Pompei, Via Sacra diventa pedonale nel weekend: Ztl fino a fine settembre
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Pompei non è rimasta sepolta per diciassette secoli. Sotto la città romana cancellata dal Vesuvio nel 79 d.C., e prima degli scavi borbonici del 1748, esiste una storia fatta di ritorni, presenze e memoria. A raccontarla sono anche alcuni reperti ceramici e materiali databili tra Quattrocento e Cinquecento, rinvenuti durante le attività di scavo, restauro e messa in sicurezza dell’Insula Meridionalis, nell’area meridionale dell’antica città.
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Una traccia concreta della frequentazione rinascimentale di un luogo che sembrava invece precipitato nell’oblio. La scoperta aggiunge un tassello alla ricerca della “Pompei dopo Pompei”, mostrando una continuità storica rimasta a lungo ai margini della narrazione ufficiale. Dopo l’eruzione, infatti, il paesaggio si trasformò in una distesa di rovine, ma non fu completamente abbandonato.
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Comunità rurali di contadini e pastori continuarono a vivere nel territorio, attraversando e utilizzando gli spazi dell’antica città e conservandone la memoria. «Il docu-drama “Pompei Fuori dal tempo” con Tom Hiddleston e lo studio dell’archeologo Steven Tuck – spiega il direttore del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel – mostrano come il tema dei sopravvissuti sta finalmente diventando oggetto di ricerche e di iniziative di divulgazione.
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Pompei, dopo l’eruzione, si presentò come un paesaggio post apocalittico, eppure troviamo tracce di persone che tornavano qui e una frequentazione che si estende nel tempo: ma sono tracce labili di vite precarie, all’ombra della storia ufficiale, e per questo hanno rischiato spesso di essere dimenticate o cancellate». I reperti dell’Insula Meridionalis si collocano nello stesso arco cronologico della vicenda di un’opera d’arte di eccezionale rilievo: la “Deposizione di Cristo” attribuita ad Andrea Mantegna, documentata fino agli anni Venti del Cinquecento nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli.
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A lungo ritenuta dispersa, la tela fu identificata alcuni anni fa nel Palazzo della Prelatura di Pompei e, dopo un lungo restauro nei laboratori dei Musei Vaticani, è esposta dal novembre 2025 nella nuova Pinacoteca del Santuario della Beata Vergine di Pompei. Il dipinto sarebbe giunto a Pompei soltanto nell’Ottocento, durante la fondazione del Santuario: una vicenda indipendente dai reperti rinascimentali, ma capace di restituire un quadro più complesso della presenza di Pompei nella memoria dei secoli.
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«Qui esisteva una comunità locale che sin dall’indomani dell’eruzione ha continuato a vivere a Pompei e a custodirne la memoria. – ricorda Zuchtriegel – Questo emerge non solo dalle scoperte archeologiche, ma anche dal toponimo “Civita”, che attesta la memoria di una città sepolta a livello locale. Naturalmente i contadini e pastori che vivevano tra le rovine antiche non avevano i mezzi per trasmettere la loro conoscenza dell’antico in modo scientifico, ma questo non significa che fosse una conoscenza inesistente. Pompei è ed è sempre stata una vera e propria heritage community e se oggi porta il nome della città antica, non è perché Pompei è risorta dal nulla, ma perché è sempre stata parte della memoria collettiva in questo territorio».