ESCLUSIVA M+| Ordini dal 41 bis, indagato il padrino del clan Cesarano di Castellammare
Il padrino della cosca di Ponte Persica comanderebbe ancora il clan Cesarano nonostante sia recluso al 41bis. E avrebbe dato…
Nessun ulteriore sconto di pena per Vincenzo Cesarano, alias “’o mussone”, per l’Antimafia reggente, almeno fino al 2023, della holding del crimine con roccaforte nel rione di Ponte Persica a Castellammare di Stabia. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla difesa del boss stabiese contro il rigetto dell’istanza di continuazione con alcune vecchie sentenze passate in giudicato, chiudendo definitivamente la strada a una nuova riduzione della pena. Per o’mussone, classe 1961, resta dunque ferma la condanna definitiva a dieci anni di reclusione maturata da due maxi processi al clan Cesarano. Da un lato il procedimento istruito dalla Dda di Salerno su un giro di estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti di Pompei e Scafati; dall’altro il processo scaturito dall’inchiesta “Vichinghi bis”, coordinata dalla Dda di Napoli, che ha fotografato la riorganizzazione del clan Cesarano negli anni successivi agli arresti dei padrini storici.
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Il padrino della cosca di Ponte Persica comanderebbe ancora il clan Cesarano nonostante sia recluso al 41bis. E avrebbe dato…
La prima condanna era arrivata davanti al gup del Tribunale di Salerno nel 2022. Cesarano era stato ritenuto responsabile di una serie di episodi estorsivi maturati tra il 2017 e il 2020 e condannato a otto anni e sei mesi di reclusione. Ma è soprattutto nell’inchiesta “Vichinghi bis” che emerge il ruolo attribuito dagli investigatori a Vincenzo Cesarano. Per gli inquirenti, dopo il progressivo ridimensionamento dei gruppi storici e con i capi detenuti, sarebbe stato proprio “’o mussone” a tentare di mantenere compatta l’organizzazione criminale di Ponte Persica, gestendo i rapporti con gli affiliati e amministrando la cassa del clan.
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Tra gli episodi chiave ricostruiti dagli investigatori c’è il summit del 20 febbraio 2020 in un’autorimessa del rione Petraro. All’arrivo dei militari tutti i presenti riuscirono a fuggire, ma le immagini registrate dagli impianti di videosorveglianza consentirono di identificare diversi partecipanti, tra cui proprio Vincenzo Cesarano, il ras Luigi Belviso, e gli esponenti del «Terzo Sistema» del rione Moscarella, i boss Raffaele Polito e Silverio Onorato. Da quel momento l’attività investigativa consentì di delineare il nuovo assetto del clan. Secondo l’accusa, il gruppo stava riorganizzando la riscossione delle estorsioni e la gestione delle attività illecite necessarie al sostentamento dell’organizzazione. In quel contesto, secondo gli investigatori, Cesarano svolgeva un ruolo centrale nella gestione degli equilibri interni.
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Una leadership che però non sarebbe stata condivisa da tutti gli affiliati. Proprio dalle intercettazioni emergevano infatti tensioni con il gruppo riconducibile al ras Luigi Belviso. Quest’ultimo lamentava la gestione delle risorse economiche del clan e il trattamento riservato ad alcuni detenuti storici della cosca. Le frizioni erano tali da rendere necessario persino l’intervento dei padrini detenuti al 41 bis, i fratelli Ferdinando e Gaetano Cesarano (cugini di Vincenzo) per definire i nuovi equilibri organizzativi e attribuire maggiori margini di autonomia ai referenti operativi sul territorio.
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Nel processo celebrato con rito abbreviato davanti al Tribunale di Napoli, Cesarano venne condannato a dieci anni di reclusione. In quella sede il collegio riconobbe la continuazione con la precedente sentenza pronunciata a Salerno, unificando il trattamento sanzionatorio e fissando la pena complessiva proprio in dieci anni. Una volta passata in giudicato la sentenza, la difesa del boss ha tentato di ottenere un ulteriore beneficio chiedendo che la continuazione venisse estesa ad altre condanne definitive. La richiesta, tuttavia, non ha trovato accoglimento. Prima la Corte d’Appello e poi la Cassazione hanno escluso la presenza degli elementi necessari per riconoscere un unico disegno criminoso tra tutti i fatti oggetto delle diverse sentenze.