Elogio della livella, la morte che rende tutti uguali
Ci sono parole che attraversano il tempo senza perdere la capacità di parlare al presente. A Napoli una di queste parole è «livella»: un oggetto semplice, utilizzato per rendere uniforme una superficie, che nella poesia di Totò diventa il simbolo di una verità molto più grande.
Davanti alla morte, le differenze che durante la vita sembrano insuperabili finiscono per perdere significato. Il titolo di un nobile, la ricchezza accumulata, il prestigio sociale e il lavoro umile di chi ha trascorso le proprie giornate al servizio degli altri non possono cambiare ciò che attende ogni essere umano.
È il cuore di una delle poesie più conosciute di Antonio De Curtis, in arte Totò. Un testo scritto in napoletano, entrato nell’immaginario collettivo e diventato molto più di una composizione poetica: una riflessione sulla vanità delle gerarchie, sull’orgoglio e sul modo in cui le persone misurano il proprio valore attraverso il confronto con gli altri.
Il calendario offre un’occasione naturale per tornare su quel messaggio. Il 31 ottobre, mentre le strade si riempiono di zucche, maschere e iniziative legate ad Halloween, si apre il fine settimana che conduce a Ognissanti, il primo novembre, e alla commemorazione dei defunti, il giorno successivo. Sono date diverse per significato e tradizione, ma tutte riportano, in modi differenti, al rapporto tra i vivi e chi non c’è più.
A Napoli, dove il ricordo dei morti si intreccia con racconti popolari, credenze, rituali familiari e una particolare capacità di affrontare anche gli argomenti più dolorosi attraverso l’ironia, il pensiero di Totò conserva una forza speciale.
La sua poesia non invita soltanto a riflettere sulla fine della vita. Costringe a guardare ciò che accade prima: le distanze che costruiamo, le differenze che alimentiamo, il peso che attribuiamo al denaro e alla posizione sociale.
La domanda, allora, non riguarda soltanto ciò che succede quando si muore. Riguarda soprattutto il modo in cui si vive.
Se davanti alla morte le gerarchie perdono valore, perché durante la vita continuano a determinare così profondamente le possibilità delle persone?
LA LEZIONE DEL PRINCIPE DELLA RISATA
Totò, nato a Napoli nel 1898 e scomparso a Roma nel 1967, è stato uno dei volti più riconoscibili dello spettacolo italiano. Attore, comico, interprete di teatro e cinema, ha costruito una carriera straordinaria trasformando il linguaggio, i gesti e le contraddizioni della società in materia di comicità.
Dietro la maschera dell’uomo capace di far ridere con una smorfia o con una battuta, però, c’era anche uno sguardo attento alle debolezze umane.
Il suo rapporto con Napoli è parte essenziale di questa eredità. La città non è soltanto il luogo delle sue origini: è un universo di personaggi, modi di dire, contrasti sociali e storie quotidiane che attraversa la sua produzione. Nelle sue interpretazioni, la dignità degli umili si scontra spesso con la presunzione di chi si considera superiore. L’autorità viene ridimensionata, le apparenze smascherate, il potere trasformato in una caricatura. La risata diventa così uno strumento per mettere in discussione ciò che, nella vita di tutti i giorni, viene accettato come naturale.
Con «‘A livella», questo sguardo assume una forma particolarmente efficace. La poesia, pubblicata nella raccolta omonima del 1964, racconta un incontro immaginario in un cimitero, nella notte legata alla commemorazione dei defunti. Due uomini, sepolti uno accanto all’altro, si ritrovano a discutere anche dopo la morte. Da una parte c’è un marchese, convinto che il proprio rango debba conservarsi persino nella tomba; dall’altra un netturbino, Gennaro Esposito, che non accetta di essere considerato inferiore soltanto perché ha avuto un mestiere umile.
Il contrasto è immediato. Il marchese continua a difendere il proprio nome e la propria posizione, come se il titolo nobiliare potesse sopravvivere intatto anche quando tutto il resto è finito. Il netturbino, invece, risponde con il buon senso di chi conosce la vita e non riconosce alcuna superiorità nella semplice appartenenza a una classe sociale. La scena è comica, ma il significato va oltre la battuta: il marchese è ancora prigioniero delle gerarchie terrene, mentre l’uomo che riteneva inferiore ha compreso che la morte non riconosce privilegi. È proprio questo rovesciamento a rendere la poesia ancora attuale.
Totò non ha bisogno di costruire un discorso astratto sull’uguaglianza. Gli basta mettere due personaggi uno accanto all’altro e lasciare che siano le loro parole a rivelare l’assurdità di certe convinzioni. Il titolo nobiliare non cambia la condizione del morto; il mestiere svolto in vita non rende meno degna la persona che lo ha esercitato. La forza del testo nasce anche dalla lingua.
