Mic Mini 2S, il 32-bit diventa tascabile e la voce non si perde più
Ci accorgiamo davvero di quanto è importante l’audio soprattutto quando qualcosa va storto. Una voce che all’improvviso sale di tono, il protagonista di un’intervista che si gira mentre parla, un ambiente fino a quel momento tranquillo che nel giro di pochi secondi si riempie di rumori. Nei video possiamo spesso convivere con un’inquadratura meno riuscita, correggere un movimento o sacrificare qualche secondo in montaggio. Se però perdiamo una risposta che non può essere ripetuta, non c’è postproduzione che possa restituircela.
È da questa considerazione che siamo partiti nel provare Mic Mini 2S. Non ci interessava soltanto capire quanto bene registrasse, ma soprattutto quante attenzioni richiedesse mentre stavamo lavorando. Ed è proprio su questo terreno che il nuovo microfono wireless di DJI mostra il suo carattere.
Fisicamente tende quasi a sparire. È piccolo, leggero e abbastanza discreto da uscire rapidamente dalla nostra attenzione e da quella di chi abbiamo di fronte. Ma la sua capacità di rendersi invisibile riguarda anche un aspetto più importante. Riduce il numero di cose alle quali dobbiamo pensare mentre stiamo registrando.
La vera novità, infatti, non sta semplicemente nell’aver portato la registrazione in 32-bit float dentro un trasmettitore che pesa una dozzina di grammi. Sta soprattutto nel fatto che quel trasmettitore può salvare autonomamente una copia dell’audio, mentre il 32-bit offre un margine molto più ampio quando i livelli non sono quelli che avevamo previsto. A questo si aggiungono il controllo del clipping, la riduzione del rumore, una generosa autonomia e la possibilità di gestire fino a quattro persone.
Dopo diversi giorni di utilizzo, è questa la sensazione che rimane. Mic Mini 2S non cerca tanto di farci registrare “meglio” in senso astratto, quanto di ridurre il rischio di tornare a casa senza l’audio che ci serviva.
La sigla “S” potrebbe far pensare a un aggiornamento intermedio, ma nella pratica il salto rispetto al Mic Mini 2 è più consistente di quanto suggerisca il nome. DJI ha mantenuto quasi intatta la filosofia del modello precedente, con trasmettitori minuscoli, ricevitore essenziale, custodia compatta e pochi elementi da gestire, portando però in questa fascia alcune funzioni che fino a poco tempo fa rappresentavano uno dei principali motivi per scegliere il Mic 3.
La registrazione interna cambia già da sola il senso del prodotto. Il Mic Mini 2 dipendeva sempre da un dispositivo capace di ricevere il segnale, mentre il 2S può funzionare anche come registratore autonomo. Se aggiungiamo il 32-bit float, la possibilità di gestire fino a quattro trasmettitori, una riduzione del rumore più evoluta e i controlli automatici dei livelli, il confine tra il modello compatto e quello superiore diventa molto meno netto.
Questo non significa che i due prodotti siano equivalenti. Mic 3 mantiene un’impostazione più professionale, un’interfaccia più completa e funzioni come timecode e registrazione interna a doppio file.

Mic Mini 2S segue invece una strada diversa, portando buona parte della sicurezza operativa del fratello maggiore dentro un sistema che possiamo infilare in tasca e quasi dimenticare di avere con noi.
È proprio questo a renderlo interessante. Non abbiamo la sensazione di utilizzare un Mic 3 rimpicciolito, quanto piuttosto un Mic Mini che smette di essere soltanto l’alternativa più leggera ed economica per avvicinarsi molto di più, nelle funzioni che contano davvero, ai modelli di fascia superiore.
Il peso indicato nella scheda tecnica è di appena 12 grammi. È uno di quei casi in cui il numero racconta molto meno dell’esperienza d’uso.

