Napoli. Un detenuto di 54 anni si toglie la vita a Poggioreale
Un dramma che si ripete con spietata puntualità e riapre una ferita mai rimarginata all’interno degli istituti di pena. Un detenuto di 54 anni, Massimo, si è tolto la vita nel carcere di Poggioreale. A rendere nota la notizia è Samuele Ciambriello, garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania.
I numeri da incubo
Quello di Massimo è il sesto suicidio registrato dall’inizio dell’anno nelle carceri campane, un tassello che va ad aggiungersi a un bilancio nazionale tragico: 59 suicidi complessivi in Italia dall’inizio dell’anno, cui si affiancano altri 145 decessi avvenuti per differenti cause. Questi gesti estremi, sottolinea il garante, non ci sono soltanto fredde statistiche, ma esistenze segnate da un profondo isolamento, dipendenze da sostanze, gravi fratture familiari e sofferenze relazionali.
L’appello di Ciambriello
Vulnerabilità che spesso non trovano risposte nel mondo esterno e che finiscono per esplodere una volta varcata la soglia della reclusione. Di fronte all’ennesima vita spezzata, Ciambriello rivolge un appello accorato e perentorio alle istituzioni e all’intera collettività. Per spezzare questa drammatica catena di morti occorre un cambio di rotta radicale: «Non si può continuare ad agire soltanto a tragedia avvenuta».
La necessità del supporto
È necessario intercettare il disagio e farsi carico dei soggetti più fragili prima ancora che il carcere diventi la loro unica destinazione. Le sole misure alternative, per quanto preziose, rischiano di rivelarsi insufficienti se non inserite in un sistema di accoglienza e supporto reale.
I numeri del disagio
I numeri del resto parlano chiaro: su circa 64mila detenuti presenti in Italia, oltre 40mila appartengono a categorie estremamente fragili — malati di mente, tossicodipendenti, persone indigenti o immigrati privi di qualsiasi rete familiare. Una massa di “invisibili” per i quali la detenzione non può ridursi a semplice custodia passiva. La strada tracciata dal garante richiede la costruzione di un’alleanza strutturale tra l’Ufficio Esecuzione Penale Esterna (UEPE), le ASL, il Terzo Settore e le comunità ecclesiali.
Potenziare la formazione
Contestualmente, dentro le mura è urgente potenziare l’assistenza psicologica, i progetti di accudimento, la formazione e il lavoro, per evitare che l’inattività alimenti la disperazione. Solo integrando interventi dentro e fuori dagli istituti sarà possibile offrire un’alternativa concreta e prevenire simili immani tragedie.

