Castellammare | Appalti, pizzo e armi: il clan D'Alessandro dovrà risarcire il Comune
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Bottiglie di champagne stappate, uno spettacolo pirotecnico in villa comunale, nel pieno centro di Castellammare di Stabia, e i video di quella festa abusiva pubblicati su TikTok, poi diventati virali sul web. Le immagini dei festeggiamenti abusivi, che fecero il giro d’Italia, per la scarcerazione, dopo l’assoluzione dall’accusa di omicidio, di Luciano Verdoliva, considerato un esponente di spicco del clan D’Alessandro, potrebbero costare carissimo al ras della cosca di Scanzano. Per ora sono state determinanti, per i giudici, per inquadrare il carisma criminale del 49enne pregiudicato finito in carcere lo scorso aprile con l’accusa di associazione a delinquere di stampo camorristico, dopo una lunghissima battaglia giudiziaria portata avanti dalla Direzione distrettuale antimafia, che è riuscita a ottenere l’arresto dell’uomo.
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Un via libera alle manette arrivato dai giudici della V sezione della Corte di Cassazione (presidente Grazia Rosa Anna Miccoli), che lo scorso aprile rigettarono il ricorso presentato dai legali di Luciano Verdoliva. Un contenzioso, quello tra il ras e la Dda, partito nel maggio 2025, quando i carabinieri del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata eseguirono una decina di arresti tra le fila del clan D’Alessandro. In quell’ordinanza di custodia cautelare, però, figurava come indagato a piede libero per associazione camorristica anche il ras Luciano Verdoliva.Il giudice per le indagini preliminari aveva rigettato la richiesta dell’Antimafia di arresto in carcere del 49enne, ritenendo che l’uomo avesse avuto un ruolo nell’organizzazione criminale «assolutamente gregario e in qualche modo subalterno».
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Infatti, dagli atti presentati anche dalla difesa di Verdoliva, rappresentata dal penalista Antonio De Martino, l’uomo avrebbe deciso nel 2021 di distaccarsi dall’organizzazione criminale, iniziando la carriera di ristoratore e aprendo un locale, di cui per diversi anni è stato titolare, in villa comunale. Una ricostruzione che, però, non ha mai convinto l’Antimafia, che, dopo il rigetto della misura cautelare, impugnò la decisione del gip davanti al Tribunale del Riesame, ottenendo l’accoglimento del ricorso. Per la Dda, infatti, Verdoliva avrebbe avuto, tra il 2020 e il 2022, il ruolo «delicatissimo» di distribuire gli stipendi agli affiliati del clan D’Alessandro, in particolare al killer Antonio Occidente, detenuto dal 2005. Ma anche quello di curare i rapporti della cosca con altre organizzazioni criminali, favorendo lo svolgimento di summit tra il boss Vincenzo D’Alessandro e altri capiclan.
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Una ricostruzione confermata anche dalla Cassazione nell’ottica delle esigenze cautelari. Secondo i giudici, infatti, il rapporto di affiliazione di Verdoliva al clan D’Alessandro non si sarebbe mai interrotto dopo il 2021 e la dimostrazione sarebbe proprio la festa che si tenne all’esterno del suo ristorante la sera dell’11 febbraio. Un elemento che, per i giudici, dimostrerebbe «la sua piena intraneità nell’organizzazione camorristica». Quella sera il ras fu accolto da una ventina di fedelissimi che festeggiarono il suo ritorno in libertà dopo un anno di reclusione per l’accusa di un omicidio commesso nel 2005, poi crollata al processo per il clamoroso dietrofront del pentito Ciro Sovereto, che in aula ritrattò le accuse nei confronti del ras. Luciano Verdoliva, figlio di Giuseppe, factotum del defunto padrino Michele D’Alessandro, assassinato nei primi anni Duemila, è già a giudizio per estorsione nei processi Olimpo e Cerbero.