Su una camicia il trasmettitore non trascina il tessuto verso il basso, come accade con alcuni sistemi wireless più pesanti. Su una T-shirt leggera la differenza è ancora più evidente. Il microfono rimane discreto, non crea rigonfiamenti vistosi e, soprattutto, dopo pochi minuti quasi ci si dimentica di averlo addosso.
Nelle sessioni più lunghe questo dettaglio conta parecchio. Chi è abituato a intervistare persone poco avvezze a stare davanti a una telecamera sa quanto un microfono ingombrante o troppo evidente possa influenzare il comportamento dell’interlocutore. Con Mic Mini 2S, invece, la presenza del trasmettitore tende rapidamente a passare in secondo piano.

Per il fissaggio possiamo utilizzare il magnete oppure la clip posteriore orientabile. Quest’ultima ruota a scatti e consente di mantenere correttamente orientata la capsula anche quando il punto di aggancio non è quello ideale. Sui tessuti sottili abbiamo preferito spesso il magnete, mentre quando serviva un ancoraggio più saldo la clip ci ha dato maggiore tranquillità.
Naturalmente anche un sistema così leggero deve fare i conti con la fisica. Su capi molto spessi il magnete perde parte della sua efficacia e, in caso di movimenti particolarmente energici, la clip resta la soluzione più sicura. Nella normale produzione di interviste, vlog e video parlati, in ogni caso, la combinazione tra peso ridotto e libertà di posizionamento permette di avvicinare facilmente il microfono alla bocca senza trasformarlo nell’elemento dominante dell’inquadratura.

Le cover frontali magnetiche intercambiabili sembrano inizialmente poco più di un vezzo estetico.

Quando lavoriamo con più persone, però, acquistano anche una funzione pratica, perché colori differenti permettono di riconoscere a colpo d’occhio quale trasmettitore è stato assegnato a ciascun partecipante. Non incidono ovviamente sulla qualità della registrazione, ma sono uno di quei piccoli dettagli che acquistano senso quando si passa dalla prova sul tavolo a una produzione con tre o quattro persone.
L’esperienza migliore con un sistema wireless si ha quando smettiamo presto di pensare al pairing. Con il Mic Mini 2S succede quasi subito.
Nel Camera Kit, trasmettitori e ricevitore arrivano già predisposti per lavorare insieme e la custodia non serve soltanto a ricaricarli. Diventa il vero centro operativo del sistema.

La apriamo, estraiamo ciò che ci serve, colleghiamo il ricevitore alla fotocamera e possiamo subito iniziare a registrare.

La custodia aggiornata riesce anche a ospitare il cavo audio da 3,5 mm insieme agli accessori principali, un dettaglio molto comodo quando vogliamo evitare di portarci dietro un’ulteriore bustina di cavi.

Con lo smartphone la configurazione rimane altrettanto semplice, utilizzando il ricevitore mobile oppure l’adattatore USB-C. Il peso contenuto del ricevitore si apprezza soprattutto quando il telefono è montato su un piccolo rig o su un gimbal, perché non aggiunge ingombro e massa.

Il ricevitore Camera, però, non ha un display. DJI affida l’interazione a pulsanti, indicatori luminosi e rotella, più che sufficienti per controllare connessione, registrazione e regolazioni di base. Per le impostazioni avanzate bisogna invece ricorrere allo smartphone e all’app Mimo, ed è qui che emerge il primo vero compromesso del Mic Mini 2S. Ci torneremo più avanti, perché è un aspetto che merita un discorso a parte.
Il 32-bit float è una di quelle funzioni sulle quali è facile creare false aspettative. Non rende automaticamente una voce migliore, non aggiunge dettaglio dove non c’è e non trasforma una capsula minuscola in un microfono da studio. Fa però qualcosa di molto più utile quando si lavora fuori da condizioni controllate. Offre un margine molto più ampio per recuperare in postproduzione livelli di registrazione non ottimali.
Quando registriamo una normale conversazione a 24-bit dobbiamo comunque prestare attenzione al guadagno. Se manteniamo il livello troppo basso rischiamo di peggiorare il rapporto tra voce e rumore; se invece lo spingiamo troppo in alto, una risata improvvisa, un’esclamazione o un brusco cambio di tono possono raggiungere il limite e finire nel file già distorti.