Il napoletano non è un semplice ornamento, ma lo strumento attraverso cui la riflessione diventa concreta, popolare, immediata. Il tono ironico avvicina il lettore, il dialogo rende riconoscibili i personaggi e la conclusione consegna una lezione che non ha bisogno di spiegazioni complicate. La poesia fa sorridere e, subito dopo, costringe a pensare.
IL CIMITERO COME SPECCHIO DELLA SOCIETÀ
Il cimitero, nella poesia, non è soltanto lo scenario di un incontro immaginario. È un luogo in cui le differenze sociali si mostrano e, nello stesso tempo, vengono messe in discussione.
Le tombe possono raccontare una vita attraverso nomi, iscrizioni, fotografie, monumenti e decorazioni. Alcune sono imponenti, altre semplici. Alcune custodiscono storie che una famiglia ha potuto tramandare per generazioni, altre sembrano destinate a essere dimenticate. La poesia non sostiene che tutte le tombe siano materialmente uguali.
Al contrario, il contrasto tra il marchese e il netturbino si comprende proprio perché le differenze continuano a esistere anche nel luogo della sepoltura. Ciò che viene meno è la pretesa che quelle differenze possano stabilire un valore umano superiore o inferiore. È una distinzione importante. La morte non cancella retroattivamente le condizioni in cui ciascuno ha vissuto, né rende identiche le storie personali.
Non restituisce a chi è stato povero le opportunità che non ha avuto, non risarcisce chi ha attraversato difficoltà, non annulla le ingiustizie subite. La livella di Totò è soprattutto un’immagine morale: ricorda che il prestigio e il denaro non possono diventare una misura assoluta della dignità. Per questo la poesia continua a parlare a generazioni diverse. In un mondo in cui il successo viene spesso misurato attraverso ciò che si possiede, il lavoro che si svolge, la casa in cui si abita o le possibilità che si possono offrire ai figli, il suo messaggio rimane scomodo.
Ci ricorda che la posizione sociale non coincide con il valore di una persona e che la ricchezza, per quanto possa aprire molte porte, non rende nessuno superiore agli altri. La domanda più difficile arriva quando si torna fuori dal cimitero. Perché se siamo capaci di riconoscere l’uguaglianza davanti alla morte, facciamo tanta fatica a riconoscerla nelle condizioni concrete della vita?.
QUANDO IL DENARO DECIDE LE POSSIBILITÀ
Nella vita quotidiana, le disuguaglianze raramente si presentano con la stessa evidenza di un titolo nobiliare contrapposto al mestiere di un netturbino. Sono spesso più silenziose. Si nascondono nelle opportunità che alcuni possono permettersi e altri devono rimandare, nelle scelte che per una famiglia rappresentano una semplice organizzazione del bilancio e per un’altra diventano rinunce obbligate.
Una visita medica privata può essere una soluzione per chi vuole ridurre i tempi di attesa e dispone delle risorse necessarie; per chi non può sostenerne il costo, la stessa possibilità semplicemente non esiste. Un giovane può accettare uno stage poco retribuito se ha una famiglia in grado di aiutarlo, mentre un coetaneo con maggiori necessità economiche potrebbe dover scegliere subito un lavoro che garantisca un’entrata. Un affitto può rappresentare un passaggio naturale verso l’indipendenza per qualcuno e un ostacolo insormontabile per qualcun altro. Sono situazioni diverse, ma hanno un elemento comune: le risorse economiche influenzano il margine di scelta. Non determinano ogni aspetto dell’esistenza, né cancellano l’impegno personale, le capacità o la responsabilità individuale.
Tuttavia possono rendere più semplice affrontare un imprevisto, cambiare strada, investire nella formazione o sostenere un periodo difficile. Al contrario, chi vive con entrate limitate è spesso costretto a concentrare ogni energia sulle necessità immediate. Il fenomeno si osserva anche nella vita delle famiglie. Due genitori possono desiderare le stesse opportunità per i figli, ma non avere le stesse possibilità di pagare un corso sportivo, una lezione di musica, un viaggio d’istruzione o un percorso di formazione. Due lavoratori possono impegnarsi con la stessa serietà e tuttavia ritrovarsi in condizioni molto diverse a causa della stabilità del contratto, del reddito, dei costi dell’abitazione o del sostegno familiare di cui dispongono. È qui che il significato della livella si allontana dal cimitero e torna nella vita reale.
