INCONTRI DI VALORE
30 settembre 2026
INCONTRI DI VALORE

La scuola che verrà secondo Schettini: «Non servono lezioni più facili, serve insegnare a pensare»

All'Habita79 il professore e divulgatore presenta “La scuola che verrà” nell'ultimo appuntamento estivo di “Incontri di Valore”, la rassegna di Nicola Ruocco. Dai pregiudizi sui giovani all'intelligenza artificiale, una nuova idea di insegnamento: «Non basta più svolgere il programma. La scuola deve sviluppare il pensiero critico»
Alessandra Boccia

La scuola è in mezzo a una tempesta. E al timone, nonostante tutto, ci sono ancora gli insegnanti. Vincenzo Schettini sceglie un’immagine semplice per raccontare un’istituzione che semplice non è più. Sono cambiati i ragazzi, le famiglie, gli strumenti con cui si accede alla conoscenza.

È entrata l’intelligenza artificiale, lo smartphone è diventato una presenza costante e una quantità pressoché infinita di contenuti è disponibile prima ancora che un professore entri in classe. Quello che, secondo Schettini, non può più rimanere uguale è il modo di fare scuola.

Il professore di fisica e divulgatore, diventato uno dei volti più riconoscibili dell’insegnamento sui social con “La fisica che ci piace”, arriva all’Habita79 per l’ultimo appuntamento dell’edizione estiva di “Incontri di Valore”, la rassegna ideata e condotta da Nicola Ruocco. E lo fa in una giornata particolare: proprio il 29 settembre arriva in libreria il suo quarto libro, “La scuola che verrà”.

«È nato oggi», dice sorridendo prima della presentazione. E subito precisa che è un libro «veramente diverso dagli altri». Il titolo contiene già la domanda che attraversa la conversazione: quale scuola verrà? Ma prima ancora ce n’è un’altra. Quali ragazzi troverà? Perché uno degli errori che Schettini individua nel dibattito sulle nuove generazioni è la facilità con cui si trasforma una parte nel tutto. «L’errore più grande è credere che siano tutti come quelli che vediamo nei video più brutti in rete. Non sono quelli i ragazzi. C’è molto di più e noi docenti lo sappiamo bene».

Non nega i problemi. Ci sono ragazzi alle prese con la dipendenza dal cellulare, situazioni familiari difficili, fragilità che finiscono per riflettersi nei comportamenti. Ma la scuola non lavora con una categoria astratta chiamata “giovani”. Lavora ogni mattina con persone diverse. «La situazione negli anni è diventata sempre più delicata, più multisfaccettata. Noi docenti nei consigli di classe siamo lì a rimboccarci le maniche per seguire tutti».

È un punto importante perché sposta il discorso dalla contrapposizione tra generazioni alla responsabilità degli adulti. Se i ragazzi sono cambiati, bisogna chiedersi se la scuola abbia modificato abbastanza gli strumenti con cui prova a raggiungerli. Per Schettini la risposta è netta. «Dovrebbe cambiare l’approccio. Servirebbe proprio un rovesciamento di tutto, perché continuare a spiegare il programma, interrogare e buonasera a tutti sembra non funzionare più». Detto da uno dei professori che più di altri ha portato una materia complessa fuori dall’aula, il ragionamento potrebbe sembrare un invito a rendere tutto più facile. È quasi il contrario. 

Schettini respinge l’equazione tra divulgazione e semplificazione. «L’obiettivo non è semplificare la materia. Quello può essere un modus operandi del docente per fare determinate cose. Ma i video didattici che realizzo per gli studenti non sono per niente semplici: ci sono formule, unità di misura, formule inverse, esercizi da risolvere». La fisica rimane fisica. Quello che può cambiare è il modo in cui la si incontra.

Ed è qui che “La scuola che verrà” smette di essere soltanto il titolo di un libro e diventa una proposta di discussione. Perché la vera competizione che oggi un insegnante affronta è sul significato stesso della lezione. Un ragazzo può trovare una spiegazione fuori dalla scuola in pochi secondi. Può cercarla su un sito, guardare un video, rivolgersi all’intelligenza artificiale. Che quel contenuto sia corretto è un’altra questione. Ma l’accesso all’informazione non appartiene più esclusivamente all’aula.

E allora che cosa deve fare la scuola? «Dobbiamo sviluppare il pensiero critico. I ragazzi devono parlare, devono incrociarsi, creare progetti. Devono essere interrogati, perché l’interrogazione è un momento di prova. Possono lavorare a casa sui contenuti e fare gli esercizi in classe. Dobbiamo provare a rovesciare». È il principio della “flipped classroom”, la classe capovolta: spostare parte dell’acquisizione dei contenuti fuori dall’aula per utilizzare il tempo insieme per confrontarsi, esercitarsi, ragionare. Schettini racconta di averci provato già dieci anni fa. E ricorda di aver intravisto allora qualcosa che oggi considera ancora più necessario: la possibilità che un ragazzo torni a pensare che «forse c’è qualcosa di interessante anche a scuola». La frase sembra leggera. Non lo è affatto.

Perché dietro c’è una delle questioni più difficili per l’istruzione contemporanea: non soltanto trasmettere conoscenza, ma restituire senso al luogo nel quale quella conoscenza viene condivisa. Internet possiede più informazioni di qualunque insegnante.

L’intelligenza artificiale può produrre una spiegazione in pochi istanti. Ma una classe è ancora uno dei pochi luoghi nei quali quelle informazioni possono essere discusse insieme, contraddette, messe alla prova.

È qui che Schettini colloca il docente. Non come custode nostalgico di una scuola che non esiste più, ma come figura chiamata a guidarne la trasformazione. E proprio sugli insegnanti le sue parole diventano più appassionate. «La scuola sta attraversando un’enorme tempesta e al timone reggono forti, senza crollare. Gli insegnanti stanno là, credetemi. Gli insegnanti maltrattati, giudicati, presi in giro in questi anni sono quelli che stanno al timone della nostra scuola. Dovrebbero avere rispetto».

Schettini sa però che anche il mestiere dell’insegnante deve cambiare e che il rispetto non può essere semplicemente reclamato. «Il rispetto si costruisce piano piano. Partiamo, vi prego, partiamo». È forse la frase che meglio racconta il senso del libro. Non una ricetta per la scuola perfetta. Non l’ennesima contrapposizione tra il professore severo di una volta e gli studenti distratti di oggi. Piuttosto l’invito ad ammettere che qualcosa non funziona più come dovrebbe. «Discutiamo, proviamo a capire che direzione far prendere alla scuola».

È anche un modo significativo per chiudere l’edizione estiva di “Incontri di Valore”. Dopo aver portato all’Habita79 storie, libri e protagonisti diversi, la rassegna di Nicola Ruocco affida il suo ultimo appuntamento a una domanda che riguarda inevitabilmente tutti: che cosa vogliamo insegnare a chi viene dopo di noi? Schettini una risposta definitiva non la offre. Forse perché “La scuola che verrà” non può essere scritta da un professore soltanto. Può cominciare, però, da un cambio di prospettiva. Smettere di raccontare i ragazzi attraverso i loro esempi peggiori. Smettere di pensare che innovare significhi rendere tutto più facile. E smettere di chiedere alla scuola di combattere il presente fingendo che il presente non sia già entrato in classe.

Fuori ci sono gli smartphone, i social, l’intelligenza artificiale e una quantità infinita di informazioni. Dentro restano un insegnante, degli studenti e il tempo trascorso insieme. La tempesta è già cominciata. La questione, adesso, è decidere dove portare la nave.