Con la registrazione interna in 32-bit float le cose cambiano. Possiamo lavorare con molto più margine e intervenire in seguito sui livelli. Una voce registrata apparentemente troppo bassa può essere alzata con una libertà che un normale file inviato direttamente alla fotocamera non offre; allo stesso modo, un picco molto elevato può essere riportato entro valori utilizzabili, purché non sia stata la capsula stessa a saturare prima della conversione.
È una distinzione importante. Il 32-bit float non rende il microfono immune dagli errori e non ci autorizza a trascurarne il posizionamento. Se la capsula finisce sotto una giacca, viene investita direttamente dal vento o sfrega contro il tessuto, avremo semplicemente un ottimo file a 32-bit che conserva perfettamente anche quel rumore indesiderato. La tecnologia protegge dai problemi di livello, non da una cattiva ripresa del suono.
C’è poi un secondo aspetto che, nell’uso quotidiano, è persino più importante. Il file viene registrato direttamente nella memoria del trasmettitore. Non dobbiamo quindi considerarlo soltanto come una versione con maggiore gamma dinamica dell’audio inviato alla fotocamera. È una registrazione autonoma che continua a esistere indipendentemente dal collegamento wireless.
Se la trasmissione radio dovesse avere un’incertezza o un’interruzione, la copia locale rimane al sicuro. Quando stiamo registrando una risposta irripetibile, sapere che la voce viene salvata anche sul dispositivo indossato dall’intervistato cambia il modo in cui affrontiamo il lavoro, riducendo quella tensione costante legata alla possibilità che un problema di collegamento comprometta l’intera registrazione.
È qui che il Mic Mini 2S dà un senso al titolo di questa recensione. Di fatto la voce non diventa impossibile da perdere, perché restano batterie scariche, microfoni posizionati male, registrazioni non avviate e altri possibili errori. Rispetto al modello precedente vengono, però, ridotti contemporaneamente due dei rischi più insidiosi durante una ripresa, un livello registrato male e la dipendenza esclusiva dal collegamento radio.
Ogni trasmettitore mette a disposizione circa 14,5 GB di memoria interna. In modalità 24-bit sono sufficienti per arrivare fino a circa 28 ore di registrazione, mentre passando al 32-bit float l’autonomia di archiviazione scende a circa 22 ore.
Sono numeri molto generosi per un dispositivo di queste dimensioni, ma il loro valore non sta tanto nella quantità. Difficilmente avremo davvero bisogno di registrare per 22 ore consecutive con lo stesso trasmettitore. Ciò che conta è poter lasciare attiva la registrazione interna durante una sessione e considerare il file salvato sul trasmettitore come un vero master di sicurezza.
In questo modo non dobbiamo decidere ogni volta se un’intervista o una ripresa meritino una seconda registrazione. Lo spazio disponibile consente di farlo sempre, trasformando quella che sulla carta è una semplice funzione aggiuntiva in una protezione concreta contro gli imprevisti.
È probabilmente questo il miglioramento più netto rispetto al Mic Mini 2. Il predecessore era un ottimo sistema wireless, ma dipendeva necessariamente dal ricevitore o da un dispositivo compatibile per acquisire l’audio. Mic Mini 2S può invece registrare autonomamente, diventando di fatto un piccolo recorder da indossare.
Non sostituisce un registratore professionale, perché mancano le connessioni, i controlli e le possibilità di monitoraggio proprie di quella categoria. Per un’intervista veloce, un backstage, una ripresa dietro le quinte o per chi vuole ridurre al minimo l’attrezzatura, però, cambia sensibilmente il modo di lavorare.
All’inizio del test consideravamo la memoria interna come una funzione in più. Dopo qualche giorno abbiamo iniziato a vederla per quello che è davvero, una forma di assicurazione sulla registrazione.
La cancellazione del rumore basata sull’IA offre due livelli di intervento, Base e Alto. La differenza non riguarda soltanto la quantità di suoni ambientali che riescono a eliminare, ma anche quanto l’elaborazione finisce per intervenire sul timbro e sulla naturalezza della voce.
Con un climatizzatore o una ventola costante in sottofondo, il livello Base è quello che ci è sembrato più equilibrato e facile da utilizzare. Il rumore continuo scompare in maniera evidente, mentre la voce conserva un’impronta abbastanza naturale. È una soluzione che possiamo lasciare attiva anche quando vogliamo ottenere un file quasi pronto per il montaggio, senza dover ricorrere successivamente a interventi più complessi di riduzione del rumore.
In un ambiente affollato, nel brusio di un locale o in presenza di rumori più invadenti, la modalità Alto interviene con maggiore decisione. Il parlato emerge meglio dallo sfondo, ma la voce può assumere un carattere leggermente più elaborato. Quanto questo sia percepibile dipende molto dal tipo di disturbo e dal rapporto tra rumore e segnale utile. Quando entrambi occupano frequenze simili e hanno livelli comparabili, nessun algoritmo può separare completamente la voce dall’ambiente senza lasciare qualche traccia del proprio intervento.
È proprio nelle situazioni più difficili che abbiamo avvertito maggiormente questa differenza. Con rumori continui e un brusio relativamente uniforme il risultato rimane convincente; quando lo sfondo diventa molto intenso e soprattutto irregolare, la soppressione può faticare di più e l’elaborazione diventa più riconoscibile. Per questo non consideriamo la modalità Alto un’impostazione da mantenere sempre attiva, ma uno strumento da utilizzare solo quando l’ambiente lo richiede davvero.
Se sappiamo di poter lavorare con calma in postproduzione, continuiamo a preferire un segnale il più possibile naturale, intervenendo successivamente solo dove serve. Per un reel, un contenuto social da pubblicare rapidamente o un’intervista da montare direttamente in mobilità, invece, il compromesso offerto dalla cancellazione integrata acquista molto più valore.
Il Controllo clipping e il Bilanciamento del volume affrontano un problema diverso. Il primo interviene sui picchi improvvisi per ridurre il rischio che un aumento repentino del livello comprometta il segnale; il secondo cerca di mantenere più uniforme un parlato che passa frequentemente da toni bassi ad altri più sostenuti. Non sostituiscono la sicurezza offerta dalla registrazione interna in 32-bit float, ma risultano particolarmente utili per proteggere e rendere più regolare l’audio inviato in tempo reale alla fotocamera.
Sono disponibili tre profili vocali, Normale, Brillante e Ricco. Durante le nostre prove siamo tornati più spesso al profilo Normale, che conserva un’impronta più neutra e lascia maggiore libertà in fase di montaggio. Brillante aggiunge presenza e mette maggiormente in evidenza la voce, mentre Ricco ne accentua corpo e calore. Sono opzioni interessanti soprattutto per chi desidera ottenere subito un suono già caratterizzato; chi preferisce modellare l’audio in postproduzione troverà probabilmente nel profilo Normale il punto di partenza più versatile.
Esaminate tutte le funzioni, rimane la domanda più semplice. Come registra il Mic Mini 2S?
La risposta, emersa dalle nostre prove, è positiva. La voce è pulita, presente e subito utilizzabile, con un timbro che privilegia soprattutto l’intelligibilità più che una particolare sensazione di profondità. Con il trasmettitore posizionato correttamente vicino alla bocca, il parlato risulta già ben definito e richiede interventi modesti in postproduzione, sia per un video online che per un’intervista o un podcast.
Confrontandolo con sistemi più orientati all’audio professionale, possiamo trovare altrove un po’ più di corpo e microdettaglio. È però una differenza che emerge soprattutto in cuffia e in un confronto controllato, molto meno all’interno di un normale video pubblicato sul web. E bisogna mettere sul piatto anche la facilità con cui un trasmettitore così piccolo e leggero può essere collocato esattamente dove serve.
Il posizionamento resta infatti più importante della sigla stampata sulla confezione. Se allontaniamo il microfono dalla bocca aumenta inevitabilmente la quantità di ambiente registrata; se lo lasciamo sfregare sul colletto, quel contatto finirà nel file audio; se lo esponiamo direttamente al vento, diventa necessario ricorrere al paravento.

