Castellammare | Ergastolo annullato al killer di Fontana: l’Antimafia fa ricorso
Potrebbero non bastare tre gradi di giudizio per mettere la parola fine sull’efferato delitto che si consumò all’esterno del tribunale di Torre Annunziata la sera del 7 febbraio 2024. È quello che sperano, per motivi differenti, sia la Procura Antimafia che la difesa di Catello Martino,53 anni, il ras del rione Savorito accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio di Alfonso Fontana. Dopo la sentenza della quinta sezione della Corte d’Assise d’Appello che decretò l’annullamento dell’ergastolo per il 53enne pregiudicato, convertendo il fine pena mai in una condanna a 20 anni di reclusione, accusa e difesa hanno deciso di ricorrere in Corte di Cassazione.
Se da una parte, quella del legale di Martino, l’avvocato Gianluigi Di Ruocco, l’obiettivo è ottenere l’assoluzione di Catello Martino, dall’altra, quella dell’Antimafia, è ottenere dalla Suprema Corte un nuovo spiraglio per il riconoscimento delle aggravanti della premeditazione e della finalità camorristica. Con la loro decadenza in secondo grado è scattato l’annullamento dell’ergastolo per Martino. La Procura, per avere un nuovo giudizio (la Cassazione non giudica nel merito), ha inserito nel ricorso quattro motivi. Per la metà di luglio verrà fissata l’udienza in Cassazione durante la quale i giudici decideranno se confermare o rinviare in Corte d’Appello il processo.
Erano le 21:00 del 7 febbraio 2024 quando Alfonso Fontana, in compagnia del suocero Luca Maragas, fu raggiunto da due scooter. Su uno di questi erano in sella, secondo l’accusa, Catello Martino e il boss Giovanni Imparato (quest’ultimo arrestato un mese fa con l’accusa di concorso in omicidio). Dopo una breve colluttazione, Fontana iniziò a scappare lungo corso Umberto I, con Martino che lo avrebbe inseguito sparandogli tra la folla diversi colpi di pistola fino a ucciderlo con un colpo alla testa. Da quanto emerge dalle indagini, Fontana sarebbe stato ucciso perché avrebbe partecipato a un furto nella casa della figlia di Martino, rubando oro, denaro e orologi per un valore di circa 300mila euro.
Soldi e preziosi che, per l’accusa, costituirebbero una parte degli introiti della piazza di spaccio del rione Savorito, il bunker del clan di Paglialone di cui fanno parte Catello Martino e Giovanni Imparato. La Dda contestava a Martino la premeditazione nell’agguato e la finalità camorristica poiché, secondo l’accusa, il killer avrebbe agito per ristabilire il potere del clan D’Alessandro (la cosca egemone dell’area stabiese e di cui sono alleati gli Imparato) contro Fontana, rampollo del gruppo criminale dei Fasano, acerrimi nemici dei D’Alessandro. Accuse che hanno retto in primo grado ma che sono cadute in Appello.
Per i giudici, Martino avrebbe agito non per ammazzare Fontana (i familiari del 24enne sono assistiti dagli avvocati Roberto Attanasio e Raffaele Pucci), ma per recuperare i soldi che il clan aveva affidato a Martino. All’ennesimo rifiuto di consegnare la refurtiva, il killer, per i giudici, avrebbe «agito d’impeto» uccidendo Fontana. Una ricostruzione che ha fatto cadere le aggravanti della premeditazione e della finalità mafiosa (in piedi è rimasto solo il metodo) e, di conseguenza, ha portato all’annullamento dell’ergastolo per Martino e la condanna a 20 anni.

