Salute mentale, quando le famiglie si sentono sole
SALUTE MENTALE
10 ottobre 2026
SALUTE MENTALE

Salute mentale, quando le famiglie si sentono sole

Ansia, solitudine, pressione e paura del futuro: perché sempre più giovani cercano uno spazio in cui poter dire «non sto bene»
Anna Santaniello

Il 10 ottobre è la Giornata mondiale della salute mentale. Per un giorno, dunque, si parla di qualcosa che spesso rimane fuori dalla vista: il disagio psicologico, quello che non lascia necessariamente segni sul corpo e che può convivere con una vita apparentemente normale.Ma per chi lo vive non esiste una giornata della salute mentale.

Esiste il lunedì mattina, quando bisogna alzarsi anche se si è dormito poco o male. Esiste l’esame da preparare, il turno di lavoro, il colloquio da affrontare, la relazione che non si sa più come gestire, la cena con gli amici a cui si vorrebbe partecipare ma dalla quale si finisce per tirarsi indietro.

Esiste il telefono che continua a illuminarsi mentre nella testa i pensieri non si fermano.C’è chi sorride davanti agli altri e poi, una volta chiusa la porta della propria stanza, lascia andare tutto. Chi dice «sono solo stanco» perché non trova una parola migliore. Chi continua a fare quello che ha sempre fatto mentre dentro sente di non riuscire più a tenere insieme ogni cosa.

Chi risponde «tutto bene» quasi per automatismo, perché spiegare davvero cosa succede richiederebbe tempo, coraggio e forse anche la certezza di non essere giudicato.È questo il paradosso del malessere invisibile: da fuori può non essere cambiato nulla. Dentro, invece, può essere cambiato tutto.

QUANDO STARE MALE NON SI VEDE

Per molto tempo parlare di salute mentale è stato associato soprattutto alla malattia, alla diagnosi, a situazioni considerate estreme. Oggi il vocabolario sta cambiando. Sempre più giovani imparano a riconoscere parole come ansia, attacchi di panico, burnout, solitudine, disturbi alimentari, depressione. Non significa che ogni momento difficile debba diventare una diagnosi. Significa, piuttosto, che il disagio può essere nominato prima di diventare qualcosa di più difficile da affrontare.Anche il semplice gesto di dire «ho bisogno di parlare con qualcuno» sta perdendo, lentamente, il suo carattere di confessione. Non è una resa, non è la prova di essere fragili e non è necessariamente il segnale che qualcosa sia irrimediabilmente rotto. Può essere il contrario: la scelta di fermarsi, guardare ciò che sta succedendo e provare a comprenderlo.I numeri raccontano una parte di questa trasformazione.

 

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, circa un adolescente su sette tra i 10 e i 19 anni vive con una condizione di salute mentale. Ansia, depressione e disturbi comportamentali sono tra i problemi più comuni e molte condizioni restano non riconosciute o non trattate. La stessa Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) sottolinea quanto l’adolescenza sia una fase decisiva, nella quale relazioni, ambiente familiare, pressioni sociali, identità e aspettative possono incidere sul benessere psicologico.In Italia il quadro non è fatto soltanto di diagnosi. C’è anche il modo in cui i ragazzi percepiscono la propria vita.

L’Istat, nell’infografica dedicata alla Giornata mondiale della salute mentale, ha rilevato per il 2024 un indice medio di salute mentale di 71,8 su 100 tra i 14-19enni, superiore alla media complessiva della popolazione di 14 anni e più. È un dato che invita a evitare letture semplicistiche: essere giovani non significa automaticamente stare peggio degli adulti, ma dentro quella fascia di età esistono segnali di disagio che non possono essere ignorati.A raccontarlo sono anche le sensazioni quotidiane.

Nell’indagine HBSC Italia (studio multicentrico per monitorare la salute e gli stili di vita dei giovani), quasi la metà degli adolescenti riferisce almeno due sintomi psicosomatici più di una volta alla settimana, con una frequenza che cresce con l’età e in modo più marcato tra le ragazze. La percezione della solitudine, inoltre, varia anche in relazione alla condizione socioeconomica familiare. Dietro una statistica del genere ci sono mal di testa, difficoltà a dormire, stanchezza, nervosismo, pensieri che si accumulano e che spesso non trovano subito una spiegazione.

LA PRESSIONE DI CRESCERE

Non è un caso che il tema sia diventato sempre più presente nel dibattito pubblico. Perché il disagio dei giovani non nasce da una sola causa. Non esiste un colpevole unico a cui consegnare la responsabilità di un malessere che, nella maggior parte dei casi, è il risultato di più elementi che si sommano.C’è innanzitutto la pressione di crescere. A vent’anni si può avere la sensazione di essere già in ritardo. Bisogna scegliere un corso di studi, capire quale lavoro cercare, costruire una relazione, essere indipendenti, avere un gruppo di amici, sapere cosa si vuole diventare. Il problema è che spesso tutte queste aspettative arrivano insieme, mentre la certezza che dovrebbero produrre non arriva affatto.