In esterna quest’ultimo non è un accessorio facoltativo. Con una brezza moderata riesce a tenere sotto controllo buona parte delle turbolenze, mentre senza protezione le basse frequenze generate dal vento possono compromettere rapidamente l’intelligibilità. Anche il 32-bit float, naturalmente, non può fare nulla contro un colpo d’aria che la capsula ha catturato.
Quando il soggetto gira la testa, la voce cambia leggermente, come è normale per un microfono fissato sul busto, ma la ridotta distanza dalla bocca aiuta a mantenere il parlato sempre chiaro e leggibile.
Poter collegare fino a quattro trasmettitori a un solo ricevitore è una di quelle funzioni che possono sembrare specialistiche finché non ci troviamo davanti a tre persone e scopriamo di avere un sistema pensato per due.
Il passaggio da due a quattro cambia parecchio nelle interviste multiple, nei podcast, nelle tavole rotonde e nei piccoli eventi. Possiamo assegnare un trasmettitore a ciascun partecipante mantenendo l’intero sistema sorprendentemente compatto, senza dover ricorrere automaticamente a un mixer o a un secondo ricevitore per aggiungere altre due voci.
Con il ricevitore Camera sono disponibili modalità mono, stereo, traccia di sicurezza e gestione multicanale. Nelle configurazioni compatibili, la modalità a quattro canali consente di mantenere separati i segnali dei singoli trasmettitori e quindi di intervenire in montaggio su livelli, rumori e sovrapposizioni senza dover modificare contemporaneamente tutte le voci.
C’è però un aspetto da chiarire. Quattro trasmettitori collegati non significano automaticamente quattro tracce separate su qualsiasi fotocamera. A fare la differenza sono il tipo di collegamento e il dispositivo utilizzato. Con alcune connessioni e con diversi prodotti Osmo, le tracce esterne disponibili possono essere soltanto due. In questi casi più microfoni vengono combinati sui canali disponibili e, se vogliamo mantenere la piena separazione, dobbiamo ricorrere in postproduzione ai file interni registrati dai singoli trasmettitori. Per ottenere un’uscita indipendente a quattro canali serve invece un flusso di lavoro compatibile, ad esempio attraverso specifiche connessioni a computer o adattatori camera supportati.
È una limitazione da conoscere, ma non ridimensiona il valore della funzione. Al contrario, è proprio la registrazione interna a rendere questa architettura particolarmente flessibile. Anche quando il dispositivo collegato non può acquisire quattro canali distinti, continuiamo infatti a disporre di quattro registrazioni separate sui trasmettitori, pronte per essere recuperate e gestite individualmente in postproduzione.
DJI dichiara fino a 400 metri di portata con il ricevitore Camera, in condizioni aperte e prive di ostacoli o interferenze. Il ricevitore mobile si ferma prima. È un dato notevole sulla carta, ma difficilmente è quello su cui baseremmo la decisione d’acquisto.
In campo aperto il sistema offre un margine molto ampio e possiamo spingerci a distanze considerevoli continuando a mantenere il collegamento. Il valore massimo dichiarato, però, rappresenta inevitabilmente lo scenario ideale.
Nell’uso reale ci interessa soprattutto capire cosa accade in condizioni molto meno favorevoli. Un marciapiede affollato, Wi-Fi e Bluetooth ovunque, automobili, pareti, persone che si frappongono tra trasmettitore e ricevitore. Basta che il soggetto si giri perché la propagazione radio diventi meno favorevole. Se poi attraversiamo una porta o ci spostiamo in un altro ambiente, quei 400 metri smettono rapidamente di essere un riferimento concreto.
Non abbiamo comunque bisogno di inseguire il limite assoluto della trasmissione. Se il segnale dovesse avere una breve caduta proprio mentre il soggetto si è allontanato, il file registrato sul trasmettitore rimane disponibile. Questo non rende irrilevante la portata, perché per monitorare in tempo reale e registrare direttamente in camera vogliamo comunque una connessione stabile, ma riduce sensibilmente le conseguenze di un imprevisto.
Per noi conta molto di più sapere di poter seguire una persona che cammina, si muove in una stanza o si allontana durante una ripresa senza doverle stare accanto con la camera, piuttosto che stabilire se il segnale cada a 380 o 410 metri in mezzo a un campo vuoto.
L’autonomia dichiarata è di circa 11 ore per il trasmettitore e 10 ore per il ricevitore.

