Le parole prima dell’addio: l’umanità nascosta nelle ore che sconvolsero l’America
Una segreteria telefonica registra la voce di Brian Sweeney. Ha trentotto anni, è a bordo del volo United 175 e ha già capito che qualcosa è successo. Prova a chiamare sua moglie Julie. Lei non risponde. Allora parla dopo il segnale acustico. Le dice che l’aereo è stato dirottato e che la situazione non sembra buona. Le dice che la ama. E le lascia una richiesta che, ascoltata venticinque anni dopo, conserva una semplicità difficile da sostenere: se non dovesse tornare, vuole che continui a vivere bene, che sia felice.
La telefonata finisce. Pochi minuti dopo, alle 9.03 dell’11 settembre 2001, il volo United 175 entra nella Torre Sud del World Trade Center. Per il resto del mondo quello è l’istante in cui cambia la natura di ciò che sta accadendo.
Le televisioni stanno già trasmettendo le immagini della Torre Nord, colpita diciassette minuti prima, e milioni di persone vedono il secondo aereo attraversare il cielo di Manhattan e scomparire dentro il grattacielo.
Non può più essere un incidente.
Dentro quella stessa torre, all’89° piano, c’è Bradley Fetchet. Ha ventiquattro anni. Dopo il primo schianto telefona ai genitori. Riesce a parlare con il padre, poi chiama sua madre e trova la segreteria. La tranquillizza. Dice che stanno bene, che è stata un’esperienza spaventosa e che probabilmente resteranno lì per tutta la giornata. Poi la saluta dicendole che le vuole bene.
Quando il secondo aereo colpisce la Torre Sud, Bradley è sopra la zona dell’impatto. Non riuscirà a uscire. Per diciassette minuti migliaia di persone nella seconda torre hanno osservato l’incendio dell’edificio accanto senza sapere che stavano guardando qualcosa che stava per accadere anche a loro. Qualcuno comincia a scendere. Qualcuno rimane al proprio piano. Qualcuno telefona a casa.
Negli uffici si cerca di capire cosa fare, mentre vigili del fuoco, poliziotti e soccorritori entrano negli edifici nella direzione opposta a quella di chi tenta di uscire. In quei minuti New York è piena di telefoni che squillano. Chi riesce a chiamare cerca una moglie, un marito, un genitore, un figlio. C’è chi vuole sapere cosa sta succedendo e chi prova a tranquillizzare qualcuno dall’altra parte, anche quando tranquillo non è.
A bordo del volo United 93, CeeCee Lyles riesce a raggiungere la segreteria del marito. Ha trentatré anni, è assistente di volo. Spiega che l’aereo è stato dirottato. Parla dei bambini. Dice che li ama. Dice che ama lui.
Alle 10.03 il volo precipita in un campo della Pennsylvania, dopo il tentativo di passeggeri ed equipaggio di raggiungere la cabina di pilotaggio. Dell’11 settembre ricordiamo soprattutto le immagini. Le Torri in fiamme sono diventate una delle fotografie definitive del nostro tempo. La nube che corre tra i palazzi, i fogli di carta sospesi sopra Manhattan, i vigili del fuoco che avanzano mentre la folla cerca di allontanarsi.
Conosciamo anche gli orari. Alle 8.46 il volo American Airlines 11 colpisce la Torre Nord. Alle 9.03 viene colpita la Torre Sud. Alle 9.37 un terzo aereo raggiunge il Pentagono. Alle 9.59 crolla la Torre Sud. Quattro minuti dopo cade il volo 93. Alle 10.28 crolla la Torre Nord. Centodue minuti separano il primo impatto dall’ultimo crollo.
Le vittime sono 2.977. Numeri necessari per ricostruire la successione degli eventi e consegnare quella mattina alla Storia. Ma dentro quella cronologia esiste un tempo diverso. È quello di chi quella mattina era uscito di casa pensando che sarebbe tornato. Persone che avevano appuntamenti per il pomeriggio, una cena prevista per la sera, figli da riprendere, una telefonata rimandata. Persone salite su un aereo con una destinazione scritta sul biglietto. Uomini e donne entrati nelle Torri con una riunione da preparare, un ascensore da prendere, una giornata di lavoro davanti.
Alle 8.45 l’11 settembre non era ancora una data memorabile. Era un martedì mattina. È forse questa la distanza più difficile da colmare quando ricordiamo una tragedia.
Noi entriamo nel racconto conoscendone già la fine. Sappiamo quale aereo colpirà quale edificio, quale torre cadrà per prima, che cosa succederà al Pentagono e dove terminerà il volo 93. Chi era lì possedeva soltanto il minuto che stava vivendo. Per questo le telefonate rimaste nelle segreterie riescono ancora a raccontare qualcosa che venticinque anni di immagini rischiano di non mostrarci più. Non perché siano più drammatiche. Al contrario, perché spesso sono terribilmente normali.
Un figlio chiama sua madre. Una moglie cerca suo marito. Qualcuno dice di non preoccuparsi. Un uomo che ha capito di poter morire si preoccupa della vita che la donna che ama dovrà continuare senza di lui. Dentro quelle voci non esiste ancora ciò che noi chiamiamo “il dopo”.
Non ci sono l’Afghanistan, la guerra al terrorismo, la caccia a Osama bin Laden, le nuove misure di sicurezza, le guerre e le decisioni politiche che avrebbero attraversato gli anni successivi. Non c’è ancora il Memorial costruito nel vuoto lasciato dalle Torri.
Ci sono persone che cercano altre persone. Ed è forse questo che quelle registrazioni hanno conservato meglio di qualsiasi fotografia: la sproporzione tra la grandezza dell’evento che stava cominciando e le cose semplicissime alle quali ciascuno continuava ad aggrapparsi.
Brian Sweeney non riesce a parlare con Julie. Quando lei tornerà a casa troverà il suo messaggio sulla segreteria. Lui non può sapere che quella voce verrà conservata, ascoltata anni dopo, consegnata alla memoria pubblica di un Paese. Non può sapere che l’aereo sul quale si trova sta per diventare una delle immagini più conosciute della storia contemporanea. In quel momento sta semplicemente cercando sua moglie. Ha ancora pochi minuti. E pensa alla persona che ama.