Il futuro, per una generazione cresciuta tra crisi economiche, pandemia, guerre raccontate ogni giorno sullo schermo e trasformazioni rapide del mondo del lavoro, può apparire come una domanda senza risposta. E quando non si sa dove si sta andando, anche una scelta normale può diventare pesante. Un esame non è più soltanto un esame. Un colloquio non è più soltanto un colloquio. Un rifiuto sentimentale può diventare la conferma di una paura più grande: quella di non essere abbastanza.È qui che la salute mentale incontra il bisogno di sentirsi all’altezza. Non soltanto degli altri, ma dell’immagine che si è costruita di se stessi.

IL CONFRONTO CONTINUO

I social network entrano in questo racconto, ma sarebbe troppo facile trasformarli nel nemico. Instagram, TikTok e le altre piattaforme possono essere luoghi di confronto continuo, dove la vita degli altri sembra sempre più ordinata, felice, produttiva.

Si vedono corpi perfetti, vacanze, lauree, nuovi lavori, relazioni, case, traguardi. Il confronto può diventare una misura quotidiana del proprio valore:

mentre gli altri sembrano andare avanti, io dove sono?

Ma lo stesso spazio digitale può essere anche un luogo in cui trovare parole che nella vita reale non si riescono a pronunciare. Può permettere di scoprire che una paura non è esclusivamente propria, di trovare informazioni, testimonianze, comunità. Il problema, quindi, non è soltanto quanto tempo si trascorre davanti a uno schermo, ma cosa accade dentro quella persona mentre lo guarda e quanto il mondo online sostituisce, anziché accompagnare, le relazioni reali.

Il confronto permanente può alimentare una sensazione sottile: quella di essere sempre osservati. Anche quando nessuno sta realmente guardando. Una fotografia può diventare una valutazione, un numero di like un giudizio, una mancata risposta una domanda che continua a girare nella testa. Per qualcuno sono episodi irrilevanti; per chi è già in una fase di fragilità possono diventare l’ennesimo tassello di un disagio più profondo.E poi c’è la solitudine. Una delle contraddizioni più forti del nostro tempo è che si può essere costantemente connessi e sentirsi ugualmente soli.

Si può avere una rubrica piena, partecipare a gruppi, ricevere messaggi durante tutta la giornata e non avere una persona con cui dire davvero «non sto bene».La solitudine non coincide necessariamente con l’assenza di persone. A volte significa non sentirsi compresi, non riuscire a raccontare quello che succede, avere paura che gli altri minimizzino.

«Passerà», «sei giovane», «devi reagire», «non pensarci» sono frasi dette spesso con buone intenzioni, ma che possono lasciare chi soffre ancora più solo. Perché il punto non è sempre trovare subito una soluzione. A volte è semplicemente trovare qualcuno disposto ad ascoltare senza trasformare quel dolore in una colpa.

LA FAMIGLIA, GLI AMICI, L’ASCOLTO

La famiglia può avere un ruolo decisivo. Non serve conoscere la terminologia psicologica, né avere la risposta perfetta. Serve accorgersi dei cambiamenti, fare una domanda e soprattutto lasciare spazio alla risposta. Un figlio che dorme troppo o troppo poco, che si isola, che perde interesse per attività che prima amava, che appare continuamente irritabile o affaticato non va automaticamente etichettato.

Ma merita attenzione.Lo stesso vale per gli amici. Tra coetanei spesso ci si racconta cose che non si direbbero agli adulti. Un messaggio mandato di notte, una telefonata dopo una giornata difficile, un «vuoi che venga da te?» possono avere un valore enorme. Non sostituiscono un professionista quando serve, ma possono essere il ponte che porta a chiedere aiuto.Perché il momento più difficile, per molti, non è riconoscere di stare male. È decidere di dirlo.La richiesta d’aiuto comincia spesso in modo molto meno solenne di quanto immaginiamo. Può essere una ricerca su internet fatta di nascosto. Un messaggio a un’amica. Una domanda al medico di famiglia.

Una telefonata a un consultorio. La prima seduta da uno psicologo, alla quale si arriva senza sapere bene cosa dire. A volte si arriva dopo mesi di esitazione, dopo aver provato a risolvere tutto da soli, dopo aver convinto se stessi che c’era sempre qualcuno con un problema più grande.È proprio questa graduatoria del dolore a essere pericolosa. Non bisogna stare peggio di qualcun altro per meritare ascolto. Non bisogna aspettare di non riuscire più ad alzarsi dal letto per poter chiedere aiuto. E non serve avere una diagnosi per poter dire che qualcosa non va.

