Osmo Pocket 4P porta a Venezia il linguaggio della nuova generazione di cineasti
#DJI, TECNOMANIA
9 settembre 2026

Osmo Pocket 4P porta a Venezia il linguaggio della nuova generazione di cineasti

Alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, grandi direttori della fotografia e filmmaker emergenti si confrontano al Venice Production Bridge
Gennaro Annunziata

VENEZIA – Mentre al Lido continuano proiezioni, incontri e red carpet dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, lontano dai riflettori della Sala Grande, c’è un altro cinema che prova a immaginare il proprio futuro. È quello che ragiona su come cambiano il set, il rapporto con gli attori e persino il linguaggio delle immagini quando gli strumenti di ripresa diventano più piccoli, leggeri e liberi dai vincoli tradizionali.
La Mostra, iniziata il 2 settembre e in programma fino al 12, è ancora nel pieno del suo svolgimento. E proprio all’interno del Venice Production Bridge, il mercato professionale della Biennale che quest’anno si tiene dal 3 al 9 settembre, DJI ha scelto di portare un confronto che va ben oltre la presentazione di una nuova videocamera.

Osmo Pocket 4P, due obiettivi, un racconto

Osmo Pocket 4P, due obiettivi, un racconto

Una videocamera tascabile che è ormai uno strumento da filmmaker

Lunedì 7 settembre, alla Biennale Match Point Arena, l’azienda ha riunito direttori della fotografia affermati e una nuova generazione di filmmaker nella “Filmmakers & Visionaries Session”, inserita nel programma ufficiale del Venice Production Bridge con il titolo New Generation, New Cinematic Language – Exploring Osmo Pocket 4P. Un incontro di un’ora e mezza, seguito da un momento di networking all’Hotel Excelsior, costruito intorno a cortometraggi, riprese dal vivo e soprattutto al confronto tra modi diversi di intendere la cinematografia.
L’interrogativo di partenza è apparentemente semplice: che cosa cambia quando una cinepresa capace di produrre immagini di livello professionale diventa abbastanza piccola da stare nel palmo di una mano? Non è soltanto una questione di peso o di ingombro. Cambia la possibilità di avvicinarsi all’azione, di muoversi in spazi stretti, di lavorare con troupe ridotte.

Da Cannes a Venezia, la stessa ricerca
Il percorso era cominciato a maggio a Cannes, dove DJI aveva presentato a livello internazionale Osmo Pocket 4P, affidandola successivamente a due figure molto diverse per formazione e sensibilità.
Da una parte Isabelle Huppert, protagonista e regista creativa di FAMILIARITÉ, una riflessione su letteratura e memoria realizzata interamente con la piccola camera DJI. Dall’altra il direttore della fotografia giapponese Mikiya Takimoto, che con Looking for Her ha costruito un road movie ambientato in una storica città mineraria d’argento, anch’esso girato integralmente con Osmo Pocket 4P. Due esperienze sviluppate indipendentemente e in contesti lontani, da parte di due autori diversissimi per formazione e sensibilità.
A Venezia quella riflessione è diventata collettiva. Non più soltanto due autori chiamati a sperimentare uno strumento, ma quattro giovani direttori della fotografia messi di fronte alla stessa possibilità creativa: gli italiani Gabriele Mencaroni e Alessandro Tempestini, Liu Yadi, tra Cina e Francia, e Zhou Chengzhou, tra Cina e Paesi Bassi.
I loro cortometraggi hanno attraversato territori differenti, dal cinema sperimentale alla produzione commerciale e al documentario. È stata una scelta significativa perché ha consentito di capire quanto uno strumento compatto possa adattarsi non a un unico stile, ma a modi di lavorare e raccontare profondamente diversi. Una sperimentazione sul campo, dunque, più interessante della classica dimostrazione di specifiche tecniche.

Il giudizio di chi il cinema lo gira da anni
A confrontarsi con i lavori dei quattro filmmaker sono stati tre direttori della fotografia con esperienze internazionali: il francese Valentin Vignet, noto tra l’altro per Faces Places e Nefta Football Club; Cristiano Di Nicola, presente alla Mostra con L’Estranea; e Michele D’Attanasio, due volte vincitore del David di Donatello e autore della fotografia di film come Veloce come il vento, Freaks Out e L’ombra di Caravaggio.
Ed è proprio nel confronto tra chi è abituato ai grandi set e chi spesso deve lavorare con budget e squadre più contenute che il panel ha trovato la sua parte più interessante.
Per Vignet, la riduzione dell’attrezzatura modifica innanzitutto la psicologia del set: la macchina da presa può perdere quella presenza ingombrante che inevitabilmente condiziona l’attore e trasformarsi quasi in un osservatore.
Cristiano Di Nicola ha sintetizzato così ciò che ha visto nei quattro lavori: “La cosa che mi ha colpito di più di questi quattro cortometraggi è che nessuno dei registi ha dovuto scendere a compromessi sulla qualità per utilizzare una videocamera più leggera. Con l’Osmo Pocket 4P è possibile concentrarsi di più su come raccontare la storia, in particolare su come avvicinarsi all’azione, piuttosto che sulla preparazione dell’attrezzatura”.

Quando la qualità si separa dalle dimensioni
Per molto tempo l’immagine cinematografica professionale è stata associata anche fisicamente alla complessità della macchina che la produceva: corpi camera voluminosi, rig, stabilizzatori, carrelli, operatori e assistenti.
La progressiva miniaturizzazione dell’imaging sta rompendo questa relazione. È il tema emerso con maggiore chiarezza dal dialogo con Liu Yadi e Zhou Chengzhou: oggi parametri come scienza del colore, gamma dinamica e precisione della stabilizzazione possono essere sempre meno dipendenti dalle dimensioni dell’apparecchiatura. Un filmmaker che lavora da solo o con una troupe ridottissima può quindi accedere a possibilità visive che fino a pochi anni fa avrebbero richiesto strutture produttive ben più pesanti.
Questo non cancella la distanza tra cinema indipendente e grande produzione, ma sposta almeno una parte della barriera d’ingresso. Ed è un tema particolarmente pertinente proprio al Venice Production Bridge, nato per mettere in relazione progetti, creatori, produttori, finanziatori e professionisti dell’industria.

Prima viene sempre l’idea
Il cuore della tavola rotonda veneziana era racchiuso nella domanda “In che modo la nuova generazione sta ridefinendo il cinema?”. Il confronto ha toccato la relazione tra camera e interprete, la democratizzazione degli strumenti professionali, le nuove dinamiche dei set più leggeri e una questione ancora più radicale: può davvero una tecnologia cambiare il linguaggio cinematografico oppure l’idea visiva viene sempre prima?
La risposta emersa a Venezia sembra stare nel mezzo. Lo strumento da solo non produce un nuovo cinema, ma può rendere possibili immagini, movimenti e situazioni che prima erano difficili, costose o semplicemente impraticabili. Ed è quando questo accade che una trasformazione tecnica può lentamente diventare anche una trasformazione linguistica.
Questo passaggio si può riassumere facendo evolvere la domanda da «Di quali apparecchiature abbiamo bisogno?» a «Che cosa diventa possibile quando le apparecchiature smettono di essere un ostacolo?».
Se davvero le prossime generazioni avranno a disposizione strumenti professionali capaci quasi di scomparire nella mano di chi li usa, la novità più importante introdotta da Osmo Pocket 4P potrebbe allora non essere ciò che aggiunge al set, ma quello che consente di eliminare tra l’autore e l’immagine che aveva pensato.
Gennaro Annunziata