Torre Annunziata, giù Palazzo Fienga. La Procura: «Ombre nell'amministrazione»
Il giorno della svolta si è compiuto: Torre Annunziata ha avviato la demolizione di Palazzo Fienga. Cade così uno dei…
Di fronte alle macerie di Palazzo Fienga, non s’ode il fragore della rinascita, ma il rumore sordo di una messinscena che ha il sapore amaro della beffa. L’abbattimento del fortino dei Gionta, giunto con un ritardo decennale che definire biblico è un eufemismo di cortesia, non è l’epifania della legalità, ma rischia di essere il suo estremo rintocco funebre. È l’estetica del piccone che tenta di supplire all’etica del governo; un colpo di teatro somministrato a una città che non chiede simboli da guardare, ma dignità e una direzione che non sia il baratro. Torre Annunziata vive oggi uno dei suoi momenti più complicati.
La sensazione che le istituzioni abbiano abdicato al proprio ruolo, rifugiandosi in una debolezza che sconfina nell’irrilevanza, è ormai una certezza granitica. La politica cittadina non ha solo toccato il fondo: ha iniziato a scavare, convinta che sotto il fango si possa ancora mercanteggiare un brandello di potere, un pacchetto di voti, una sopravvivenza biologica che nulla ha a che fare con la nobiltà del vivere civile.
Sono passati oltre dieci anni da quando lo Stato, scosso dal sacrificio del tenente Marco Pittoni — martire involontario di una terra che sembra richiedere sangue per destarsi dal torpore — sferrò un colpo decisivo ai clan. In quel momento, nel vuoto pneumatico lasciato dalla ritirata della criminalità, si sarebbe dovuta accendere la luce della rigenerazione. E invece, si è spento tutto. La politica, incapace di diventare struttura, non ha saputo sostituire il “welfare della camorra” con il welfare dello Stato. La criminalità, più pragmatica della democrazia, ha continuato a tessere le sue tele nel silenzio, fornendo risposte (ancorché avvelenate) laddove le istituzioni offrivano solo scartoffie e promesse elettorali.
L’abbattimento di Palazzo Fienga, oggi, appare come un gesto fuori tempo massimo. Si abbatte un guscio vuoto quando il male ha già mutato forma, si è fatto fluido, forse si è infiltrato tra le pieghe di una pubblica amministrazione che sembra aver dimenticato il suo mandato originale.
Senza un progetto simmetrico di rinascita, senza un piano che riguardi il porto — non come deposito di cisterne industriali, ma come polmone turistico e vitale — e senza un risanamento economico e culturale, la piazza che nascerà dalle macerie rischia di essere solo un deserto intitolato alla memoria, circondato dal deserto della realtà.
Il dramma ha raggiunto il suo apice nel giorno dello “show” ministeriale. Mentre le alte cariche dello Stato sfilavano sul proscenio della legalità formale, un cortocircuito istituzionale senza precedenti ha squarciato il velo dell’ipocrisia.
Torre Annunziata, giù Palazzo Fienga. La Procura: «Ombre nell'amministrazione»
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Il Procuratore capo, Nunzio Fragliasso, con un gesto che certamente ha rotto la liturgia del cerimoniale ma evidentemente ha onorato il dovere della verità, ha gridato in faccia all’amministrazione comunale l’apatia della sua azione, addirittura la persistenza di contiguità con la criminalità organizzata. Una sentenza senza appello, pronunciata davanti al Ministro dell’Interno. Un’umiliazione definitiva, suggellata dal fatto che al sindaco era stato negato persino il diritto di parola nella scaletta ufficiale.
Nel giorno della svolta simbolica per la città, la politica locale, ridotta al rango di “non degna” dai suoi stessi referenti nazionali, ha finito per mostrare il suo volto più fragile, proprio mentre lo Stato demoliva nello stesso momento il fortino della camorra e una amministrazione democraticamente eletta, sebbene sotto indagine e gravemente accusata.
Il seguito è una cronaca che scivola quasi nel grottesco. Il sindaco Corrado Cuccurullo, ferito nell’orgoglio dell’uomo e del professionista, dopo aver rassegnato le dimissioni (sospese per 20 giorni) ha tentato una difesa legittima che però ha ignorato il dato politico: la responsabilità di chi guida un’amministrazione non si esaurisce nella propria onestà personale (indubbia e fuori discussione), ma si riflette nell’operato, nelle ombre e nei fallimenti dell’intera compagine governativa. Ed è certamente un fallimento ammettere pubblicamente di essere stato frenato da un clima di ostilità allergico al cambiamento nelle stanze del Palazzo.
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Il tentativo di trasformare una crisi istituzionale in una sollevazione popolare è stato l’ultimo sussulto di una narrazione che quasi cozza con la statura di uno stimatissimo docente universitario: convocare una piazza per farsi “reclamare” dal popolo ha avuto un vago sapore di populismo. La risposta di chi ha partecipato è stata animata dalla voglia di portare un sostegno al primo cittadino, sempre più solo dinanzi ad un destino ineluttabile. Tanto commovente dal punto di vista umano, quanto inutile per cambiare la storia e giustificare il ritiro delle dimissioni.
L’unica certezza, in questi giorni concitati, è che Torre Annunziata attende con il fiato sospeso. Attende che gli eventi legati alla Commissione d’Accesso facciano il loro corso, attende il probabile terzo scioglimento dal 1993 ad oggi, un record di cui nessuno può andare fiero. E qualsiasi sarà l’epilogo della storia, gli resterà addosso l’onta della quarta Commissione in trent’anni: un ritmo che da una parte dimostra l’inefficacia della legge sugli scioglimenti (che punisce la politica ma non la macchina comunale, per esempio), ma dall’altra conferma che il male non è un’eccezione, bensì una condizione cronica.
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Alla vigilia delle ultime amministrative, scrissi una riflessione aspramente criticata. Liste elettorali alla mano, definii quello guidato da Corrado Cuccurullo un rinnovamento che puzzava di vecchio. Di nuovo c’era il sindaco (una speranza), di vecchio c’era il sistema marcio che ne aveva partorito la candidatura. Inevitabilmente, di quel sistema il primo cittadino è rimasto vittima. E non poteva essere altrimenti.
La tragedia, però, è che di questo passo chi verrà dopo avrà lo stesso destino segnato, a meno che la politica non saprà rinnegare i pacchetti di voti clientelari, gli accordi di potere privi di respiro strategico e la mediocrità dei candidati al consiglio comunale. Una speranza ridotta ormai al lumicino. E non solo a Torre Annunziata.
Non basterà un sindaco “pulito”, prima ancora servirà una rivoluzione copernicana di pensiero e di azione per liberare Torre Annunziata dall’etichetta di “città di camorra”. E forse è proprio questo il palazzo da abbattere con somma urgenza. Quello di una politica che ha perso l’anima, che brucia ogni cosa, lasciando da anni i cittadini a contare le macerie della propria speranza.