Dopo sei decenni nessuna risposta: quelle domande più attuali che mai
Il mondo che preoccupava Mafalda non esiste più. L’Unione Sovietica è scomparsa. La guerra fredda è finita. I Beatles si sono sciolti. Mafalda, invece, è ancora qui. Ed è questo il paradosso. Una bambina disegnata negli anni Sessanta continua a circolare nelle librerie, nelle scuole, sui social, sui muri delle città. Passa dai genitori ai figli e ogni generazione finisce per pronunciare la stessa frase: sembra scritta oggi.
Ma forse non è Mafalda a essere rimasta moderna. Forse siamo noi a essere rimasti indietro. Perché basta togliere dalle sue strisce i nomi dei presidenti, le guerre di allora e qualche riferimento alla cronaca argentina perché sotto rimangano questioni terribilmente familiari: la paura della guerra, la distanza tra ricchi e poveri, il rapporto tra cittadini e potere, l’ambiente, il consumismo, la difficoltà degli adulti di consegnare ai bambini un futuro migliore del presente.
Il tempo ha cambiato gli strumenti ma non le domande. È questa una delle ragioni per cui Mafalda resiste dove tanti personaggi nati per commentare il proprio presente sono diventati documenti del passato. Quino aveva capito qualcosa di elementare: un bambino che domanda “perché?” è difficilissimo da sconfiggere.
Possiamo contestare un’opinione, smontare una teoria, rispondere a un avversario. Molto più difficile è spiegare a una bambina perché milioni di persone non abbiano abbastanza mentre altre possiedono più di quanto potrebbero consumare. O perché gli Stati parlino continuamente di pace e continuino a prepararsi alla guerra.
Mafalda non accusa, chiede spiegazioni. Ed è proprio questo a renderla spietata. Il suo sguardo, però, non è cinico. Il cinismo appartiene a chi ha già rinunciato all’idea che le cose possano cambiare. Mafalda si arrabbia perché continua ad aspettarsi qualcosa dal mondo. Quando prende in braccio il mappamondo e lo osserva come un malato non lo considera perduto: vorrebbe curarlo.
La sua indignazione nasce dalla speranza. Mafalda non è una bambina pessimista. È una bambina delusa. E per essere delusi bisogna avere creduto nella possibilità di qualcosa di migliore. Leggerla oggi produce allora uno strano cortocircuito. Noi sappiamo ciò che lei non poteva sapere.
Abbiamo visto cadere muri e costruirne altri, attraversato crisi economiche, guerre, terrorismo e rivoluzioni tecnologiche. Abbiamo inventato internet e messo miliardi di persone in comunicazione tra loro. Eppure davanti ad alcune sue domande continuiamo ad avere l’aria degli adulti delle sue strisce. Cerchiamo una risposta. Cambiamo argomento. Mafalda non ha bisogno di essere aggiornata. Non serve immaginare che cosa direbbe di TikTok, dell’intelligenza artificiale o delle nostre ossessioni digitali.
Il punto non è trascinarla nel 2026, ma capire perché il 2026 riesca ancora a riconoscersi in una bambina del 1964. La tecnologia cambia velocemente. La fragilità umana molto meno. E forse cambia lentamente anche il nostro modo di convivere con ciò che sappiamo essere sbagliato. Da bambini certe contraddizioni sembrano intollerabili; crescendo impariamo a chiamarle realtà, equilibrio, necessità. Acquisiamo parole più sofisticate proprio mentre perdiamo l’abitudine a formulare le domande più semplici.
Mafalda compie il percorso contrario. Riduce le grandi questioni alla loro nudità. Toglie le formule, le giustificazioni, il linguaggio con cui gli adulti rendono accettabile ciò che non riescono a cambiare. E alla fine resta un interrogativo così elementare da diventare imbarazzante. Forse è per questo che non appartiene soltanto alla generazione che la lesse sui giornali.
Sessant’anni dopo la sua nascita, dunque, Mafalda riesce ancora a incontrare lettori nuovi senza essere diventata nuova. È una differenza importante. Per sopravvivere, molti personaggi vengono riscritti, modernizzati, adattati al linguaggio del presente. Lei può restare dov’è. Con il suo mappamondo. Con le sue domande. Con quella fiducia ostinata nell’idea che gli adulti, prima o poi, debbano essere capaci di dare una spiegazione. Forse perché non abbiamo bisogno che Mafalda ci dica che cosa pensare.
Abbiamo bisogno che continui a fare ciò che faceva nel 1964. Guardare ciò che abbiamo imparato a considerare normale. E domandarci perché.