Con la custodia completamente carica, il Camera Kit può arrivare complessivamente fino a circa 40 ore nelle condizioni previste dai test DJI. Sono valori ottenuti con alcune funzioni disattivate e in condizioni controllate, quindi non vanno interpretati come un risultato replicabile in modo identico in qualsiasi situazione.
Nell’uso prolungato, però, l’ordine di grandezza è realistico. Il trasmettitore riesce a coprire senza difficoltà una giornata di registrazioni intermittenti, senza costringerci a organizzare il lavoro attorno alla batteria. Se utilizziamo continuamente registrazione interna, cancellazione del rumore e collegamenti più impegnativi, i consumi aumentano, ma resta comunque abbastanza margine da non trasformare l’autonomia nella prima preoccupazione della giornata.
La custodia di ricarica completa il quadro. È proprio il modo in cui dispositivi di questo tipo vengono utilizzati — qualche ora di riprese, una pausa, uno spostamento, un nuovo set — a renderla più utile del semplice dato sulle ore complessive. Riponiamo i trasmettitori nella custodia e recuperiamo energia mentre stiamo facendo altro, senza dover interrompere il lavoro per cercare una presa.
Ancora più concreta è la ricarica rapida. Cinque minuti possono fornire circa un’ora di funzionamento, nelle condizioni indicate da DJI. È una funzione che tende a passare inosservata finché non apriamo la custodia poco prima di un’intervista e scopriamo di non aver ricaricato il sistema la sera precedente.
A quel punto cinque minuti non sono più una specifica, ma la differenza tra iniziare a registrare e dover cercare in fretta un’alternativa.
La registrazione interna è davvero utile soltanto se recuperare i file non si trasforma in un lavoro aggiuntivo. DJI ha curato bene anche questo aspetto. Possiamo collegare la custodia al computer tramite USB-C e accedere alle registrazioni dei trasmettitori senza dover gestire ogni unità singolarmente.

