Inammissibili i ricorsi presentati da cinque imputati: la Corte di Cassazione mette la parola fine (sul piano penale) alla vicenda delatore di Andrea Cuomo, l’operaio che a dicembre 2014 perse la vita in un cantiere edile di Salerno.
Quella tragedia, in un primo momento, fu occultata: la ditta in cui lavorava da poco arrivò ad alterare la scena dell’incidente, nel tentativo di simulare un malore fatale, piuttosto che la caduta dall’impalcatura su cui si trovava. Il tutto alla presenza, poco distante, di un ufficiale dei carabinieri che non fece nulla per impedire che quella messa in scena avesse luogo.
Ci volle tutta la determinazione dei familiari del 57enne operaio per ottenere, in primis, la riapertura delle indagini e poi l’esumazione della salma e l’autopsia, per chiarire l’accaduto.In primo grado i giudici del tribunale di Salerno, dove erano finite a giudizio cinque persone, accusate a vario titolo di numerosi reati, avevano accolto, sostanzialmente, l’impianto accusatorio della procura.
Andrea Cuomo
Alla sbarra erano finiti i costruttori Antonio e Annalisa Pastore, padre e figlia – accusati di omicidio colposo e di alcuni reati di natura edilizia, oltre (il solo Antonio) di aver imposto ai dipendenti di modificare la scena della tragedia – il direttore dei lavori Giovanni Luigi Nocera, il figlio Umberto Nocera, titolare della ditta che aveva commissionato la costruzione del complesso residenziale “Torre Orizzonte Due” a Salerno – che rispondevano dei soli reati di natura edilizia; infine il tenente colonnello dei carabinieri Francesco Merone: l’ex comandante del reparto operativo di Salerno rispondeva di falso ideologico, favoreggiamento, omissione in atto d’ufficio, omessa denuncia in quanto pubblico ufficiale, anche se non in servizio.
I giudici comminarono 3 anni e 6 mesi ad Antonio Pastore per l’omicidio colposo, 2 anni per aver imposto ai suoi dipendenti di alterare la scena della tragedia e 1 anno per gli abusi edilizi, per un totale di 6 anni e 6 mesi. Alla figlia Annalisa, invece, 2 anni e 6 mesi per omicidio colposo e 1 anno per i reati edilizi, per un totale di 3 anni e 6 mesi. Giovanni e Umberto Nocera, invece, erano stati condannati a un anno ciascuno, per i soli reati edilizi. Infine 3 anni e 6 mesi inflitti al colonnello Merone per le accuse che lo riguardavano.
Nel corso del processo si erano costituiti sia i familiari di Andrea Cuomo, assistiti dagli avvocati Annalisa e Giosuè D’Amora, e la Fillea Cgil, il sindacato di categoria degli edili, rappresentato dall’avvocato Aldo Avvisati.La sentenza di secondo grado, emessa a fine aprile 2025 in Corte d’Appello a Salerno, aveva confermato le condanne nei confronti di Antonio e Annalisa Pastore per l’omicidio colposo, disponendo nei confronti di Antonio Pastore l’intervenuta prescrizione per le accuse di frode processuale e violenza per indurre a eseguire i propri voleri, fatte salve, tuttavia le statuizioni civili di primo grado, secondo prassi consolidata della Cassazione.
La pena nei confronti di Antonio Pastore, quindi, era scesa da 6 anni e 6 mesi a 4 anni e 6 mesi. Rigettati invece gli appelli, e quindi condanne confermate, per Giovanni e Umberto Nocera. Intervenuta prescrizione anche per le accuse riguardanti il colonnello Merone. La Cassazione, rigettando i ricorsi, ha chiuso la vicenda sul piano penale, più di 11 anni dopo la tragedia.
Gli avvocati
«Giustizia è fatta – commenta il sindaco di Santa Maria la Carità Giosuè D’Amora – Con la decisione della Corte di Cassazione, che ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei condannati, ieri si é chiuso finalmente il capitolo penale sulla tragica morte del nostro concittadino Andrea Cuomo. È una sentenza che mette la parola “fine” a un percorso processuale doloroso e che conferma una verità amara: non si è trattato di una fatalità, ma di una morte causata da gravi e reiterate inadempienze dei datori di lavoro».
Da sindaco in primis e anche da legale, unitamente alla sorella, l’avvocato Annalisa D’Amora e all’avvocato Aldo Avvisati anche per il sindacato Fillea Cgil, D’Amora ha seguito la vicenda passo dopo passo, unitamente alla moglie Carolina Criscuolo, i due figli ed i familiari.
«Sono rimasto spesso basito di fronte ai dettagli emerso – sottolinea D’Amora – Ciò che più addolora non è solo l’incidente in sé, ma il trattamento riservato ad Andrea: il mancato rispetto delle norme basilari di sicurezza, l’essere considerato non una risorsa ma un ingranaggio sacrificabile e soprattutto l’inaccettabile alterazione del luogo del sinistro per nascondere le responsabilità di noti imprenditori salernitani alla presenza addirittura di un colonnello dei carabinieri in servizio, che con il proprio comportamento ha offeso l’Arma che rappresentava. Vedere esseri umani trattati senza dignità, persino dopo la morte, ci deve far interrogare profondamente come società. Quando l’interesse economico supera il valore della vita umana, abbiamo già perso tutti. Continuerò a battermi affinché il tema della sicurezza sul lavoro non sia solo uno slogan, ma una pratica quotidiana. Non possiamo accettare che si esca di casa per andare a guadagnarsi da vivere e non vi si faccia più ritorno a causa dell’avidità altrui».
«Gli esiti di questa vicenda giudiziaria, che abbiamo seguito, con tutto il suo carico umano, sino al vaglio di legittimità dinanzi la Suprema Corte – dichiara l’avvocato Aldo Avvisati – insegna come l’affermazione della cultura della sicurezza passi non solo attraverso il miglioramento della tecnologia, dei macchinari e dell’organizzazione del lavoro, in generale, ma, vieppiù, anche attraverso l’affermazione di una cultura della sicurezza, ai vai livelli presenti nelle aziende, che faccia vivere il rispetto delle normative non come obblighi a cui dover rispondere ma come opportunità per garantire migliori condizioni di vita, a tutti».

