L’ultima schiacciata, Jessica Panucci si ritira tra le lacrime
VOLLEY
25 maggio 2026
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L’ultima schiacciata, Jessica Panucci si ritira tra le lacrime

A 18 anni l’arrivo in Campania a Pontecagnano Il successo con la Vesuvio Oplonti chiude il cerchio
Anna Santaniello

Il 9 maggio, al termine dell’ultima gara stagionale della Vesuvio Oplonti, il palazzetto si è fermato per qualche minuto. Non per una vittoria, non per un punto decisivo, ma per salutare Jessica Panucci, trentaquattro anni, una vita passata tra palazzetti, sacrifici e ginocchia doloranti. In mano una targhetta, poche righe capaci di raccontare una carriera intera: “Non celebriamo solo le tue 111 presenze in Serie A e i tuoi cinque campionati vinti. Per compagne, allenatori, dirigenti e tifosi sei l’esempio di forza, professionalità, grinta e voglia di migliorarsi sempre”.

Le lacrime di Jessica

Jessica abbassa lo sguardo, sorride appena e gli occhi si riempiono di lacrime. Perché dietro quei numeri c’è molto di più. C’è una bambina che amava il calcio, trasferitasi dalla Toscana alla Calabria con la famiglia a undici anni, costretta a ricominciare tutto da capo. “Una squadra di calcio femminile non c’era e mia madre cercò almeno uno sport che mi aiutasse a fare amicizia”, racconta. Così arrivarono gli allenamenti in una piccola palestra scolastica, tre volte a settimana, quasi per caso.Quel caso, però, sapeva di destino già scritto. Dopo pochi mesi l’allenatore Luciano Ciardi le propose un’esperienza con la squadra di Crotone in Serie B2. Lei, intimorita, disse no. “Mi sembrava troppo presto”. Poi accettò la sfida e da lì iniziò un percorso in continua salita: le giovanili, i primi premi e il sostegno della famiglia sempre presente per permetterle di inseguire questo sogno anche lontano da casa.

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A Pontecagnano inizia il viaggio in Campania

A diciotto anni la prima vera avventura, in Campania, a Pontecagnano, tra Serie A2, giovanili e Serie C. Da allora ogni stagione è stata un nuovo inizio. “È stata una carriera stupenda, fatta di gioie e dolori. Tornassi indietro rifarei tutto”. E i dolori, nel suo caso, hanno avuto spesso il volto di un ginocchio maledetto: due operazioni, mesi difficili, partite giocate stringendo i denti. “Ci sono stati momenti in cui zoppicavo e non riuscivo neanche a stendere la gamba. A volte volevo mollare”. Eppure non lo ha mai fatto davvero. Nemmeno quando, un anno fa, aveva deciso che sarebbe bastata così. Aveva chiamato il procuratore chiedendogli di non proporle più nulla. “Ero stanca della pallavolo”.

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L’arrivo a Torre Annunziata

Poi arrivò la telefonata della Vesuvio Oplonti. Mezza giornata per decidere e mille dubbi in testa. “Ho pianto quando sono arrivata perché non ero convinta. Piango oggi perché non vorrei più andare via”. Quella che doveva essere soltanto l’ultima esperienza si è trasformata in una stagione indimenticabile. Vittorie, emozioni, un gruppo diventato famiglia. Nei momenti più difficili, racconta, la società le è rimasta accanto senza mai lasciarla sola. Ed è forse questo il ricordo più prezioso che porterà con sé. “Ho trovato persone vere, calore, passione. L’ultimo mese l’ho passato a piangere”. Il campo, adesso, resterà alle spalle. Ma certe storie non finiscono davvero con un ultimo pallone messo a terra. Restano nei volti delle compagne, negli applausi di un palazzetto che si alza in piedi, nelle lacrime trattenute fino all’ultimo secondo. Jessica Panucci lascia la pallavolo giocata portandosi dietro cicatrici, sacrifici e vittorie, ma soprattutto il legame umano costruito in ogni tappa del suo percorso. A Torre Annunziata ha ritrovato entusiasmo quando pensava di averlo perso per sempre, trasformando quella che doveva essere soltanto l’ultima stagione in una delle più intense della sua vita. “Piango perché non vorrei andare via”, ha confessato. Ed è forse questa la vittoria più bella: lasciare il campo sapendo di aver trovato una famiglia capace di farle amare ancora, fino all’ultimo giorno, lo sport che per anni è stato la sua casa.