Castellammare | Sequestrato il patrimonio di un colletto bianco dei D'Alessandro
Beni per circa 1,7 milioni di euro sono stati sequestrati dalla Guardia di Finanza di Napoli a Liberato Paturzo, alias…
Mattoni e camorra, sigilli all’impero del colletto bianco del clan D’Alessandro. Cinque unità immobiliari, un box auto, quote sociali e l’intero patrimonio aziendale di due società edili, oltre a un deposito di risparmio per un valore complessivo di circa 1,7 milioni di euro. È questo il patrimonio, accumulato dal 1997, posto sotto sequestro dai militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Napoli, in esecuzione di un decreto emesso dal Tribunale di Napoli. Il provvedimento colpisce direttamente Liberato Paturzo, 66 anni, noto negli ambienti criminali con il soprannome di “Cocò”, imprenditore stabiese, libero dallo scorso aprile, del settore edile da sempre considerato dagli inquirenti della Direzione Distrettuale Antimafia partenopea la figura chiave degli affari, delle speculazioni e dell’infiltrazione economica della multinazionale del crimine con roccaforte a Scanzano nei territori situati tra Castellammare di Stabia e Gragnano.
Castellammare | Sequestrato il patrimonio di un colletto bianco dei D'Alessandro
Beni per circa 1,7 milioni di euro sono stati sequestrati dalla Guardia di Finanza di Napoli a Liberato Paturzo, alias…
L’operazione, condotta dagli uomini della Compagnia della Guardia di Finanza di Castellammare di Stabia, rappresenta l’approdo di una complessa e articolata attività investigativa sul profilo patrimoniale e personale di Paturzo. La richiesta di applicazione della misura di prevenzione patrimoniale risale a oltre sei anni fa, nel maggio del 2020, e fu firmata dall’allora pubblico ministero della Dda partenopea Giuseppe Cimmarotta. Gli accertamenti economico-patrimoniali si sono concentrati su un arco temporale vastissimo, compreso tra il 1997 e il 2024, permettendo alle fiamme gialle di far emergere una macroscopica e costante sproporzione tra i redditi dichiarati al fisco dall’imprenditore e dal suo nucleo familiare rispetto all’effettivo patrimonio accumulato e agli investimenti immobiliari e finanziari portati a termine in quegli stessi anni.
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Gli elementi raccolti dagli investigatori hanno tratteggiato nei confronti di Paturzo indizi sintomatici di una spiccata “pericolosità qualificata”, legata a doppio filo al suo presunto e prolungato inserimento organico nella struttura della camorra stabiese. Secondo la ricostruzione della Dda, l’imprenditore non si limitava a subire le pressioni della criminalità organizzata, ma avrebbe svolto un ruolo attivo e strategico: da un lato finanziatore delle attività illecite del clan D’Alessandro, dall’altro figura di raccordo e intermediario con gli altri operatori economici del settore edile da avvicinare per l’imposizione sistematica del racket e delle percentuali sui cantieri.
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Tutti i beni finiti sotto chiave, secondo i magistrati, sono stati acquistati e realizzati in condizioni reddituali e con entrate lecite del tutto insufficienti a giustificarne la provenienza, dovendosi pertanto considerare il frutto reimpiegato delle attività illecite del sodalizio criminale di Scanzano. Il ritratto che viene fuori dalle informative dell’Antimafia su Paturzo è quello di un vero e proprio “colletto bianco” storicamente legato ai vertici della cupola del clan e in particolare alla figura del boss, attualmente in libertà, Luigi D’Alessandro, alias “Gigginiello”, fratello del padrino defunto Michele.
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Dopo aver affrontato le prime vicende giudiziarie e scontato una condanna per fatti risalenti agli anni ‘90, Paturzo è tornato in libertà proponendosi sul territorio come il costruttore di fiducia e di riferimento della cosca, in grado di controllare e condizionare l’assegnazione degli appalti sia pubblici che privati. Il suo nome è comparso puntualmente nelle più importanti inchieste dell’Antimafia degli ultimi anni: nel 2018 fu arrestato nell’ambito dell’operazione “Olimpo”, la maxi-indagine che svelò la ragnatela estorsiva stesa da quattro clan tra Castellammare, Gragnano, Agerola e Pompei, per poi ricomparire nei faldoni dell’inchiesta “Domino Bis”.
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Ritornato in libertà dallo scorso aprile, Paturzo resta attualmente imputato a piede libero in altri procedimenti di camorra. A ricostruire il ruolo egemone esercitato da Paturzo nel settore del mattone sono state anche le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia. Tra queste spiccano quelle dell’ex killer Salvatore Belviso, il quale ha spiegato agli inquirenti come la quasi totalità delle opere edili sul territorio fosse nell’orbita di Scanzano: «Nel 90% dei casi i lavori, sia pubblici che privati, venivano aggiudicati a costruttori individuati da noi». Belviso ha indicato in Paturzo il regista incaricato di raccogliere e versare i proventi ai vertici del clan, come nel caso di un intervento per dei box situati lungo il Viale Europa dove nelle tasche del boss Vincenzo D’Alessandro sarebbero arrivati circa 350mila euro.
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Quando i lavori venivano eseguiti da terzi, era lo stesso Paturzo a farsi carico di richiedere agli imprenditori la “quota” spettante alla camorra. Paturzo, da quanto emerge dalle indagini aveva anche affari in diversi appalti pubblici della zona. Ad accusare Paturzo è anche l’ex kiler Pasquale Rapicano che ai magistrati della Dda ha svelato che l’imprenditore «costringeva mediante minaccia i rappresentanti dei condomini ad assegnare i lavori edili alle sue ditte. Non c’era lavoro pubblico o privato a Castellammare che non venisse fatto da Paturzo».