Dalla strada alla A, il miracolo silenzioso di Ciro Alminni
VOLLEY
25 maggio 2026
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Dalla strada alla A, il miracolo silenzioso di Ciro Alminni

Il coach si racconta dopo la promozione con la Vesuvio Oplonti «Un successo costruito in tre anni. La vittoria a Vibo decisiva»
Anna Santaniello

Dai vicoli del Centro Antico di Castellammare di Stabia ai palazzetti della Serie A3, il viaggio di Ciro Alminni somiglia a quelle storie che nello sport nascono lontano dai riflettori e crescono lentamente, alimentate da sacrifici silenziosi, lavoro quotidiano e una passione che non ha mai conosciuto pause. Dietro la promozione storica della Vesuvio Oplonti non c’è soltanto una vittoria sportiva, ma il percorso umano di un allenatore che ha imparato presto quanto sia difficile trasformare un sogno in una professione.

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La passione per il volley

Quando parla della pallavolo, la sua voce cambia tono. “La passione per questo sport nasce fin da bambino”, racconta. Eppure il suo ingresso in palestra arriva più tardi rispetto a tanti altri ragazzi. “Ho iniziato a giocare tra i quattordici e i quindici anni”. Un’età che spesso può rappresentare un ostacolo. Ma proprio quella partenza ritardata gli ha insegnato subito il valore della pazienza e della perseveranza. La sua storia sportiva prende forma in una palestra di pallavolo a Castellammare, società dove cresce come atleta e dove inizia a immaginare un futuro diverso. “A un certo punto ho capito che potevo trasformare questa passione nel mio lavoro”. È lì che nasce l’allenatore. Prima le giovanili, poi le prime responsabilità e gli allenamenti serali dopo le lezioni universitarie. Nel frattempo arriva anche il percorso in Scienze Motorie. “Volevo unire teoria e pratica per avere una visione completa di questo mondo”.Le sue parole raccontano una gavetta autentica, fatta di palazzetti piccoli e occasioni conquistate lentamente. Pontecagnano rappresenta una tappa importante .

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La chiamata della Vesuvio Oplonti

Poi arriva la chiamata della Vesuvio Oplonti. “Sono arrivato qui tre anni fa dopo quattro stagioni molto importanti”. Da quel momento prende vita un progetto costruito passo dopo passo. Nel primo anno arriva la promozione dalla B2 alla B1, poi una stagione di consolidamento utile a dare stabilità e ambizione al gruppo. “Già dall’anno scorso avevamo iniziato a programmare il salto di categoria”. La Serie A3 non nasce all’improvviso. È il risultato di una programmazione precisa e della scelta di confermare giocatrici considerate fondamentali per l’identità della squadra come il capitano Jessica Lanali, Mazzoni, Bortolot. “Sapevamo che per arrivare in alto serviva continuità”.Per chi guarda da fuori, il cammino della Vesuvio Oplonti sembra quasi perfetto. Vittorie, entusiasmo, una squadra capace di dominare le partite più importanti. Ma dietro quel percorso si nascondono pressioni, dubbi e difficoltà quotidiane. “Forse abbiamo dato l’impressione che fosse tutto semplice, ma non è stato così”. Alminni lo ripete con sincerità. “La chiave è stata pensare sempre al bene del gruppo. Tutti dovevano remare nella stessa direzione”.Nel racconto della stagione emerge continuamente il valore umano dello sport. Tra i nomi che cita più spesso c’è quello di Mariano Pirro, collaboratore fidato e presenza costante nel suo percorso. “Collaboriamo da sette anni e per me è un punto di riferimento”. Tra le immagini che conserva con più emozione ce n’è una che ancora oggi gli illumina lo sguardo: la vittoria di Vibo Valentia. “Loro erano costruiti per dominare il campionato. Noi siamo andati lì e abbiamo giocato una partita quasi perfetta”. In quel palazzetto da Serie A, davanti a una delle squadre più forti del torneo, la Vesuvio Oplonti capisce di poter davvero compiere qualcosa di straordinario.Eppure la strada di Alminni non è stata sempre luminosa. Ci sono stati momenti difficili e dubbi capaci di mettere tutto in discussione. “Il periodo più duro è stato la fine dell’esperienza a Pontecagnano”. Poi arriva la chiamata della Vesuvio Oplonti e con essa la possibilità di ripartire. “Lo sport è fatto di alti e bassi. Bisogna continuare a credere nella strada che si è scelto di percorrere”.C’è una frase che accompagna da sempre il suo cammino: “Non chi comincia, ma quel che persevera”. Un motto che sintetizza perfettamente la sua idea di sport e di vita.Oggi, dopo la promozione conquistata, il sogno non è cambiato. “Allenare stabilmente in Serie A è sempre stato il mio obiettivo”.

Dedica alla famiglia

Ma dietro l’ambizione professionale resta fortissima anche la dimensione personale. Nel momento dei ringraziamenti il suo pensiero corre subito alla famiglia. “Dedico tutto questo a mia moglie e a mia figlia, perché inseguire un sogno richiede tempo e sacrifici”. Poi ai genitori e alla sorella, “i miei primi tifosi”.Sono parole che restituiscono il volto più autentico dello sport. Perché dietro ogni promozione non ci sono soltanto classifiche o risultati. Ci sono gli abbracci dopo le vittorie, le delusioni condivise e la forza di chi continua a credere in te anche nei giorni più difficili. Ed è forse questa la vittoria più grande di una storia iniziata tra le strade di Castellammare di Stabia e arrivata fino ai campi della Serie A3: non avere mai smesso di credere che i sogni, con il lavoro e la perseveranza, possano davvero trasformarsi in realtà.