Antonio Mosca, due vite e una maglia azzurra: «Il trapianto mi ha dato una seconda possibilità»
LA STORIA
28 settembre 2026
LA STORIA

Antonio Mosca, due vite e una maglia azzurra: «Il trapianto mi ha dato una seconda possibilità»

Lo stabiese ha partecipato al recente Mondiale con la Nazionale Trapiantati
Alfredo Izzo

Una maglia azzurra persa lungo il cammino e poi ritrovata quando sembrava ormai impossibile. Antonio Mosca ha vissuto due vite. La prima dalla nascita, la seconda dal 2017, quando un rene donato dalla madre gli ha permesso di ricominciare. Anche dal calcio. L’attaccante di Castellammare di Stabia è stato tra i protagonisti della Nazionale Italiana Trapiantati al Mondiale disputato a settembre in Germania. Gli Azzurri hanno superato la fase a gironi, raggiungendo i quarti di finale prima di arrendersi all’Inghilterra. Un risultato sportivo importante, ma dentro questa Nazionale ogni partita racconta qualcosa che va molto oltre un pallone.

Antonio, partiamo dall’inizio. Qual è la tua storia e come sei arrivato alla Nazionale Italiana Trapiantati?

«È iniziato tutto da piccolo. La mia è una malattia ereditaria e sapevo già che avrei potuto avere dei problemi. Fino a 22-23 anni ho giocato normalmente, riuscendo anche a esordire in Serie A1 di calcio a 5. Poi la malattia è diventata più aggressiva e sono dovuto andare in dialisi. Avevo già sfiorato la maglia azzurra partecipando a uno stage della Nazionale di calcio a 5 e con la Nazionale Trapiantati sono riuscito a riprendermi quell’azzurro. Ho ricevuto il trapianto di rene nel 2017 a Padova. Mi considero fortunato: dico sempre di essere nato due volte, la prima nel 1983 e la seconda nel 2017. Devo questa seconda vita a mia madre, che mi ha donato un rene. Non arrivava un organo compatibile e ci ha pensato lei».

Tornare a praticare sport e riuscire addirittura a disputare un Mondiale con l’Italia che significato ha avuto?

«È stato come chiudere un cerchio. Quella maglia azzurra che avevo perso l’ho ritrovata lungo la strada ed è stata una soddisfazione enorme. Con questa Nazionale abbiamo anche vinto l’Europeo. E bisogna ricordare che esistono delle selezioni: c’è competizione per riuscire ad arrivare lì. Tornare in campo mi ha fatto sentire vivo, ho ritrovato quell’adrenalina che soltanto il calcio riesce a darmi».

Il Mondiale prevede diverse partite in pochissimi giorni. Quanto è complicato affrontare una competizione del genere?

«È stata una bellissima esperienza. Avevamo già disputato un altro Mondiale in Italia e il livello è alto. Se non hai una rosa adeguata, giocare così frequentemente diventa difficile. In Germania abbiamo pagato anche un po’ di sfortuna a causa di diversi infortuni e contro l’Inghilterra siamo arrivati in difficoltà. Gli inglesi, inoltre, sono molto avanti su questo tema: hanno campionati dedicati e un’organizzazione già strutturata».

Proprio contro l’Inghilterra si è interrotto il vostro percorso ai quarti. Rimane qualche rimpianto?

«Il rimpianto c’è perché sappiamo di essere una squadra forte, ma siamo arrivati a quella partita decimati. L’Inghilterra aveva dominato contro diverse avversarie vincendo con scarti molto ampi, mentre contro di noi ha segnato soltanto due gol. Ci abbiamo messo il cuore. Anche il nostro girone era molto complicato e da lì sono venute fuori le squadre che poi sono arrivate fino in fondo al Mondiale».

Come giudichi invece il tuo torneo dal punto di vista personale?

«Sono molto soddisfatto. Ho lavorato tanto per la squadra e ci siamo sacrificati tutti, facendo di necessità virtù. Sono contento soprattutto dell’impegno che sono riuscito a mettere in campo. Probabilmente, con un pizzico di fortuna in più, avremmo potuto ottenere qualcosa di ancora più importante».

Che gruppo si è creato all’interno della Nazionale?

«È composto da grandissime persone, accomunate anche da storie simili. Persone di altissimo valore che hanno fatto tutto il possibile per questo percorso e per questa maglia. Sono convinto che riusciremo ancora a toglierci tante soddisfazioni e vogliamo tornare a vincere, come abbiamo già fatto all’Europeo».

Il Mondiale ha anche l’obiettivo di sensibilizzare sulla donazione degli organi. Quanto sentite questa responsabilità?

«Tantissimo. Lavoriamo molto sulla sensibilizzazione e credo che non esista un messaggio più potente di vedere persone che sono passate da un letto d’ospedale a un campo di calcio. Ci sentiamo responsabili perché abbiamo un seguito importante e per alcune persone siamo diventati dei punti di riferimento. In tanti ci scrivono e personalmente cerco di essere disponibile con tutti. Aiutare è fondamentale, perché ci sono momenti nei quali andare avanti non è semplice».

Lo sport dei trapiantati riceve abbastanza attenzione in Italia?

«Questo Mondiale mi ha fatto capire che siamo ancora indietro. Abbiamo fatto un lavoro enorme, ma confrontandoci con realtà provenienti da tutto il mondo ti rendi conto che dobbiamo ancora crescere. Vale per i media, per gli sponsor, per le associazioni e per le istituzioni. Servono una rete e un sostegno maggiori. Noi, comunque, non molliamo e speriamo che questo movimento possa continuare a crescere».

Cosa diresti a una persona che ha appena affrontato un trapianto e pensa di non poter più vivere determinate esperienze?

«Che ha ricevuto una seconda possibilità, e non è qualcosa di banale. Deve andare avanti per se stesso e anche per chi gli ha fatto quel dono. Io stavo per perdere tutto e poi mi sono rialzato. In questa seconda vita senti quasi di avere una marcia in più. Quel dono dobbiamo onorarlo, nello sport ma soprattutto come persone».

Dopo il Mondiale quali saranno i prossimi obiettivi?

«Nei prossimi mesi con la Nazionale disputeremo alcune partite di beneficenza. Poi, tra otto o nove mesi, arriveranno gli Europei. Il mio obiettivo è farmi trovare pronto. Vogliamo provare a vincerli ancora».