Gragnano | Precipitò dal costone e morì mentre lavorava: 125mila euro alla famiglia
LA SENTENZA
1 Giugno 2026
LA SENTENZA

Gragnano | Precipitò dal costone e morì mentre lavorava: 125mila euro alla famiglia

Parola fine sulla tragedia del 2016 nella Valle dei Mulini. Vincenzo Esposito fu ingaggiato privatamente da un colono
Michele De Feo

A quasi dieci anni dalla tragedia che costò la vita al rocciatore Vincenzo Esposito, la giustizia mette il punto definitivo sulla vicenda. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da L.M., il colono che aveva commissionato i lavori di pulizia e consolidamento del costone roccioso lungo la strada che attraversa la Valle dei Mulini, confermando integralmente le sentenze emesse nei precedenti gradi di giudizio. Con il pronunciamento della Quarta Sezione Penale della Suprema Corte diventano definitive sia la condanna a due anni di reclusione per omicidio colposo sia le statuizioni civili in favore degli eredi della vittima.

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Definitivo anche il riconoscimento delle responsabilità del committente per le violazioni delle norme in materia di sicurezza sul lavoro. La tragedia si consumò il 2 settembre 2016. Vincenzo Esposito, 34 anni, esperto operaio rocciatore, stava lavorando insieme a un collega sulla parete rocciosa che sovrasta un fondo agricolo in via Castello, a Gragnano. Durante le operazioni precipitò nel vuoto da un’altezza superiore ai 25 metri. L’impatto non gli lasciò scampo. Fin dalle prime indagini emerse che l’intervento non era stato affidato alla società per la quale Esposito lavorava abitualmente, ma era stato concordato direttamente tra il rocciatore e L.M., affittuario e colono del fondo interessato dai lavori.

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Esposito stava operando durante un periodo di ferie e utilizzava attrezzature che facevano parte della propria dotazione professionale. Secondo la ricostruzione accolta dai giudici di merito e ora definitivamente confermata dalla Cassazione, il colono rivestiva il ruolo di committente dell’opera e, in quanto tale, era tenuto a verificare l’idoneità tecnico-professionale dei lavoratori incaricati e a garantire il rispetto delle prescrizioni previste dal Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro. Già il Tribunale di Torre Annunziata aveva individuato la violazione, contestando all’imputato di non aver effettuato le necessarie verifiche preventive e di non aver predisposto adeguate misure organizzative e di coordinamento per un’attività considerata ad altissimo rischio.

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Nel ricorso presentato alla Suprema Corte, la difesa aveva sostenuto che Esposito operasse come lavoratore autonomo e che quindi non potessero essere attribuiti al committente gli obblighi tipici del datore di lavoro. Una tesi respinta dai giudici di legittimità. Nelle motivazioni della sentenza la Cassazione evidenzia come lo stesso colono, già pochi giorni dopo l’incidente, avesse dichiarato al pubblico ministero di aver affidato l’incarico di pulizia del costone roccioso, dietro compenso, a Vincenzo Esposito e ad un collega. Circostanza che conferma la sua qualità di committente.

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Da qui il rigetto del primo motivo di ricorso. Particolarmente significativo il passaggio nel quale viene escluso che l’elevata esperienza professionale della vittima possa costituire un’esimente per il committente. Al contrario, i giudici hanno ritenuto che proprio la scelta di affidare un intervento tanto complesso e pericoloso a singoli lavoratori, senza il supporto organizzativo dell’azienda specializzata per cui Esposito prestava servizio, rappresentasse un ulteriore elemento di responsabilità.

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Già il giudice di primo grado aveva evidenziato che, pur essendo rocciatori esperti, i lavoratori impegnati sul costone non potevano beneficiare di quel livello di organizzazione, coordinamento e sicurezza che soltanto una struttura aziendale sarebbe stata in grado di garantire. La sentenza rende definitive anche le statuizioni civili. Gli eredi di Vincenzo Esposito — la moglie e i tre figli, tutti minorenni all’epoca dei fatti — avevano ottenuto una provvisionale immediatamente esecutiva pari a 125 mila euro, in attesa della quantificazione definitiva del danno in sede civile. Nel processo si era costituita parte civile anche la Cgil, rappresentata dall’avvocato Aldo Avvisati; «Sono state accolte pienamente le tesi difensive da noi esposte, tese a far emergere le violazioni alle disposizioni di legge», ha detto il legale.