La resa di un boss disperato: «Pensavo di aiutare i miei figli»

Ciro Formisano,  

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«Signor giudice, sono qui oggi perché voglio fare chiarezza su questa vicenda. Io ho la coscienza pulita, ho solo provato ad aiutare i miei figli». La voce che spezza il silenzio dell’aula affollata non è quella di un testimone qualunque. Davanti ai giudici del tribunale di Torre Annunziata, scortato da 3 agenti della polizia penitenziaria, c’è un camorrista che per anni è stato considerato uno dei criminali più pericolosi d’Italia. Il suo nome è Vincenzo D’Apice. Fisico asciutto, maglione azzurro con rombi grigi e alle spalle un passato nero. Un passato da ras del clan Cesarano, la cosca specializzata in racket e riciclaggio che detta legge a Pompei e Castellammare di Stabia. «Voglio parlare», ripete al suo avvocato Francesco Schettino battendo le mani contro la gabbia di pelxiglas dell’aula “Giancarlo Siani” del tribunale di Torre Annunziata. Assieme ad Agostino Cascone, un operaio incensurato, D’Apice è a processo per tentata estorsione.

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