Castellammare | La Chiesa difende Cl4vo, il rapper che canta i boss
IL CASO «PONTE PERSICA»
12 settembre 2026
IL CASO «PONTE PERSICA»

Castellammare | La Chiesa difende Cl4vo, il rapper che canta i boss

Don Antonino Gargiulo, parroco di Ponte Persica, prende le parti del rapper: «Tutti possono cambiare». Silenzio assordante di politica e Diocesi sui contenuti della canzone che parla dei boss del quartiere.
Michele De Feo

«Non condanniamo per sempre le persone: condanniamo ciò che ferisce la dignità umana». È da questa frase di don Antonino Gargiulo, parroco della parrocchia di Santa Maria dell’Arco di Ponte Persica, che riparte la discussione sul caso CL4VO, il cantante autore della canzone «Scarab» che fa riferimenti al boss ergastolano Ferdinando Cesarano e al narcos Raffaele Imperiale. Il sacerdote ha scelto di intervenire per condividere lo spirito con cui l’associazione Quartiere Attivo ha difeso la scelta di ospitare il rapper al Persica Fest.

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«Una persona non coincide per sempre con il proprio passato», scrive don Antonino. E ancora: «Non significa cancellare ciò che è stato. Significa, però, riconoscere che il cambiamento è possibile». Un principio sul quale è difficile non essere d’accordo. Ma il punto sollevato dall’articolo che ha riportato il caso era un altro. Non riguardava la storia personale del rapper  (nemmeno citata lontanamente). Il focus era sulla canzone «Scarab» e sul contesto nel quale sarebbe stata proposta: Ponte Persica, quartiere “fortino” del clan Cesarano. Nel testo vengono richiamati Ferdinando Cesarano, fondatore dell’omonimo clan, e Raffaele Imperiale, il narcotrafficante originario proprio di Ponte Persica.

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Don Antonino invita a non fermarsi alla condanna: «Una comunità adulta non è quella che non vede il male. È quella che sa riconoscerlo e chiamarlo per nome, senza però smettere di credere che una persona possa scegliere un’altra strada». Ma proprio riconoscere il male significa anche discutere del contenuto della canzone, del messaggio che trasmette, soprattutto ai più giovani, e della scelta di utilizzarla per promuovere un evento.

 

La Chiesa invece ha finito per spostare l’attenzione quasi esclusivamente sul percorso personale del rapper. Il risultato è che la questione centrale, quella relativa alla canzone e al contesto in cui è stata proposta – e il messaggio che veicola, al di là della considerazione «artistica» – è rimasta senza una vera risposta. E colpisce anche il silenzio della politica (soprattutto il centrosinistra) e dei vertici della Diocesi di Castellammare-Sorrento. Un silenzio ancora più assordante se confrontato con altre recenti vicende.

 

È questa la domanda che resta sul tavolo: perché il metro dovrebbe essere diverso? La legalità non può cambiare peso a seconda del protagonista o del contesto. Se un messaggio che richiama la criminalità viene considerato grave quando compare su uno striscione o su un palco sportivo, dovrebbe essere discusso con la stessa attenzione anche quando passa attraverso una canzone, soprattuto se destinata a fornire un «modello» a dei ragazzi.