Violato il divieto di avvicinamento. La consulta: “In carcere, ma valutando la gravità dei fatti””
LA SENTENZA
15 ottobre 2026
LA SENTENZA

Violato il divieto di avvicinamento. La consulta: “In carcere, ma valutando la gravità dei fatti””

La vicenda di un indagato di Avellino arriva davanti ai giudici costituzionali. Per la Corte Costituzionale il ricorso è inammissibile: spetta ai giudici valutare la «lieve entità» dei fatti.
Maria Durato Avino

Il protagonista dello scontro giudiziario è uomo indagato per stalking e lesioni ad Avellino, sottoposto a divieto di avvicinamento con braccialetto elettronico. L’uomo aveva violato le prescrizioni del giudice: non caricando correttamente il dispositivo, saltando un appuntamento con i tecnici e violando la distanza di 500 metri.

L’articolo 276 del codice di procedura penale prevede che, in caso di manomissione o condotte gravi e/o reiterate che ostacolano il funzionamento dei dispositivi elettronici di controllo, il giudice deve revocare la misura in corso e disporre la custodia cautelare in carcere, «salvo che il fatto sia di lieve entità».

 

Al centro del dibattito vi è una sola domanda: chi manomette o ostacola il funzionamento dei dispositivi di tracciamento elettronico deve finire automaticamente in carcere? Per il Tribunale del Riesame di Napoli la risposta è no, ed anzi, i giudici chiamati a pronunciarsi ritenevano che la normativa comprimesse la discrezionalità del giudice, impedendo di applicare misure intermedie,  laddove il pericolo non fosse tale da giustificare l’ingresso in carcere.

Per questo, il Riesame aveva sollevato questione di legittimità costituzionale, ipotizzando una lesione dei principi di proporzionalità e tutela della libertà personale. La decisione della Corte Costituzionale ha però fermato il ricorso, dichiarandolo inammissibile. La Consulta ha evidenziato come la normativa vigente non imponga affatto una rigidità cieca.

Il legislatore ha infatti inserito una specifica valvola di salvaguardia: la misura del carcere scatta in automatico «salvo che il fatto sia di lieve entità». La pronuncia lascia così intatta la normativa: ostacolare il corretto funzionamento del braccialetto elettronico continua a essere punito con il massimo rigore, ma al tempo stesso resta garantita la possibilità di applicare misure meno afflittive del carcere qualora si dimostri che i fatti siano di lieve entità.

In relazione al caso in esame, la Consulta ha evidenziato che il giudice di Napoli non aveva fornito elementi sufficienti per dimostrare che le violazioni commesse dall’indagato potessero ritenersi “lievi” e tali, quindi, da evitare la custodia in prigione.