Nelle nostre prove la velocità di trasferimento si è attestata attorno ai 34 MB/s. Non siamo ai livelli di un SSD esterno, ma per dei file audio è più che sufficiente e anche sessioni piuttosto lunghe vengono scaricate in tempi ragionevoli.

Se utilizziamo già una camera Osmo compatibile, il Mic Mini 2S diventa ancora più immediato da usare. I trasmettitori possono collegarsi direttamente tramite OsmoAudio, senza passare dal ricevitore, inviando audio fino a 48 kHz/24-bit.
È una di quelle integrazioni che possono sembrare secondarie finché non iniziamo a viaggiare con una Osmo Pocket o una Osmo Action. Eliminare il ricevitore significa avere un componente in meno da montare, un cavo in meno, meno peso sul rig e soprattutto un punto di possibile disconnessione in meno.
Con i modelli compatibili possiamo quindi agganciare il trasmettitore e iniziare a registrare quasi subito, mantenendo una configurazione estremamente essenziale. Per vlog, reportage leggeri e riprese in movimento non è soltanto una comodità, ma un vantaggio concreto nel flusso di lavoro.
Il minimalismo del ricevitore ha un prezzo e quel prezzo si chiama DJI Mimo.

È attraverso l’app che accediamo a diverse impostazioni che il ricevitore, privo di display, non permette di gestire. E non parliamo soltanto di personalizzazioni secondarie. Anche funzioni importanti come il 32-bit float richiedono di entrare nelle impostazioni. Lo stesso vale per i profili vocali e per parte della gestione avanzata dei trasmettitori. Conviene quindi dedicare qualche minuto alla configurazione prima di iniziare una produzione, scegliendo in anticipo modalità e parametri più adatti al lavoro che ci aspetta.
Il limite emerge quando abbiamo bisogno di cambiare qualcosa durante le riprese. Prendere lo smartphone, collegarsi e navigare nell’app non è complicato, ma spezza il flusso di lavoro più di quanto farebbero una rotella e un touchscreen a portata di mano.
Per il creator che prepara la propria configurazione una volta e poi registra, il compromesso pesa poco. Per chi lavora invece in produzioni nelle quali gain, routing e modalità cambiano frequentemente tra una scena e l’altra, la differenza rispetto al Mic 3 diventa evidente. Sul modello superiore basta uno sguardo al display del ricevitore per avere immediatamente sotto controllo molte più informazioni e intervenire senza passare dallo smartphone.