L’uguaglianza di dignità non basta se le opportunità rimangono profondamente diverse. Riconoscere che nessuno vale più di un altro è un punto di partenza; interrogarsi sulle condizioni che permettono alle persone di vivere con sicurezza e costruire il proprio futuro è il passo successivo. Per una comunità, questo significa guardare oltre le apparenze. Una famiglia che paga regolarmente le bollette può trovarsi senza risparmi per un imprevisto.
Un giovane che lavora può non riuscire a lasciare la casa dei genitori. Un anziano può vivere in un’abitazione di proprietà e avere comunque difficoltà a sostenere le spese quotidiane. La fragilità economica non coincide sempre con l’assenza di lavoro o con una condizione immediatamente visibile. Anche la provincia di Napoli è attraversata da queste differenze, che non possono essere ridotte a una sola immagine. Ci sono realtà diverse tra loro, famiglie con risorse e bisogni differenti, persone che riescono a fronteggiare gli aumenti e altre che devono riorganizzare ogni mese le proprie priorità. Per raccontare queste situazioni servono dati, testimonianze e attenzione alle specificità dei territori. Ma la domanda che le attraversa è comune: quanto conta ciò che una persona possiede nel determinare ciò che può fare della propria vita?
LA DIGNITÀ NON SI MISURA DAL COGNOME
Il marchese della poesia di Totò continua a difendere la propria superiorità perché non riesce a immaginare un mondo in cui il suo titolo non abbia più valore. Gennaro Esposito, invece, gli ricorda che il prestigio non può trasformarsi in un diritto a essere considerato migliore.
Il dialogo funziona perché mette in scena un meccanismo ancora riconoscibile: l’abitudine a classificare le persone sulla base del lavoro, della provenienza, del reddito o del ruolo che ricoprono. Queste classificazioni possono assumere forme differenti. C’è chi viene giudicato dal quartiere in cui vive, chi dal mestiere che svolge, chi dall’aspetto, chi dalle possibilità economiche. A volte sono pregiudizi espliciti; altre volte si manifestano in aspettative diverse, in opportunità che vengono offerte più facilmente ad alcuni e negate ad altri.
Il rischio è che la posizione sociale finisca per essere scambiata per una misura del merito e, ancora peggio, della dignità. La lezione di Totò non consiste nel negare che esistano differenze tra le persone. Le differenze sono reali: nelle esperienze, nelle capacità, nelle responsabilità e nelle condizioni di partenza. Il punto è non trasformarle in una graduatoria del valore umano.
Il lavoro di chi pulisce una strada non rende quella persona meno degna di rispetto rispetto a chi dirige un’azienda. Il reddito non misura l’onestà, la sensibilità o la capacità di prendersi cura degli altri. Il prestigio non garantisce la generosità, così come una vita semplice non significa una vita priva di valore. In questo senso, «‘A livella» è anche un invito a osservare il modo in cui una società tratta chi svolge lavori indispensabili ma poco riconosciuti. Spesso ci si accorge dell’importanza di certe professioni soltanto quando vengono a mancare.
Eppure il funzionamento quotidiano delle città dipende da attività che restano ai margini dell’attenzione pubblica: la pulizia, la cura, l’assistenza, la manutenzione, i servizi che permettono agli altri di vivere e lavorare. La poesia riporta al centro queste figure senza trasformarle in eroi né idealizzarle. Il netturbino non è migliore del marchese perché svolge un lavoro umile; ha ragione perché rifiuta di accettare che quel lavoro lo renda inferiore. La differenza è sostanziale: non si tratta di capovolgere la gerarchia, ma di mettere in discussione l’idea stessa che il rango sociale possa stabilire il valore di una persona.
TRA IL RICORDO E IL PRESENTE
Nei giorni dedicati ai defunti, il pensiero torna inevitabilmente a chi non c’è più. Le famiglie raggiungono i cimiteri, portano fiori, sistemano le tombe e si fermano davanti a una fotografia. Per qualcuno è un rito religioso; per altri un gesto di affetto, un’abitudine tramandata o un’occasione per raccontare ai più giovani la storia di chi li ha preceduti. Ogni visita contiene un ricordo diverso, ma tutte condividono il tentativo di mantenere un legame. In questa dimensione, la poesia di Totò trova un’altra chiave di lettura. La morte rende evidente il limite di ogni ambizione terrena, ma il ricordo restituisce valore a ciò che una persona ha fatto, ai rapporti che ha costruito e al segno che ha lasciato. Non sono soltanto i monumenti o le iscrizioni a raccontare una vita. Spesso ciò che rimane davvero è il modo in cui quella persona è stata presente per gli altri.

