INCONTRI DI VALORE
23 settembre 2026
INCONTRI DI VALORE

Prima il mestiere, poi il successo: Lucio Presta e le meteore digitali

All’Habita79 di Pompei il manager presenta “L’uragano” e ripercorre quasi cinquant’anni di spettacolo italiano. Dalla televisione che «prima si pensava, si scriveva e si provava» all’era dei follower e dei creator: «Mancano studio, preparazione e scrittura. Il digitale è una grande possibilità, ma va maneggiato con cura»
Alessandra Boccia

C’era un tempo in cui arrivare in televisione non significava essere arrivati. Semmai, era il momento in cui cominciava il lavoro vero. Lucio Presta quella televisione l’ha attraversata prima davanti alle telecamere poi e soprattutto dietro.

Ha visto cambiare i linguaggi, i protagonisti e la velocità. Ha costruito carriere, programmi, Festival di Sanremo e grandi eventi. Oggi guarda un mondo dello spettacolo nel quale si può diventare conosciuti nel tempo di un provino e scomparire con la stessa rapidità con cui si è arrivati. Per questo, quando gli si chiede quale sia l’errore più frequente di chi prova a entrare in quel mondo, non ha bisogno di pensarci molto. «È uno solo: non prepararsi».

All’Habita79 di Pompei, ospite della rassegna Incontri di Valore ideata e condotta da Nicola Ruocco, Presta arriva con “L’uragano. Sole, fulmini e saette”, il libro pubblicato da Piemme nel quale racconta quasi mezzo secolo trascorso dentro lo spettacolo italiano. Il titolo nasce da una poesia che Roberto Benigni gli dedicò per i suoi cinquant’anni: l’immagine era quella dell’uragano partito da Cosenza. Un uragano che, prima di imparare a governare il dietro le quinte, sul palco ci stava davvero.

Presta nasce professionalmente come ballerino. Partecipa a programmi popolari come “Fantastico”, poi cambia prospettiva: dal corpo di ballo passa al management, fino a diventare uno degli agenti e produttori più influenti della televisione italiana. Quando parla di preparazione, dunque, parla di un metodo di lavoro che ha visto da vicino. «Io vengo da una storia professionale nella quale la televisione prima si pensava, poi si provava, poi si scriveva, si provava ancora e infine si realizzava».

Una sequenza che oggi, secondo Presta, si è spezzata. Il suo bersaglio non è la generazione più giovane. È l’illusione che la visibilità possa sostituire il mestiere. «Oggi vai a fare un provino, il giorno dopo sei in televisione. Per sei mesi sei sulla bocca di tutti, fai i reality, vieni fermato per strada e pensi di essere arrivato. Una volta quello era un punto di partenza, adesso viene considerato un punto di arrivo. Poi dopo sei mesi arrivano i nuovi e, se non hai studiato e non ti sei preparato, vieni dimenticato. Spesso sono meteore».

È qui che il racconto di una carriera lunga quasi cinquant’anni incontra meglio il presente. Presta ha lavorato con personaggi diversissimi, ma quando deve indicare uno dei professionisti che meglio incarnano la sua idea di spettacolo cita Roberto Benigni. Lo ha descritto come un artista dalla preparazione quasi maniacale, uno per il quale ciò che appare spontaneo davanti alle telecamere nasce da un lavoro minuzioso. È il paradosso che il pubblico spesso non vede: per sembrare naturali bisogna avere lavorato moltissimo. E il mondo dal quale arriva Presta aveva numeri che oggi sembrano appartenere a un’altra epoca.

«Adesso ci sono ragazzi che dicono: ho un milione di follower. Noi facevamo una televisione vista da 25, 26 milioni di persone. Era un’altra cosa». Ma non sono soltanto i numeri ad avere la sua attenzione. È cambiata, sostiene, la funzione stessa del mezzo. «Noi eravamo il focolare delle persone, soprattutto dei ceti meno abbienti. La televisione portava allegria, portava cultura, insegnava qualcosa».

Un’immagine antica, quella del focolare, che apre la questione più contemporanea della conversazione: che cosa ha preso il posto di quel centro comune? I social, naturalmente. E qui Presta non nasconde la propria preoccupazione. «Il mondo digitale oggi mi fa molta paura perché non c’è una patente. È in mano a bambini, a ragazzini. Vorrei che il legislatore facesse qualcosa perché questi oggetti finissero nelle loro mani con una sorta di patente, con una conoscenza dell’oggetto. Va maneggiato con cura: può essere una grande possibilità, come può diventare una tragedia incredibile».

Presta non prova a mascherare la distanza generazionale da alcune dinamiche del presente. Ma quando gli si chiede che cosa manchi davvero all’intrattenimento contemporaneo, la risposta torna al punto di partenza. «Manca lo studio, manca la preparazione. Manca la scrittura». Ed è forse quest’ultima la parola più interessante. Scrittura. Prima degli ascolti, dei personaggi, degli effetti speciali. Prima degli algoritmi e dei follower.

«Non ci sono più autori che scrivono, sono pochissimi e sono ancora tutti sulla televisione generalista. Gli altri creano contenuti, ma sono due mondi che viaggiano vicini e non si toccheranno mai». È un giudizio severo, soprattutto in un’epoca nella quale il confine tra televisione, piattaforme e social diventa ogni giorno meno netto. Ma Presta non cerca una mediazione.

“L’uragano” nasce anche da questo carattere. Sole, fulmini e saette, recita il sottotitolo. Una vita professionale attraversata da successi, scontri, intuizioni, amicizie e rotture. Heather Parisi fu la prima grande artista della sua carriera da agente; con Roberto Benigni il rapporto professionale e personale attraversa più di quarant’anni. Poi Paolo Bonolis, Antonella Clerici, Gianni Morandi, Amadeus e molti altri.

Ma davanti alla domanda sulla sfida più difficile, Presta non sceglie una lite né una rottura. «Nella vita privata ce ne sono state tantissime». Poi passa al lavoro e comincia a contare ciò che è rimasto. «Sicuramente dieci Sanremo sono tanta roba. L’apertura dei Mondiali del 1990, l’apertura dell’Expo… Ho fatto cose importanti per il mio Paese». E sui Festival aggiunge una frase nella quale orgoglio e carattere tornano a coincidere. «Ho fatto dieci Sanremo senza sbagliarne uno. Quando è successo di sbagliare a Pippo, quando è successo a Simona, quando è successo a Fabio Fazio… Questa è una piccola medaglietta che mi porto con grande gioia». Piccola, dice.

Difficile credere che la consideri davvero tale. Ma forse il punto non è il numero dei Festival. È ciò che tiene insieme tutte le risposte della serata: l’idea che il successo sia l’ultima parte del lavoro e non la prima. È qui che il manager abituato ai grandi numeri diventa poco sedotto dai numeri del presente. Un milione di follower non gli basta. Essere riconosciuti per strada non gli basta. Nemmeno arrivare in televisione gli basta. Perché si può diventare visibili in una notte.

Il problema comincia la mattina dopo. Quando le telecamere si accendono ancora, il pubblico aspetta qualcosa e non c’è più un algoritmo al quale affidare il mestiere. A quel punto servono le cose che Presta continua a ripetere. Studio. Scrittura. Preparazione. Tutto ciò che viene prima del successo. E soprattutto tutto ciò che serve quando il successo passa.