Scontro sulla governance statale dei porti, Campania vota “No”
Sul tavolo il nodo dell’autonomia territoriale e il finanziamento delle opere fino al 2035. La Campania si erge a baluardo contro la linea del governo e, insieme a Emilia-Romagna, Toscana, Puglia e Sardegna, dice un “no” netto e formale alla rivoluzione della portualità italiana.
Lo scontro si è consumato all’interno della Conferenza delle Regioni, dove, al termine di una lunghissima e tesa interlocuzione con il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti guidato dal vicepremier Matteo Salvini, è arrivato comunque un parere positivo a maggioranza sul decreto che ridisegna l’intero assetto strategico dei porti della penisola.
Al centro del provvedimento che ha spaccato i governatori territoriali c’è la costituzione di “Porti d’Italia Spa”, un unico e accentrato soggetto nazionale chiamato a gestire lo sviluppo, la promozione e gli investimenti strategici di rilievo internazionale e nazionale sulle aree del demanio marittimo.
Una mossa che i territori critici, guidati dalla fermezza della Campania, interpretano come un inaccettabile colpo di spugna all’autonomia delle Autorità di Sistema Portuale e un passo indietro nella capacità di incidere sulle scelte locali.
Il cuore del contendere ruota attorno al timore, più volte rimarcato dalle amministrazioni regionali dissenzienti, che la riforma imponga una centralizzazione rigida della governance portuale. Secondo il fronte del “no”, l’architettura delineata dal Mit rischia di marginalizzare i territori nella destinazione delle risorse e nella pianificazione economica, snaturando la funzione propulsiva che i porti storicamente ricoprono per le economie regionali.
La spaccatura, tuttavia, è stata parzialmente ricomposta sul piano procedurale attraverso una fitta rete di mediazioni condotte dal viceministro Edoardo Rixi e dai tecnici ministeriali. Il parere favorevole espresso dalla Conferenza Unificata è infatti rigidamente condizionato all’accoglimento di una serie di emendamenti strategici.
Tra le richieste imprescindibili avanzate dalle Regioni spicca la salvaguardia della manutenzione straordinaria, che i territori pretendono resti saldamente in capo alle Autorità portuali locali, oltre a una rimodulazione condivisa nella composizione degli organi di vigilanza e gestione. A queste richieste si è aggiunto un ulteriore tassello rivendicato dalle regioni cosiddette “retroportuali”, ovvero quei territori interni privi di sbocchi diretti sul mare ma fortemente interconnessi con la logistica marittima, che esigono una rappresentatività formale e attiva all’interno del Comitato di gestione.
Nonostante i correttivi concordati, la posizione della Campania resta emblematica di un disagio istituzionale profondo nei confronti delle scelte calate dall’alto dall’esecutivo nazionale, confermando come il dossier infrastrutture resti un terreno di scontro politico e amministrativo ad alta tensione.
Nel solco della stessa seduta, la Conferenza ha inoltre dato il via libera al decreto di rifinanziamento del Fondo per le infrastrutture portuali, sbloccando un programma di interventi strutturali che arriverà a coprire l’orizzonte temporale sino al 2035. L’intesa sancita tra Stato e Regioni mobilita complessivamente oltre 357 milioni di euro destinati a sbloccare opere cruciali per la competitività della logistica nazionale.
Il piano individua quattordici interventi prioritari distribuiti lungo la penisola, tra cui figurano quattro grandi opere per il porto di Ancona, tre per lo scalo di Ortona, due per Venezia e singoli interventi mirati per Gioia Tauro, Napoli, Pesaro, Trieste Noghere e Tremestieri. Risorse ingenti che, se da un lato promettono di ammodernare la rete marittima del Paese, dall’altro lasciano irrisolte le tensioni politiche sulla cabina di regia e sulla gestione del potere decisionale tra centro e periferia.

