Castellammare | Il rapper che «canta» il padrino del clan Cesarano si esibirà nel suo rione
IL CASO A PONTE PERSICA
10 Settembre 2026
IL CASO A PONTE PERSICA

Castellammare | Il rapper che «canta» il padrino del clan Cesarano si esibirà nel suo rione

Il musicista Cl4vo aprirà domani sera un evento di beneficenza. Nei testi riferimenti al boss ergastolano e al narcos Imperiale
Michele De Feo

Le sue canzoni da mesi stanno scalando le classifiche di visualizzazioni e ascolti su YouTube e Spotify e, nel suo quartiere, a Castellammare di Stabia, e non solo,  i ragazzini hanno cominciato a impararle a memoria. Il rapper Raffaele Di Martino, 29 anni, in arte CL4VO, è già diventato un idolo tra i teenagers e per questo sarà il primo artista a esibirsi al Persica Fest, l’evento organizzato dall’associazione Quartiere Attivo, in programma dall’11 al 13 settembre. Ma all’uscita delle prime locandine con il volto dell’artista, originario di Ponte Persica, una parte della cittadinanza del quartiere ha espresso il proprio scetticismo sulla scelta di far esibire il 29enne nel cuore del rione e, peraltro, nell’ambito di un evento a fini benefici. Il motivo è riconducibile a una delle ultime canzoni realizzate dal rapper.

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Il titolo è «Scarab», il classico gommone utilizzato tra gli anni ’80 e ’90 dai contrabbandieri di sigarette. Nel testo del singolo ci sono riferimenti, nemmeno troppo velati, alle «imprese» criminali del padrino Ferdinando Cesarano, fondatore dello storico clan che ancora oggi, secondo gli inquirenti, eserciterebbe la propria influenza tra le strade del rione di Ponte Persica, e del narcotrafficante Raffaele Imperiale, originario proprio di Ponte Persica e oggi collaboratore di giustizia.

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«Il tunnel sotto al tribunale, cuore persicano» è il primo verso che ha suscitato le reazioni più critiche. Il riferimento è alla fuga di Ferdinando Cesarano dall’aula bunker del tribunale di Salerno, avvenuta il 22 giugno 1998, durante un processo.

L’uomo, attualmente detenuto al regime del 41 bis, dove sta scontando diversi ergastoli, secondo la Direzione distrettuale antimafia, insieme al fratello Gaetano, anche lui detenuto al 41 bis, avrebbe continuato a impartire direttive ai componenti del clan.

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Nel testo di «Scarab» si fa inoltre riferimento alla «latitanza a Dubai» e ai «Van Gogh rubati», lo stesso luogo in cui Imperiale, ricercato dalle autorità italiane e dalle agenzie investigative statunitensi, si era rifugiato per diversi anni prima di essere catturato ed estradato in Italia. Secondo quanto raccontato dallo stesso narcotrafficante, ora collaboratore di giustizia, proprio dagli Emirati Arabi Uniti Imperiale sarebbe riuscito a organizzare e gestire i carichi di cocaina provenienti dal Sud America e destinati all’Europa.

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La sua carriera criminale ha però pochi legami diretti con il rione di Ponte Persica, di cui è originario, anche se due episodi rimasti nelle cronache lo hanno riportato al quartiere. Il primo riguarda il tentativo di sequestro subito da bambino; il secondo, ancora più eclatante e recente, è il ritrovamento dei quadri di Vincent van Gogh rubati ad Amsterdam e successivamente rinvenuti, sulla base delle indicazioni fornite da Imperiale nell’ambito delle trattative con le autorità per la sua consegna, in una villa a lui riconducibile proprio a Ponte Persica.

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A finire al centro delle polemiche è soprattutto il linguaggio utilizzato dal rapper nei suoi testi, che fanno spesso riferimento a situazioni legate alla criminalità e alla vita di strada. «Scarab», in particolare, è un singolo che racconta il sentimento di appartenenza al rione di Ponte Persica, ma nel quale vengono citati anche due nomi che hanno purtroppo segnato l’identità del quartiere, spesso associato alla criminalità organizzata. La canzone, uscita circa sei mesi fa, è stata inoltre utilizzata sulle pagine social dell’associazione per promuovere il concerto in programma domani sera.

TikTok e musica violenta :«Una vetrina delle mafie»

Non è la prima volta che, a Napoli e in Campania, una canzone finisce al centro del dibattito per i riferimenti alla camorra, ai boss e alla vita criminale. Da anni magistrati e studiosi osservano il rapporto tra musica, social network e organizzazioni criminali, soprattutto per il ruolo che i nuovi strumenti di comunicazione hanno assunto nella costruzione e nella diffusione di modelli e linguaggi. Un tema affrontato più volte anche dal procuratore di Napoli Nicola Gratteri.

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Nel marzo del 2024, in una intervista, il magistrato lanciò un allarme preciso: i giovani, secondo Gratteri, utilizzano TikTok anche per comunicare «in modo mafioso», attraverso canzoni neomelodiche o rap, e per mandare messaggi ad altre organizzazioni criminali. Una riflessione che non riguarda la musica in quanto tale, ma il possibile utilizzo dei contenuti musicali e dei social come strumenti di comunicazione criminale.

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Non bastano i cantieri sbloccati o i finanziamenti recuperati per risanare una comunità segnata da due scioglimenti del Consiglio comunale…

Pochi giorni dopo, Gratteri definì TikTok «la vetrina delle mafie», spiegando come attraverso i social i criminali mostrino ricchezza, automobili di lusso e denaro, proponendo ai più giovani un modello di successo costruito sul potere e sull’ostentazione. Il magistrato ha sottolineato come il problema sia soprattutto quello della capacità di attrazione esercitata da questo immaginario sui ragazzi più vulnerabili.

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La benedizione della salma, alla presenza dei familiari più stretti, alle prime luci dell’alba nel cimitero di Pimonte, «blindato» dalle…

È qui che si colloca il confine più delicato. Raccontare la strada, il proprio quartiere, la marginalità o anche la criminalità non significa necessariamente celebrarla. La musica può diventare denuncia, testimonianza, fotografia di una realtà. Diverso è quando boss, droga, armi, latitanze e violenza vengono trasformati in simboli di prestigio, in elementi attraverso i quali costruire un’identità vincente. La differenza, insomma, sta nel messaggio. E anche nella sua diffusione.

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Mettere il fiato sul collo ai narcos dei Monti Lattari e comprendere la nuova geografia criminale dopo l’omicidio eccellente del…

Un tempo una canzone restava legata alla radio, a una cassetta o a un concerto. Oggi un ritornello può raggiungere milioni di persone attraverso TikTok, Instagram e YouTube, essere ripreso, trasformato in un video e imparato a memoria da migliaia di ragazzi. La velocità con cui questi contenuti circolano rende ancora più importante interrogarsi sul loro significato.

 

Il tema, però, divide anche chi vive da vicino la realtà napoletana. Nino D’Angelo, per esempio,mparlando del modo in cui viene raccontata Napoli, ha invitato a non ridurre le periferie alla sola criminalità. Una posizione che introduce un elemento fondamentale nel dibattito: raccontare un territorio non significa necessariamente rappresentarlo attraverso il suo lato più oscuro. Dall’altra parte c’è chi, ogni giorno, lavora proprio per sottrarre i ragazzi alla strada.