Abusi tra le rovine di Pompei: il percorso del custode tracciato dalle telecamere
ORRORE NEGLI SCAVI
17 settembre 2026
ORRORE NEGLI SCAVI

Abusi tra le rovine di Pompei: il percorso del custode tracciato dalle telecamere

Il racconto del 17enne terrorizzato davanti all'adulto: «Non riuscivo a muovermi, ero come immobilizzato».
Marco Cirillo

Il contrasto tra l’immensità della storia antica e il perimetro claustrofobico di un abuso sarebbe maturato in meno di un’ora, tra le pietre millenarie di un parco archeologico famoso in tutto il mondo. Un frammento temporale che ha portato all’arresto di un custode 58enne in servizio presso gli Scavi, mentre le pieghe investigative restituiscono lo scenario di un insistito avvicinamento camuffato da cortesia. In questo contesto, secondo la ricostruzione investigativa, la denuncia del turista 17enne e i tracciati digitali avrebbero fatto la differenza ai fini della ricostruzione giudiziaria.

Violenza sessuale su uno studente di 17 anni, arrestato custode degli Scavi di Pompei

Violenza sessuale su uno studente di 17 anni, arrestato custode degli Scavi di Pompei

Prima la proposta di una visita fuori dal percorso aperto al pubblico. Poi, all'interno di una domus degli Scavi di…

I dettagli emergono dai riscontri degli inquirenti, che hanno isolato una sequenza temporale esatta, compresa tra le ore 9.38 e le ore 10.17 di una mattina di metà agosto. La ricostruzione del percorso, formalizzata in un album di trentasei fotogrammi e mappe planimetriche, escluderebbe la casualità degli incontri. Le telecamere documentano un primo contatto all’ingresso del sito, dal lato di piazza Anfiteatro. Da quel momento, secondo gli investigatori, si sarebbe sviluppato un tragitto studiato: mentre il 17enne imboccava il vicolo dell’Anfiteatro per raggiungere via dell’Abbondanza, l’uomo avrebbe compiuto una traiettoria più breve attraverso la domus di Octavius Quartio, sbucando sulla stessa strada per intercettare nuovamente il ragazzo.

La trappola nella Casa di Ercole e il “freezing”
Il passaggio successivo si sposta verso l’Orto dei Fuggiaschi e culmina davanti alla Casa di Ercole, un’area normalmente chiusa al pubblico. È qui che la situazione sarebbe cambiata, sfruttando le chiavi in possesso dell’operatore e il pretesto di una visita esclusiva. La ricostruzione del ragazzo mette a nudo una dinamica psicologica definita dagli esperti come “freezing”, una paralisi emotiva davanti alla figura dell’adulto investito di un ruolo formale.

«Non riuscivo a muovermi, ero come immobilizzato… anche se non ero bloccato fisicamente, ero come immobilizzato», il racconto del giovane nel descrivere l’approccio che si sarebbe verificato su un triclinio in pietra nel giardino della domus. Il racconto descrive le azioni che l’uomo avrebbe compiuto e i tentativi di resistenza: le mani poste a bloccare i polsi dell’aggressore sotto la maglia, la cintura dei pantaloni stretta con forza per impedire ulteriori contatti e il rifiuto espresso anche verbalmente con un «no, per favore, non voglio». Un’opposizione fisica e verbale che non avrebbe interrotto l’azione, conclusasi, secondo l’ipotesi accusatoria, con l’imposizione del contatto intimo mentre il giovane si sentiva «come morto».

Le richieste d’aiuto e le indagini
L’immediatezza del dopo-fatto si sposta sull’asse delle comunicazioni. I messaggi e i tabulati telefonici fissano la richiesta d’aiuto. Una prima telefonata della madre alle 10.32, seguita da uno scambio continuo in chat: «Mamma voglio tornare a casa, per favore, ti prego». E ancora la paura che l’uomo fosse nei paraggi: «Magari è ancora qui vicino, mi sto allontanando». Alla domanda materna se qualcuno lo avesse infastidito, la risposta ferma: «Un po’ di più». Poi, alle 10.37, una lunga conversazione in uscita dal telefono del giovane, durante la quale sarebbe stato indirizzato verso le forze dell’ordine. La denuncia-querela viene presentata lo stesso giorno presso la locale stazione dei carabinieri che hanno avviato le indagini e proceduto mercoledì mattina con la misura cautelare.