Mini 2S o Mic 3? È probabilmente il confronto più interessante all’interno della gamma DJI, perché il Mini 2S ha ereditato proprio alcune delle caratteristiche che fino a ieri avrebbero spinto verso il modello superiore.
Entrambi offrono registrazione interna in 32-bit float e possono lavorare con fino a quattro trasmettitori. Il Mini 2S aggiunge una memoria interna generosa, una riduzione del rumore più evoluta e sistemi automatici pensati per contenere variazioni di volume e picchi improvvisi. Anche sul piano della qualità del parlato le distanze si sono accorciate al punto da diventare poco rilevanti in molti contenuti destinati al web.
Il Mic 3 conserva però un vantaggio quando la registrazione entra in un workflow professionale. Il ricevitore con touchscreen consente un controllo molto più immediato sul set, c’è il timecode e la memoria interna sale a 27,9 GB, quasi il doppio rispetto al Mini 2S, con la possibilità di effettuare la registrazione a doppio file. Anche l’intera gestione del sistema è pensata per chi deve sincronizzare più camere e modificare spesso i parametri.
Il Mini 2S risponde soprattutto con la leggerezza. I suoi 12 grammi possono sembrare un dettaglio finché non lasciamo il trasmettitore per ore su una maglietta sottile. A quel punto la differenza si sente, o meglio, quasi non si sente. Dimensioni ridotte e semplicità del kit lo rendono particolarmente adatto a chi lavora da solo o con una troupe essenziale.

Il Camera Kit con due trasmettitori, un ricevitore e custodia di ricarica viene proposto a 189 euro. Esistono configurazioni più economiche. Il kit con un trasmettitore e un ricevitore costa 99 euro, lo stesso prezzo della versione con un trasmettitore, ricevitore mobile e custodia, mentre il singolo trasmettitore costa 69 euro.
I 90 euro di differenza tra il kit base e quello doppio non sono pochi, ma è proprio quest’ultimo a esprimere meglio la filosofia del prodotto, offrendo un sistema completo, espandibile fino a quattro voci e già dotato della custodia di ricarica, che nell’uso quotidiano fa realmente la differenza.
Il Mic Mini 2, con prezzi a partire da 59 euro, rimane una scelta razionale quando sappiamo di poter fare a meno della registrazione interna, del 32-bit float e della maggiore espandibilità. Per un creator che registra soprattutto se stesso, in situazioni prevedibili e facilmente ripetibili, spendere di più per una rete di sicurezza che sfrutterà raramente può avere poco senso.
Lo scenario cambia appena iniziamo a lavorare con contenuti che non possiamo registrare una seconda volta. Un’intervista, un evento, una testimonianza, una ripresa in viaggio o una produzione con più persone. In questi casi il sovrapprezzo non compra soltanto qualche funzione in più. Compra ridondanza, ovvero maggiore sicurezza operativa.
Restano compromessi chiari. L’assenza del display si sente, Mimo è più importante di quanto vorremmo, la riduzione del rumore Alto non sempre conserva la stessa naturalezza. Sono compromessi che, a 189 euro, riusciamo però a tollerare con facilità.
La domanda, quindi, non è se il Mic Mini 2S sia un buon microfono, ma quanto valore attribuiamo a una registrazione che non possiamo permetterci di perdere. Se la risposta è “molto”, il 2S rappresenta probabilmente oggi il prodotto più interessante della gamma DJI, abbastanza piccolo da dimenticarlo addosso e abbastanza evoluto da permetterci di pensare meno all’audio proprio mentre lo stiamo registrando.
Gennaro Annunziata

