Omicidio Morione, i trucchi del killer Vangone per evitare l'ergastolo
Il colpo che avrebbe ucciso il pescivendolo Antonio Morione sarebbe stato esploso dalla sua pistola e Giuseppe Vangone lo sa…
Boscoreale torna a fare i conti con una ferita che non si è mai rimarginata. Un ergastolo, due condanne a 30 anni di reclusione, una a 20. Questa fu la sentenza della Corte d’Assise del Tribunale di Napoli per l’assassinio di Antonio Morione, ucciso la notte dell’antivigilia di Natale del 2021 a Boscoreale, davanti alla sua pescheria.
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Il colpo che avrebbe ucciso il pescivendolo Antonio Morione sarebbe stato esploso dalla sua pistola e Giuseppe Vangone lo sa…
Quella sera una banda di rapinatori aveva preso di mira, una dopo l’altra, le attività commerciali dei fratelli Morione, aperte fino a tardi per la tradizionale spesa per il cenone.Quando il 41enne titolare della pescheria cercò di bloccare la fuga dei rapinatori tagliando i pneumatici della loro auto, uno dei componenti della banda aprì il fuoco centrandolo in pieno.
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Antonio Morione morì davanti agli occhi dei suoi familiari: dei suoi figli e sua moglie. Per quel delitto sono stati condannati Giuseppe Vangone, ritenuto il materiale esecutore dell’omicidio, all’ergastolo, Luigi Di Napoli e Angelo Palumbo a 30 anni di reclusione, Francesco Acunzo a 20.Il 28 ottobre, davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Napoli, si aprirà il secondo grado del processo per l’omicidio di Antonio Morione.
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Un delitto che sconvolse la città e che, a distanza di quasi cinque anni, continua a interrogare la giustizia su responsabilità, ruoli e pesi di quella violenza improvvisa e brutale.In primo grado, la Procura (pm Andreana Ambrosino e Giuliana Moccia) aveva ottenuto l’ergastolo solo per il presunto killer, Giuseppe Di Napoli, ritenuto l’autore materiale del colpo di pistola che stroncò la vita di Morione.
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Per gli altri componenti della banda, invece, erano arrivate condanne pesanti ma non il carcere a vita. Ora, però, l’accusa cambia strategia e punta a un nuovo impianto: chiede di riconoscere l’aggravante del nesso ideologico, sostenendo che la rapina e l’omicidio siano parte di un’unica azione criminale, legata da un medesimo disegno.
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Una linea che, se accolta, potrebbe aprire la strada all’ergastolo anche per gli altri imputati.Secondo la ricostruzione degli inquirenti, quella sera la banda entrò nel negozio con l’obiettivo di portare via l’incasso. Morione reagì, cercò di difendere la sua attività e la sua famiglia. Ne nacque una colluttazione, pochi secondi di caos, poi lo sparo.
L’uomo crollò a terra mentre i rapinatori fuggivano. A chiamare i soccorsi fu la moglie, ancora sotto shock, mentre i figli assistevano alla scena che avrebbe segnato per sempre la loro vita.La Procura, nel nuovo atto d’impugnazione, sostiene che la dinamica non possa essere letta come un gesto isolato del solo Di Napoli, ma come l’esito di una rapina organizzata e condivisa, nella quale tutti i partecipanti avrebbero accettato il rischio dell’escalation violenta. Da qui la richiesta di riconoscere un movente “ideologico”, inteso come la volontà di portare a termine il colpo a ogni costo, anche ricorrendo alla forza letale.
La difesa degli imputati (sostenuta dagli avvocati Antonio Di Martino e Salvatore Barbuto) respinge questa impostazione, parlando di una “forzatura giuridica” e ribadendo che il gruppo non avrebbe mai previsto né voluto l’omicidio. Sarà la Corte d’Assise d’Appello a valutare se il nuovo quadro accusatorio regge, e se la responsabilità collettiva possa essere estesa fino al punto di equiparare tutti gli imputati al killer.
L’udienza del 28 ottobre si annuncia delicata, non solo per gli aspetti tecnici, ma per il peso simbolico che il caso continua ad avere nella comunità. A Boscoreale, il nome di Antonio Morione è ancora sinonimo di lavoro, sacrificio, famiglia. E di una tragedia che chiede giustizia.