Pimonte, ritrovato il Crocifisso scomparso dopo il terremoto del 1980: torna in chiesa dopo 46 anni
Per quasi mezzo secolo la sua sorte è rimasta avvolta nel mistero. Da quando il terremoto dell'Irpinia del 1980 rese…
Quando le porte della chiesa di San Michele Arcangelo si sono aperte e l’antico crocifisso è tornato a mostrarsi ai fedeli, qualcuno ha trattenuto a stento le lacrime. Non era soltanto il ritorno di un’opera d’arte. Era il ritorno di un pezzo di memoria collettiva che per quasi mezzo secolo era rimasto sospeso tra ricordi, racconti tramandati e interrogativi senza risposta. Quarantasei anni dopo il terremoto dell’Irpinia che sconvolse la Campania e cambiò il volto di intere comunità, il Cristo ligneo del XVIII secolo è tornato nella sua casa originaria: la parrocchia di San Michele Arcangelo di Pimonte. Un ritorno celebrato questa mattina con una cerimonia semplice ma intensa, alla presenza del parroco don Antonino Lazzazzara, delle autorità civili e militari e di tanti cittadini che per anni avevano sentito parlare di quell’opera senza più poterla vedere.
Pimonte, ritrovato il Crocifisso scomparso dopo il terremoto del 1980: torna in chiesa dopo 46 anni
Per quasi mezzo secolo la sua sorte è rimasta avvolta nel mistero. Da quando il terremoto dell'Irpinia del 1980 rese…
Alla riconsegna dell’opera hanno preso parte numerose autorità civili, religiose e militari. Accanto a don Antonino Lazzazzara erano presenti il sindaco di Pimonte, Francesco Somma, il maggiore dei Carabinieri Giuseppe De Lisa e il brigadiere Salvatore Sorrentino, protagonisti insieme agli investigatori del percorso che ha consentito di riportare il crocifisso nella sua sede originaria. La loro presenza ha conferito alla cerimonia il valore di un momento istituzionale oltre che religioso, simbolo della collaborazione tra comunità, Chiesa, Arma dei Carabinieri e Procura della Repubblica di Torre Annunziata nella tutela del patrimonio storico e culturale del territorio.
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La scultura, alta 92 centimetri e realizzata in legno policromo, raffigura il Cristo secondo la tradizione del Christus patiens: il capo reclinato verso destra, gli occhi chiusi, il volto scavato dalla sofferenza. Un’opera che la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli ha definito di altissimo pregio storico e artistico, tutelata dal Codice dei beni culturali. Ma la storia del crocifisso è soprattutto la storia di una comunità che rischiava di perdere una parte della propria identità. Per decenni si era creduto che l’opera fosse scomparsa nel caos seguito al terremoto del 1980. In quei mesi la chiesa di San Michele Arcangelo versava in condizioni di totale inagibilità.
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Le ferite lasciate dal sisma avevano reso vulnerabile l’edificio e, come emerso dalle indagini, negli anni successivi non mancarono episodi di sciacallaggio e manomissioni che portarono alla sparizione di diversi beni custoditi all’interno della parrocchia. Tra questi, nel 1985, anche una preziosa tela raffigurante l’Ultima Cena, mai ritrovata. Fu proprio la denuncia presentata nel 2024 da don Nino Lazzazzara per quella tela scomparsa a riaprire una vicenda che sembrava ormai consegnata all’oblio. Il sacerdote, ricostruendo la storia dei beni custoditi nella chiesa, richiamò l’attenzione anche sull’antico crocifisso di cui si erano perse le tracce da oltre quarant’anni. Da quel momento è partita una complessa attività investigativa coordinata dalla Procura di Torre Annunziata e affidata ai carabinieri.
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Un lavoro paziente, fatto di verifiche documentali, testimonianze e ricostruzioni storiche, che ha consentito agli investigatori di seguire una pista completamente diversa da quella del furto. Il crocifisso, infatti, non era stato rubato. Le indagini hanno accertato che, per proteggerlo dai saccheggi che stavano colpendo la chiesa dopo il terremoto, l’allora parroco don Angelo Papa aveva deciso di trasferirlo nella propria abitazione. Una scelta dettata dall’emergenza e dalla necessità di salvaguardare un bene considerato prezioso dalla comunità. Successivamente l’opera passò nelle mani del suo successore, don Raffaele Fontanella, che continuò a custodirla nella propria residenza privata insieme ai familiari. Alla morte del sacerdote, avvenuta nel 2000, il crocifisso rimase nella disponibilità della famiglia, conservato con cura ma lontano dagli occhi della comunità che lo aveva venerato per generazioni.
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Sono stati proprio i carabinieri a ricostruire questa catena di custodia durata oltre quattro decenni. Individuati e ascoltati dagli investigatori, i familiari di don Fontanella hanno confermato ogni passaggio e hanno consegnato spontaneamente la scultura lignea, consentendone il recupero. Una storia che non racconta un furto ma un paradosso: un’opera salvata per evitare che venisse rubata e poi finita lentamente nel dimenticatoio, fino a diventare quasi una leggenda locale.
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Questa mattina, davanti al crocifisso finalmente restituito alla sua chiesa, don Lazzazzara ha ricordato il significato profondo dell’evento. «Non rappresenta soltanto il recupero di un bene prezioso, ma testimonia la fede profonda e antica della nostra comunità», ha detto. Un invito alla custodia della memoria e alla responsabilità verso il patrimonio ricevuto dalle generazioni precedenti. «Abbiamo il dovere di custodire ciò che abbiamo ricevuto. Siamo tutti pellegrini di passaggio e dobbiamo consegnare ai nostri figli il patrimonio che ci è stato affidato». Ora l’opera sarà sottoposta a un intervento di restauro che ne restituirà pienamente l’antico splendore. Ma per molti fedeli il miracolo più importante si è già compiuto.