NON ESISTE UN IDENTIKIT DEL DISAGIO

Il disagio psicologico, infatti, può presentarsi in modi diversi. Può essere una tristezza che dura più del previsto, un’ansia che impedisce di vivere situazioni normali, una paura costante di fallire, la perdita di interesse per ciò che prima dava piacere. Può manifestarsi attraverso il corpo, con insonnia, stanchezza, mal di testa o altri disturbi.Può essere legato al rapporto con il cibo, con il proprio corpo, con gli altri.

Può assumere forme più evidenti oppure rimanere quasi completamente invisibile.Per questo non esiste un identikit del giovane che soffre. Non è necessariamente quello che si chiude in camera, che smette di uscire o che abbandona gli studi. Può essere anche quello che prende buoni voti, lavora, fa sport, esce nel fine settimana e pubblica fotografie sorridenti. La normalità esteriore non è una prova del benessere interiore.Anche il mondo dello sport, spesso considerato uno spazio di aggregazione e di crescita, non è immune. Allenamenti, prestazioni, competizione, rapporto con il corpo e aspettative possono essere elementi positivi, ma anche diventare fonti di pressione.

Lo stesso vale per il lavoro: entrare nel mercato occupazionale, trovare una prima esperienza, sentirsi precari o non riconosciuti può alimentare una sensazione di incertezza. E per chi studia, il peso non è soltanto quello dei voti.

C’è la paura di scegliere male, di deludere la famiglia, di non trovare un futuro dopo la laurea.La scuola, dunque, è soltanto uno dei luoghi in cui il disagio può emergere. Non è il centro unico del problema. Un giovane attraversa contemporaneamente più ambienti: casa, amicizie, università, lavoro, sport, relazioni, spazi digitali.

Se qualcosa si rompe in uno di questi ambiti, gli effetti possono riflettersi sugli altri.Anche per questo parlare di salute mentale significa parlare di vita quotidiana. Significa interrogarsi su quanto tempo abbiamo per ascoltare gli altri, su quanto spazio lasciamo alla vulnerabilità, su quanto siamo capaci di accettare che una persona possa avere bisogno di fermarsi senza per questo essere considerata debole.

QUANDO CHIEDERE AIUTO DIVENTA UN PASSO

Il cambiamento culturale più importante forse è proprio questo: smettere di pensare che chiedere aiuto debba essere l’ultima possibilità. Un professionista può intervenire quando il disagio è ancora affrontabile, aiutando a mettere ordine nei pensieri, riconoscere le emozioni, comprendere i comportamenti e individuare strategie per stare meglio. Non significa necessariamente affrontare una terapia lunga o avere una diagnosi. Significa avere uno spazio competente in cui poter parlare.In Italia il bisogno di assistenza è evidente anche nei dati dei servizi.

Il Rapporto sulla salute mentale del Ministero della Salute, pubblicato nel 2026 con i dati relativi al 2024, indica 845.516 persone assistite dai servizi specialistici nel corso dell’anno. I nuovi utenti sono stati 272.497 e, tra questi, 258.999 hanno avuto per la prima volta nella vita un contatto con i servizi. Sono numeri riferiti alla salute mentale complessiva e non soltanto ai giovani, ma raccontano la dimensione di una domanda che arriva ai servizi e che rende centrale il tema dell’accesso alle cure.Per i più giovani la questione dell’accesso è ancora più delicata.

Riconoscere un problema e sapere a chi rivolgersi sono due passaggi diversi. Un ragazzo può avere il coraggio di dire «ho bisogno di uno psicologo» e, subito dopo, non sapere dove trovarlo, quanto costa, se deve parlarne con i genitori, se il servizio pubblico è disponibile o se dovrà aspettare.

In Campania, tra gli strumenti territoriali c’è la Psicologia di Base, servizio pubblico e gratuito che offre un primo supporto psicologico nei distretti sanitari delle Asl e lavora in collegamento con il medico di famiglia. L’obiettivo è intercettare tempestivamente il disagio e orientare, quando necessario, verso i servizi specialistici. È una porta d’ingresso che può essere importante proprio perché riduce la distanza tra il momento in cui una persona capisce di avere bisogno di aiuto e quello in cui riesce effettivamente a chiederlo.

Ma una porta aperta serve a poco se non si sa che esiste. L’informazione, quindi, è parte della cura. Sapere quali servizi sono disponibili, come accedervi e a chi rivolgersi significa rendere concreto un diritto che altrimenti rimane teorico. E significa anche evitare che la possibilità di ricevere sostegno dipenda esclusivamente dalla capacità economica della famiglia.