Turismo a Sorrento, operatori in allarme: «Rischiamo di restare isolati»
Fuori dai tavoli che contano, proprio mentre si decide il futuro del turismo italiano. È l’allarme che arriva da Sorrento,…
La Campania perde pezzi importanti del suo tessuto economico fatto di piccoli imprenditori, attività familiari e lavoratori autonomi. Negli ultimi sei anni, infatti, oltre diecimila partite Iva nei settori del commercio e del turismo hanno cessato l’attività o lasciato il mercato. Segnando un ulteriore indebolimento del sistema produttivo locale. A fotografare la situazione è un’elaborazione di Confesercenti sui dati camerali relativi ai comparti del commercio, dell’alloggio, della ristorazione e delle agenzie di viaggio. Secondo il report, in Campania i lavoratori indipendenti attivi in questi settori erano 133.711 nel 2019, mentre nel 2025 il numero è sceso a 123.475 unità. Un saldo negativo di 10.236 occupati, pari a un calo del 7,7%.
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Una flessione che conferma le difficoltà crescenti vissute dalle microimprese. Strette tra aumento dei costi, concorrenza delle grandi piattaforme e difficoltà economiche aggravate negli ultimi anni dalla pandemia e dal caro energia. Il fenomeno non riguarda soltanto la Campania. Tutte le regioni italiane registrano infatti un arretramento del lavoro autonomo nei settori analizzati. A livello nazionale il calo medio è del 14,1%, con le perdite più pesanti concentrate nel Centro Italia (-19,4%) e nel Nord (-15,6%). Il Mezzogiorno contiene parzialmente l’emorragia fermandosi al -9,3%.
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In termini assoluti, le regioni che hanno perso più lavoratori autonomi sono Lombardia, Lazio, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana. Sul piano percentuale, invece, i dati peggiori arrivano da Marche, Lazio e Veneto. Per il presidente di Confesercenti Nico Gronchi, il dato rappresenta un segnale preoccupante per l’economia dei territori. “Un tessuto diffuso di piccole imprese e lavoratori autonomi svolge una funzione economica essenziale – sottolinea – perché sostiene la densità produttiva locale, crea occupazione e garantisce pluralismo nell’offerta commerciale”.
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Secondo Gronchi, alla base della crisi vi sarebbe una combinazione di fattori che rende sempre più difficile avviare o mantenere un’attività. Tra cui pressione fiscale e burocratica, aumento dei costi energetici, affitti commerciali elevati, accesso complicato al credito e squilibri competitivi con grandi operatori e piattaforme digitali. Da qui la richiesta di interventi strutturali. Ossia sostegni ai costi energetici, incentivi agli investimenti privati, misure per favorire il ricambio generazionale e un rafforzamento delle tutele sociali per imprenditori e lavoratori autonomi. Il rischio, avverte Confesercenti, è quello di assistere a un progressivo svuotamento del commercio di prossimità e delle piccole attività turistiche. Con conseguenze dirette non solo sull’economia ma anche sulla vivibilità dei centri urbani e sulla tenuta sociale dei territori.