ESCLUSIVA. Il boss D'Alessandro al 41bis pubblica una raccolta di poesie: «Sono l'alibi della gente»
«La poesia è lo spazio dove posso essere ciò che desidero». Si legge anche questo verso tra le trenta composizioni…
Il boss Michele Omobono, classe 1954, deve rimanere al 41 bis. A scriverlo nero su bianco sono i giudici della settima sezione della Corte di Cassazione (presidente Giuseppe Santalucia). Gli ermellini hanno ritenuto inammissibile un ricorso presentato dai legali del pluripregiudicato stabiese condannato all’ergastolo nell’ambito dei delitti eseguiti contro i fedelissimi del clan D’Alessandro di Castellammare di Stabia. L’uomo, insieme a Massimo Scarpa, agli inizi degli anni 2000 costituì un’organizzazione criminale per tentare di prendere l’egemonia sugli affari criminali di Castellammare di Stabia a discapito della cosca di Scanzano.
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Da questa brama di potere nacque una delle guerre di camorra tra le più cruenti della provincia di Napoli con omicidi eccellenti e agguati eseguiti in pieno giorno. I legali di Michele Omobono, che è recluso al regime del carcere duro, hanno impugnato di fronte ai giudici della Cassazione una sentenza del Tribunale di Sorveglianza a cui si erano appellati contro il decreto di proroga del 41 bis emanato dal Ministero della Difesa su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia.
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Gli avvocati hanno provato a fare leva sul fatto che il clan Omobono Scarpa sia stato completamente smantellato negli anni. Ma prima i giudici di sorveglianza e poi quelli della suprema corte hanno bocciato questa tesi. L’origine dell’organizzazione criminale risale a metà degli anni ‘90 quando i due ex cutoliani strinsero un accordo con i Fontana, altro clan attivo nel rione dell’Acqua della Madonna.
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I due boss dichiarano guerra alla cosca del quartiere di Scanzano, ordinando l’omicidio di due pezzi da novanta del clan, ovvero Giuseppe Verdoliva e Antonio Martone. Gli scissionisti programmarono le loro vittime per colpire sul tallone d’Achille la famiglia di Michele D’Alessandro: Verdoliva era infatti un suo strettissimo collaboratore, mentre Martone era il cognato del padrino Michele D’Alessandro, in quanto fratello della consorte di questi, Teresa Martone.
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Il clan non ha mai avuto intenzione di fermarsi, il denaro sporco continuava ad aumentare grazie alle numerose attività illecite, tra cui il traffico di droga, di armi e le estorsioni, che si svolgevano nelle strade di Castellammare. Il clan D’Alessandro rispose orinando altri delitti. La terribile faida fu fermata da indagini e arresti.