La pace che durò il tempo di un annuncio: la notte in cui l’Italia smarrì tutte le certezze
OTTANTATRE ANNI DALL'ARMISTIZIO
7 settembre 2026
OTTANTATRE ANNI DALL'ARMISTIZIO

La pace che durò il tempo di un annuncio: la notte in cui l’Italia smarrì tutte le certezze

Ottantatré anni fa l'annuncio radiofonico di Badoglio comunicava agli italiani l'armistizio con gli Alleati. Nelle ore successive la reazione tedesca, lo sbandamento di numerosi reparti e la partenza del re e del governo da Roma aprirono una delle fratture più profonde della storia nazionale
Alessandra Boccia

«La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare». Sono le 19.45 dell’8 settembre 1943. La voce del maresciallo Pietro Badoglio arriva dalle radio accese nelle case, nelle caserme, nei comandi militari. Il messaggio dura pochi istanti. L’I-talia ha chiesto un armistizio agli Alleati.

La richiesta, dice Badoglio, è stata accolta. Per molti italiani quelle parole possono significare una cosa soltanto: la guerra è finita. Non è così. Anzi, per migliaia di uomini la parte più difficile comincia proprio in quel momento. L’armistizio era stato firmato cinque giorni prima, il 3 settembre, a Cassibile, in Sicilia. La notizia era rimasta segreta mentre il governo italiano cercava di preparare il passaggio più pericoloso: uscire dalla guerra combattuta al fianco della Germania quando centinaia di migliaia di soldati tedeschi erano già presenti nella penisola e altri reparti italiani si trovavano sparsi tra Balcani, Grecia e isole dell’Egeo.

Nel pomeriggio dell’8 settembre, però, non è più possibile aspettare. Il generale Dwight Eisenhower annuncia da Radio Algeri l’avvenuto armistizio. Poche ore dopo Badoglio parla agli italiani. Il comunicato dice che devono cessare le ostilità contro gli angloamericani. Aggiunge che le forze italiane reagiranno a eventuali attacchi «da qualsiasi altra provenienza».

Sulla carta può sembrare sufficiente. Sul campo non lo è. Fino a poche ore prima italiani e tedeschi erano alleati. Adesso ogni ufficiale deve capire se l’uomo in uniforme tedesca che ha davanti sia ancora un alleato, un avversario o qualcuno con cui evitare lo scontro in attesa di istruzioni più precise. E il tempo per capirlo è pochissimo. Berlino non è stata colta impreparata.

Da settimane i tedeschi hanno predisposto i piani per occupare i punti strategici italiani, disarmare le unità del Regio Esercito e prendere il controllo del territorio nel caso Roma abbandoni l’alleanza. Mentre nelle case qualcuno immagina finalmente il ritorno dei soldati, nelle caserme comincia un’altra storia. Si cercano disposizioni. In alcuni luoghi gli ufficiali decidono di opporsi ai tedeschi. In altri trattano. Altrove i reparti si sciolgono e gli uomini tentano di tornare a casa.

Non esiste una sola fotografia dell’8 settembre. Esistono migliaia di uomini che, nello stesso momento, prendono decisioni diverse perché diversa è la situazione nella quale si trovano. Poi arriva la notte. Roma è ancora la capitale di un Paese che formalmente possiede un re, un governo, uno Stato maggiore e un esercito. Ma nelle ore successive Vittorio Emanuele III, la famiglia reale, Badoglio e i vertici militari lasciano la città. Si dirigono verso l’Adriatico. Da Pescara raggiungeranno poi Brindisi, in territorio controllato dagli Alleati.

La scelta sarà destinata a diventare uno dei passaggi più discussi della storia italiana. Per chi rimane, però, in quelle ore conta soprattutto ciò che manca. Una guida riconoscibile. La mattina del 9 settembre il Paese si sveglia diverso da quello che era andato a dormire. I tedeschi procedono al disarmo delle truppe italiane. Interi reparti vengono catturati. Molti soldati abbandonano divise e armi e cercano vestiti civili per tornare a casa. Ma non accade ovunque. A Roma militari e civili combattono contro i tedeschi. Porta San Paolo diventerà uno dei luoghi simbolo di quella resistenza. Altrove, dall’Italia ai territori occupati, comandanti e soldati scelgono di combattere anche in condizioni disperate.

A Cefalonia la Divisione Acqui si opporrà ai tedeschi e pagherà quella scelta con migliaia di morti. Per centinaia di migliaia di altri militari italiani comincerà invece la strada della prigionia. Catturati dai tedeschi dopo l’armistizio, più di 650 mila verranno classificati come Internati Militari Italiani e trasferiti nei territori del Reich. A molti sarà offerta la possibilità di continuare a collaborare con la Germania e, successivamente, con la Repubblica sociale italiana. Una parte consistente rifiuterà.

Quell’annuncio non produce soltanto uno sbandamento militare. Produce una scelta. A volte politica. A volte morale. Restare con i tedeschi o combatterli. Consegnare le armi o provare a resistere. Tornare a casa. Nascondersi. Non tutti scelgono nello stesso modo. Non tutti hanno realmente la possibilità di farlo. E sarebbe troppo semplice osservare quelle ore conoscendo già ciò che sarebbe accaduto nei venti mesi successivi.

Chi ascolta Badoglio quella sera non conosce il 25 aprile. Non sa ancora che l’Italia verrà divisa in due, che nascerà la Repubblica sociale, che comincerà una guerra di Liberazione e anche una guerra civile. Non conosce le Fosse Ardeatine, le deportazioni, i rastrellamenti. Sa soltanto che qualcosa è finito. E che nessuno riesce ancora a dire con chiarezza che cosa stia cominciando.

È forse questa la ragione per cui, ottantatré anni dopo, l’8 settembre continua a occupare un posto così difficile nella memoria italiana. Non è una vittoria da celebrare. Non è neppure una sconfitta da ricordare. È il momento in cui crolla un sistema di certezze costruito durante vent’anni di dittatura e tre anni di guerra. Le istituzioni mostrano tutta la loro fragilità proprio quando milioni di persone avrebbero bisogno di sapere cosa fare. Eppure, dentro quello stesso vuoto, cominciano anche altre storie. Quelle dei soldati che decidono di resistere. Dei civili che combattono a Roma. Degli uomini che rifiutano di continuare la guerra accanto ai tedeschi. Di chi, nei mesi successivi, sceglierà la montagna e la Resistenza.

Alle 19.45 dell’8 settembre tutto questo ancora non esiste. C’è soltanto una radio accesa. Qualcuno pensa che la guerra sia finalmente finita. L’Italia sta entrando nelle ore in cui non basterà più obbedire. Bisognerà scegliere.