Quel divano simbolo di famiglia: il 22 settembre 1994 cominciava la storia di “Friends”
Rachel Green entra al Central Perk con un abito da sposa. È bagnata, agitata e non ha idea di che cosa farà dopo. Ha lasciato un uomo sull’altare, non ha un lavoro, non sa nemmeno come si faccia il caffè e sta per ricominciare una vita che fino a qualche ora prima non aveva previsto.
Poco lontano c’è Ross Geller. Il suo matrimonio è appena finito. Monica cerca di tenere insieme lavoro, famiglia e relazioni. Joey aspetta che qualcuno gli dia una parte. Chandler trasforma qualsiasi disagio in una battuta. Phoebe sembra provenire da un pianeta tutto suo.
Sono sei ragazzi a New York. Non sanno ancora bene chi diventeranno. Il 22 settembre 1994 comincia così “Friends”. Nessuno, quella sera, può sapere che quel gruppo resterà insieme per dieci stagioni e 236 episodi, che Jennifer Aniston, Courteney Cox, Lisa Kudrow, Matt LeBlanc, Matthew Perry e David Schwimmer diventeranno sei dei volti più riconoscibili della televisione mondiale.
All’inizio c’è soltanto un’idea. Marta Kauffman e David Crane l’avevano riassunta in poche parole: quel particolare momento della vita in cui gli amici diventano la tua famiglia. Entrambi conoscevano bene quella stagione. Avevano trascorso i vent’anni a New York dentro un gruppo di amici, in quell’età nella quale si è usciti dalla famiglia d’origine ma non se ne è ancora costruita una propria.
Il lavoro è incerto, le relazioni pure, quasi tutte le decisioni importanti devono ancora essere prese. Era questo che volevano raccontare. Non sei persone straordinarie. Sei persone ancora incompiute. Oggi può sembrare una formula ovvia. Nel 1994 lo era molto meno. La sitcom americana aveva costruito per decenni le proprie storie soprattutto intorno alla famiglia e poi alla famiglia del posto di lavoro. “Friends” sposta il centro.
La famiglia adesso è quella che scegli. Abita nell’appartamento di fronte. Mangia dal tuo frigorifero. Conosce le persone con cui sei stato a letto, sa quando stai mentendo, entra senza bussare e qualche volta possiede perfino una chiave di casa tua. E quando nessuno è nell’appartamento, c’è un altro salotto. Il Central Perk. Anche quella scelta era meno scontata di quanto appaia oggi.
Gli autori non volevano il bar di “Cheers” né il diner di “Seinfeld”. Durante una passeggiata videro un locale chiamato Insomnia Cafe e pensarono che un coffee shop potesse essere il posto giusto. Diventerà uno dei set più riconoscibili della storia della televisione. Il divano arancione. Il bancone. La tazza tra le mani. Gunther sullo sfondo. Ma il vero segreto non era l’arredamento. Era il tempo.
I sei potevano stare insieme senza che dovesse necessariamente accadere qualcosa. Parlare, lamentarsi, innamorarsi, lasciarsi. Raccontare una giornata. Fare una battuta stupida. Aspettare. “Friends” trasformava la quotidianità in trama. E il pubblico cominciò ad avere la sensazione non tanto di osservare quel gruppo, quanto di poter occupare il settimo posto sul divano.
Naturalmente arrivarono anche le storie destinate a diventare cultura pop. Ross e Rachel. La pausa che ancora oggi divide chi ne discute. Monica e Chandler. Joey e il suo “How you doin’?”. Phoebe e “Smelly Cat”. Il tacchino sulla testa. Il divano bloccato sulle scale. Il matrimonio pronunciato con il nome sbagliato. Poi il taglio di capelli di Rachel, copiato ovunque. Gli abiti. Le battute. La sigla. E una New York che aveva poco a che fare con quella economicamente accessibile a sei giovani con quelle professioni, ma moltissimo con la città nella quale milioni di spettatori avrebbero voluto vivere. Eppure ridurre il successo a una collezione di tormentoni significherebbe perdere ciò che teneva tutto insieme.
I protagonisti fallivano continuamente. Rachel doveva imparare a vivere senza il denaro della famiglia. Ross non riusciva a costruire la vita sentimentale ordinata che desiderava. Monica portava addosso insicurezze molto più profonde della sua mania del controllo. Chandler scherzava perché parlare seriamente di sé era più difficile. Joey inseguiva una carriera che sembrava sempre sul punto di cominciare. Phoebe aveva trasformato un passato doloroso in una libertà quasi disarmante. Erano adulti soltanto sulla carta. Ed è forse per questo che funzionavano. Non raccontavano l’arrivo. Raccontavano il tragitto.
Il lavoro che non basta, l’amore che non arriva quando dovrebbe, gli amici che sembrano andare avanti mentre tu hai l’impressione di essere rimasto fermo. La paura che tutti gli altri abbiano ricevuto istruzioni per diventare grandi e tu sia stato l’unico a non trovarle. La televisione faceva ridere di quella confusione. Ma non la giudicava.
Quando “Friends” terminò, il 6 maggio 2004, erano trascorsi quasi dieci anni. I protagonisti avevano cambiato lavori, amori, appartamenti. Alcuni erano diventati genitori. Monica e Chandler stavano lasciando Manhattan. Nell’ultima scena l’appartamento è vuoto. Sul bancone restano le chiavi. Rachel propone un ultimo caffè. Chandler risponde con una domanda inutile, perché tutti sanno perfettamente dove stanno andando. «Dove?» È l’ultima battuta. Poi un ultimo sguardo attraversa per l’ultima volta quell’appartamento e arriva alla porta.
Forse è lì che si capisce che cosa “Friends” aveva raccontato davvero. Non l’amicizia di sei persone destinate a rimanere per sempre sullo stesso divano. Il contrario. Quel breve tratto della vita in cui gli amici diventano famiglia perché nessuno di noi ha ancora capito quale sarà il posto successivo. Trentadue anni dopo la prima puntata, il Central Perk continua a sembrare familiare anche a chi nel 1994 non era ancora nato. Forse desideravamo semplicemente un posto nel quale entrare senza dover bussare.

