Doveva vendere elettrodomestici, finì per interrogare il mondo: il giorno in cui nacque Mafalda
29 SETTEMBRE 1964
29 settembre 2026
29 SETTEMBRE 1964

Doveva vendere elettrodomestici, finì per interrogare il mondo: il giorno in cui nacque Mafalda

Il 29 settembre 1964 la bambina creata da Quino apparve per la prima volta sulle pagine di “Primera Plana”. Era nata per una campagna pubblicitaria mai realizzata, diventò invece la voce irriverente di una generazione: dalla guerra alla povertà, dal potere alla famiglia, le bastavano poche vignette per mettere gli adulti davanti alle proprie contraddizioni
Alessandra Boccia

All’inizio Mafalda doveva vendere elettrodomestici. Non cambiare il mondo, non preoccuparsi della guerra, non interrogare gli adulti sulle ingiustizie. Doveva comparire in una pubblicità e aiutare a vendere una nuova linea di prodotti.  La pubblicità non si fece. Mafalda, invece, rimase.

Il 29 settembre 1964 compare per la prima volta sulle pagine di “Primera Plana”, settimanale argentino. Sono appena due strisce. In una mette in difficoltà suo padre; nell’altra si lamenta di ciò che accade nel Paese. Basta poco per capire che quella bambina dai capelli neri non è stata disegnata per stare buona.

Ha sei anni, più o meno. Fa domande. Ama i Beatles, detesta la minestra e osserva gli adulti con quella forma di stupore che diventa imbarazzo soprattutto per chi dovrebbe risponderle. Quino, Joaquín Salvador Lavado Tejón, l’aveva inventata l’anno precedente per una campagna pubblicitaria commissionata da un’agenzia.

Il prodotto avrebbe dovuto chiamarsi Mansfield e serviva un personaggio il cui nome cominciasse con la stessa lettera. La campagna saltò e al disegnatore rimasero alcune strisce e una bambina senza destinazione. Avrebbe potuto finire lì. Invece un anno dopo Mafalda entrò in un giornale e trovò finalmente il posto per il quale sembrava essere stata inventata: non la pagina dei fumetti, ma quella in cui un Paese provava a capire se stesso. L’Argentina degli anni Sessanta era una società inquieta, attraversata da instabilità politica, trasformazioni sociali, speranze e paure.

Fuori dai suoi confini c’erano la guerra fredda, il Vietnam, la minaccia nucleare, le disuguaglianze, una generazione che cominciava a contestare il mondo ricevuto in eredità. Quino prese tutto questo e lo fece entrare in un appartamento della classe media di Buenos Aires. Non servivano grandi discorsi. Bastavano una tavola apparecchiata, una radio accesa, un giornale lasciato sul tavolo. E soprattutto una bambina capace di ascoltare le notizie e poi rivolgersi a suo padre con la domanda sbagliata nel momento giusto.

Il meccanismo era semplice e formidabile: gli adulti avevano costruito il mondo, ma non erano capaci di spiegarlo ai propri figli. Mafalda chiedeva perché esistessero i poveri, perché gli uomini facessero la guerra, perché la pace fosse sempre così complicata, perché il pianeta sembrasse ammalato. Domande enormi pronunciate da qualcuno abbastanza piccolo da non accettare ancora le risposte di comodo. Era questa sproporzione a renderla irresistibile. Gli adulti possiedono l’autorità, Mafalda possiede la logica. Gli adulti conoscono le regole, lei continua a domandare chi le abbia stabilite. Gli adulti hanno imparato a convivere con le contraddizioni. Lei ancora no.

Intorno a lei, poco alla volta, Quino costruisce un piccolo mondo. Arriva Felipe, sognatore cronico e campione del procrastinare. Arriva Manolito innamorato del denaro e del suo futuro da commerciante. Susanita sogna marito, figli e una vita borghese. Miguelito trasforma qualsiasi dettaglio in una questione filosofica. Libertad è così piccola da sembrare già una battuta sul significato del suo nome. Poi c’è Guille, il fratellino. Non sono semplicemente compagni di giochi. Sono modi diversi di stare nel mondo.

Quino li usa per portare sul marciapiede le idee che dividono gli adulti. Il capitalismo può avere la faccia di Manolito, le convenzioni sociali quella di Susanita, l’insicurezza quella di Felipe. Non ci sono trattati né lezioni: ci sono bambini che litigano, giocano, fantasticano e finiscono per riprodurre, senza saperlo, le contraddizioni della società che li circonda.

Il successo arriva rapidamente. Nel 1965 Mafalda passa al quotidiano “El Mundo”; nel 1966 il primo libro che raccoglie le strisce vende le cinquemila copie della prima tiratura in appena due giorni. Poi comincia il viaggio fuori dall’Argentina. E nel 1969 arriva in Italia.

Il volume si chiama “Mafalda la contestataria”. A introdurlo è Umberto Eco, che riconosce in quella bambina qualcosa di più di un personaggio comico. Mafalda appartiene al proprio tempo, ma possiede già quella qualità rara dei personaggi destinati a sopravvivergli: parla di cose precise senza restare prigioniera della cronaca.

Perché dietro il Vietnam c’è la guerra. Dietro una crisi di governo c’è il potere. Dietro la minestra c’è l’imposizione. Quino stesso avrebbe spiegato che quella minestra tanto odiata era anche una metafora del militarismo e di ciò che viene imposto dall’alto. Perfino il capriccio più famoso di Mafalda, dunque, conteneva qualcosa di più grande del piatto che aveva davanti. Eppure sarebbe un errore trasformarla in una piccola ideologa.

Mafalda non possiede risposte. Possiede dubbi. Non sa come aggiustare il pianeta. Vorrebbe soltanto capire perché chi lo governa continui a romperlo. È questo che la distingue dalla caricatura politica destinata a consumarsi insieme alla notizia del giorno. Quino non le consegna una teoria del mondo: le concede il diritto di trovarlo assurdo.

Poi, nel 1973, accade qualcosa che oggi sembra quasi inconcepibile. Quino decide di fermarsi. Mafalda è famosa, i libri vendono, il personaggio viaggia nel mondo. Eppure il suo autore sente di cominciare a ripetersi. Dopo quasi dieci anni non vuole trasformare quella bambina in una macchina che produce all’infinito variazioni di se stessa. Così la lascia andare.

Le ultime strisce vengono pubblicate nel giugno del 1973. Mafalda non cresce, non attraversa gli anni Ottanta, non incontra internet. Rimane lì, con i capelli neri e un mondo troppo grande tra le mani. Forse Quino, fermandosi, le ha fatto un regalo. Non le ha permesso di invecchiare.

Il 29 settembre 1964 era entrata in un giornale per fare domande agli adulti. Sessantadue anni dopo, molte di quelle domande sono ancora sul tavolo.