Baiano promuove  i fratelli Esposito: «Pio futuro dell’Italia»
SERIE A
7 ottobre 2026
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Baiano promuove i fratelli Esposito: «Pio futuro dell’Italia»

L’ex attaccante del Napoli: «Possono giocare insieme Seba può segnare di più. Ai giovani va dato il tempo di sbagliare»
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Vedere due fratelli contemporaneamente in campo con la maglia della Nazionale è già di per sé un’immagine rara. Farlo in una partita di Nations League, con entrambi protagonisti e con l’Italia capace di incidere ai danni della Turchia, rende la storia di Pio e Sebastiano Esposito ancora più particolare. A leggere il momento dei due attaccanti è Francesco “Ciccio” Baiano, ex centravanti del Napoli e della Nazionale, uno che il mestiere dell’attaccante lo conosce bene.

Che impressione ti ha fatto vedere Pio e Sebastiano Esposito insieme con la maglia dell’Italia?

«Una bella impressione. È una cosa abbastanza rara. È già successo negli anni, ma resta comunque qualcosa di particolare e mi ha fatto piacere. Stanno giocando bene entrambi. Pio gioca in una big e ha fatto un ottimo percorso. Sebastiano sta crescendo bene, anche se il suo percorso è stato diverso. L’ho seguito molto a Empoli e ha qualità tecniche enormi. Probabilmente è uno dei più bravi da quel punto di vista. Deve però migliorare sotto porta».

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Partiamo da Pio. Qual è la caratteristica che ti convince di più?

«Ha grande qualità e sa giocare molto bene anche lontano dalla porta. Non è soltanto un finalizzatore. All’Inter, infatti, Lautaro lo vuole spesso vicino proprio perché Pio è un giocatore molto disponibile. Sa scaricare il pallone, tiene botta fisicamente e permette alla squadra di salire. Ha una struttura importante, molto diversa da quella di Sebastiano. Anche per questo penso che possano giocare insieme».

Oggi quanto è difficile trovare un attaccante con le sue caratteristiche?

«Molto. Attaccanti così non se ne trovano facilmente. Poi bisogna considerare che Pio gioca già in una big, e questo dice tanto sulle sue qualità. Mi sembra anche un ragazzo con la testa sulle spalle. Parliamo di un 2005, ma quando lo senti parlare non sembra un ragazzo di quell’età. Lavora quotidianamente con grandi campioni e questo sicuramente lo aiuta, ma non si arriva per caso in una squadra di quel livello. Le qualità tecniche da sole non bastano: servono sacrificio, applicazione e mentalità».

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Sebastiano ha invece seguito una strada diversa. Come giudichi la sua crescita?

«È cresciuto molto. A Empoli giocava titolare, poi ha trovato continuità anche a Cagliari e credo che farà lo stesso al Sassuolo. Rispetto a Pio è un calciatore diverso: Sebastiano è più un rifinitore, quasi un “dieci e mezzo”. Il problema è che quando fai l’attaccante ti chiedono inevitabilmente i gol. In Nazionale contro la Turchia ha giocato anche esterno, sacrificandosi molto e adattandosi bene. Anche questo è un segnale importante. Ha tanta qualità e può fare ancora molto».

In Italia però sui giovani spesso si passa molto rapidamente dall’entusiasmo alla bocciatura.

«È proprio questo il problema. Mancini lo dice spesso: bisogna dare tempo ai giovani. In Italia se un ragazzo gioca bene è subito un fenomeno, se sbaglia una partita allora improvvisamente non è più buono. In questo modo diventa difficile crescere. Serve equilibrio, e da noi purtroppo spesso non c’è. All’estero i giovani sono ragazzi del 2008 e gli viene data la possibilità di sbagliare. Se hai qualità, migliori attraverso l’esperienza. Ma per fare esperienza devi giocare».

Pio e Sebastiano possono diventare realmente una coppia per la Nazionale?

«Secondo me sì. Possono giocare insieme e rappresentare una soluzione importante per Mancini anche in prospettiva. Questa sosta, poi, è stata particolare: tante partite ravvicinate, tanti carichi da gestire e quindi anche la necessità di ruotare. Sfido chiunque, guardando la formazione scelta contro la Turchia, a non aver pensato: “Ma dove andiamo con questi?”. E invece il campo ha dimostrato che la scelta era giusta. Con tante gare il turnover è fondamentale e Mancini sta facendo le sue valutazioni. Tra l’altro il campo era anche pesante».

Vedi Pio come il futuro centravanti della Nazionale?

«Per me sì. Credo che sarà lui il centravanti dell’Italia. Lo dico per le qualità che ha e per quello che sta mostrando. Eviterei però i paragoni con altri giocatori: lasciamoli perdere. Pio ha le sue caratteristiche, è un giocatore importante e deve essere giudicato per quello che è».

Essere fratelli può rappresentare un vantaggio quando giocano insieme?

«Sicuramente si conoscono bene e questo si vede. Però non è automatico che essere fratelli li favorisca. Giocano in club diversi, con allenatori diversi e con richieste tattiche differenti. La vera bravura è la loro capacità di adattarsi. Quando arrivi in Nazionale devi capire velocemente cosa vuole il tecnico e riuscire a entrare nei meccanismi della squadra».

Per Sebastiano quanto può essere importante questa fase della carriera per conquistarsi stabilmente l’Italia? «Dipende soprattutto da lui e dalle sue prestazioni. La concorrenza c’è. Però dopo la gara contro la Turchia è evidente che sia cresciuto. Si vede. Mancini sicuramente lo tiene in considerazione. La Nazionale è ancora in costruzione e il tecnico ha bisogno di giocatori pronti. Alla fine chi si fa trovare pronto gioca».

Sebastiano deve arrivare in una grande squadra?

«La cosa più importante adesso è giocare. Io gli direi di non guardare soltanto al blasone della squadra. Se devi andare in una big per stare in panchina, forse è meglio evitare. Però prima o poi il salto devi farlo. Se arriva l’opportunità giusta per andare in un grande club e giocarti le tue possibilità, allora devi prenderti quel rischio. Se hai qualità e stai bene, devi provarci».

Qual è invece l’aspetto che entrambi devono ancora migliorare? «Sebastiano deve segnare di più. Ho grande stima di lui e proprio per questo mi aspetto qualcosa in più sotto porta. È un rifinitore straordinario, ma secondo me ha la doppia cifra nelle corde e deve riuscire a raggiungerla con continuità. Pio, invece, mi sembra già abbastanza completo. In alcune situazioni, però, deve essere meno disponibile verso gli altri e diventare un po’ più egoista. È giusto rispettare il compagno e giocare per la squadra, ma un centravanti deve avere anche killer instinct. Probabilmente deve allenare proprio quello: un pizzico di egoismo in più. Non significa smettere di passare il pallone, significa capire quando l’azione deve finirla lui». @riproduzione riservata