Castellammare | Omicidio Covito, prosciolto il boss del clan Cesarano
CAMORRA
11 luglio 2026
CAMORRA

Castellammare | Omicidio Covito, prosciolto il boss del clan Cesarano

Luigi Di Martino, alias 'o profeta, era considerato l'esecutore materiale del delitto commesso nel 2000.
Michele De Feo

Prosciolto una seconda volta. Si chiude ancora con una pronuncia favorevole al boss del clan Cesarano Luigi Di Martino, alias ‘o Profeta, il nuovo procedimento per l’omicidio di Tommaso Covito, il 27enne ucciso in un agguato di camorra il 12 novembre del 2000 a Santa Maria la Carità. Il gup del Tribunale di Napoli, al termine del processo che si è celebrato con il rito abbreviato, ha accolto le eccezioni sollevate dalla difesa (avvocati Dario Vannetiello e Marcello Severino)  e ha pronunciato una nuova sentenza di non luogo a procedere per il boss della cosca di Ponte Persica, nonostante la Direzione distrettuale antimafia avesse chiesto una condanna a trent’anni di reclusione ritenendolo l’esecutore materiale del delitto. Il presunto complice del boss, Gennaro D’Antuono, è attualmente a piede libero.

Castellammare | Omicidio Covito, prosciolto il boss del clan Cesarano

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Prosciolto una seconda volta. Si chiude ancora con una pronuncia favorevole al boss del clan Cesarano Luigi Di Martino, alias…

Il figlio del ras Carmine D’Antuono (ucciso nel 2009 a Gragnano) fu arrestato due anni fa ma ottenne dal Riesame la scarcerazione. Attualmente è a processo con il procedimento che si sta tenendo di fronte alla Corte D’Assise. Nel corso dell’ultima udienza il pm della Dda Francesco De Falco, ha depositato un nuovo verbale del collaboratore di giustizia Aniello Mirante.Luigi Di Martino in ogni caso rimane recluso in carcere al regime del 41 bis dove sta scontando altre condanne per la sua appartenenza al clan Cesarano.

Il delitto

Tommaso Covito, alias ‘o zione, è alla guida della sua auto. Sta percorrendo via Petraro a Santa Maria la Carità quando viene avvicinato da due sicari in sella a una motocicletta che esplodono tre colpi di pistola, centrando alla testa e al torace Covito, senza dargli scampo. Secondo le indagini della Dda  sarebbero stati proprio Di Martino e D’Antuono a mettere a segno l’omicidio di Covito, nell’ambito di uno scontro tra il clan Cesarano e un nuovo gruppo scissionista che in quel periodo si stava formando tra i quartieri Moscarella e Cmi, ed era composto prevalentemente da persone che a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e Novanta avevano militato tra le file del clan di Mario Umberto Imparato e poi erano transitati per la cosca di Ponte Persica.

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Il processo

È il secondo stop incassato dalla Procura antimafia nella stessa vicenda. Già nel settembre dello scorso anno, infatti, Di Martino era stato prosciolto dal gup per una questione esclusivamente procedurale. Una decisione confermata anche dalla Corte di Cassazione, che lo scorso febbraio aveva rigettato il ricorso presentato dalla pubblica accusa. La Dda, però, non si era arresa. I magistrati avevano riaperto il fascicolo, disposto nuove attività investigative e riascoltato i collaboratori di giustizia che già in passato avevano indicato Di Martino come il killer di Tommaso Covito.

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Le nuove dichiarazioni, secondo l’accusa, avevano consentito di superare le criticità processuali che avevano determinato il primo proscioglimento, fino a ottenere un nuovo rinvio a giudizio. Nel corso del processo, la Procura ha ribadito la richiesta di una condanna a trent’anni di carcere, sostenendo che il quadro probatorio fosse rimasto solido. A carico di Di Martino vi erano le dichiarazioni di cinque collaboratori di giustizia, i racconti dei familiari della vittima e ulteriori elementi investigativi raccolti nel corso degli anni.

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La difesa ha invece riproposto una serie di eccezioni processuali, sostenendo che il nuovo procedimento non potesse essere celebrato dopo la precedente sentenza di non luogo a procedere, ormai passata al vaglio della Cassazione. I legali hanno inoltre contestato l’utilizzabilità delle nuove attività investigative svolte dalla Dda dopo il primo proscioglimento. La questione, in sostanza ruota attorno ad una questione procedurale. Prima di chiedere il nuovo rinvio a giudizio l’accusa avrebbe dovuto attendere l’esito del ricorso in Cassazione per la prima sentenza di proscioglimento. In ogni caso la vicenda non è chiusa con la Dda che potrà eventualmente riaprire le indagini o impugnare la sentenza.