizioni previste dalla legge, quei dati possono contribuire a ricostruire comportamenti e relazioni.
La Digital Forensics interviene proprio qui: acquisire e analizzare le informazioni contenute nei dispositivi e nei sistemi digitali, preservandone affidabilità e integrità. Nel lavoro antiterrorismo il suo valore non consiste nel “trovare files”, ma nel collocare gli elementi digitali dentro una ricostruzione investigativa più ampia.
Un’immagine può essere collegata a un luogo. Un orario può coincidere con uno spostamento osservato. Un account può mettere in relazione dispositivi differenti. Un nominativo già presente in una banca dati può riemergere all’interno di un diverso contesto. Una sequenza di contatti può acquistare significato quando viene confrontata con ciò che è emerso da un pedinamento, una testimonianza o un’informazione proveniente da un altro ufficio.
Il dato digitale, dunque, non sostituisce l’investigazione tradizionale. La completa e, soprattutto, consente di mettere in relazione piani che un tempo sarebbero stati molto più difficili da collegare.

QUANDO UN DATO DIVENTA UN INDIZIO
Il punto decisivo è la correlazione. Una posizione geografica, presa da sola, dice soltanto che un dispositivo si trovava, con un certo grado di attendibilità, in un determinato luogo. Un contatto telefonico non rivela la natura di una relazione. Una fotografia non dimostra un’intenzione. Un accesso a un servizio in rete, isolato, può essere del tutto irrilevante. Il significato emerge quando elementi diversi convergono.
È uno dei motivi per cui l’enorme quantità di informazioni disponibile oggi è insieme una risorsa e un problema. Non basta raccogliere dati. Bisogna individuare quelli pertinenti, verificarli, stabilirne l’affidabilità e comprendere se tra loro esista davvero una relazione.
Qui il paradosso del “dormiente” assume una dimensione contemporanea. Chi vuole nascondersi deve comunque continuare a vivere: comunicare, spostarsi, informarsi, incontrare persone, usare servizi e dispositivi. Ciascuna di queste attività lascia un frammento. Non sempre decisivo, a volte insignificante, ma potenzialmente utile accanto agli altri.

L’UOMO DIETRO LA TECNOLOGIA
Sarebbe sbagliato immaginare l’antiterrorismo digitale come una macchina capace di individuare da sola un terrorista.
La tecnologia produce, raccoglie e organizza informazioni. Può cercare corrispondenze e rendere visibili relazioni difficili da cogliere diversamente. Ma sono investigatori e analisti a formulare ipotesi, contestualizzare i dati, verificarli e scartare le interpretazioni che non reggono alla prova dei fatti. La competenza sta anche nel riconoscere quando una traccia è ambigua, una coincidenza resta tale, un’informazione che sembrava importante si rivela irrilevante.
Più cresce la capacità tecnica di raccogliere e correlare informazioni, più cresce la responsabilità di chi le utilizza. Sicurezza, tutela dei dati personali, garanzie procedurali e proporzionalità non sono estranee all’efficienza investigativa. In uno Stato di diritto ne costituiscono il perimetro.

DUE COMPETENZE CHE SI INCONTRANO
È proprio sul confine tra racconto dell’indagine e comprensione della tecnologia che acquistano particolare significato i profili dei due autori.
Fabrizio Colarieti è giornalista professionista e si occupa di cronaca nera e giudiziaria, terrorismo, criminalità e intelligence. Scrive per ANSA e RAI ed è autore di cinque libri, tre dei quali dedicati alla strage di Ustica. Il suo è lo sguardo di chi è abituato a ricostruire vicende complesse attraverso documenti, processi, testimonianze e apparati investigativi, traducendole nella lingua della cronaca.
Paolo Reale porta nel libro il versante tecnico-forense. Ingegnere elettronico e consulente specializzato in Digital Forensics, Security e sistemi di telecomunicazioni, ha maturato esperienza in complesse indagini giudiziarie. È professore straordinario presso l’Università Telematica Internazionale Uninettuno e l’European Forensic Institute di Malta ed è socio fondatore dell’Osservatorio Nazionale per l’Informatica Forense, del quale è stato il primo presidente.
Da una parte il metodo del giornalismo giudiziario, abituato a ricostruire persone, fatti e responsabilità; dall’altra l’esperienza di chi nelle indagini deve comprendere cosa raccontino realmente dispositivi, telecomunicazioni e dati digitali.
Il libro non diventa per questo un manuale di Digital Forensics. La tecnologia resta uno strumento narrativo e investigativo all’interno di una storia che è ispirata a metodi e dinamiche operative reali ma mantiene una costruzione narrativa.

IL SILENZIO DELLA PREVENZIONE
Dormiente non dice che la tecnologia abbia reso impossibile ai terroristi di nascondersi. Sarebbe una conclusione tanto rassicurante quanto sbagliata.
Una traccia può non esserci. Può non essere disponibile. Può essere ambigua o venire interpretata male. La quantità di informazioni non coincide con la conoscenza.
La domanda che il libro lascia sullo sfondo è allora inevitabile: quanto è davvero possibile diventare invisibili in una società nella quale una parte crescente della nostra vita lascia tracce digitali?
La risposta è che l’invisibilità assoluta è diventata più difficile e che, quando la prevenzione funziona, la differenza la fa ancora la capacità umana di capire ciò che i dati, da soli, non sanno raccontare.
È questa la lotta silenziosa evocata dal titolo: individuare la minaccia mentre è ancora “dormiente” e fare in modo che il suo risveglio non diventi mai una notizia.
Gennaro Annunziata