Castellammare | Ordini dal 41 bis, crollano le accuse contro il padrino dei Cesarano
LA SENTENZA
29 Maggio 2026
LA SENTENZA

Castellammare | Ordini dal 41 bis, crollano le accuse contro il padrino dei Cesarano

Rigettato l’ordine di arresto della Dda per Gaetano Cesarano. I giudici: «Le prove sono insufficienti per incastrare il padrino»
Michele De Feo

Ordini dal 41 bis, crollano le accuse dell’Antimafia contro il padrino della cosca di Ponte Persica, il pluripregiudicato Gaetano Cesarano. I giudici della decima sezione del tribunale del Riesame di Napoli (presidente Anna Elisa De Tollis, a latere Nicola Marrone e Marco Carbone) hanno rigettato la richiesta di arresto in carcere della Dda per la mancanza dei gravi indizi di colpevolezza a carico del boss recluso da più di due decenni al regime del carcere duro.

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Accolta la tesi dei legali Enrica Visconti e Andrea Imperato, che hanno fatto leva sull’interpretazione di alcune intercettazioni telefoniche. La sentenza di rigetto del ricorso dell’Antimafia potrebbe a questo punto generare un effetto domino in un altro processo che si sta celebrando in Corte d’Appello e che vede tra gli imputati alla sbarra il genero di Gaetano Cesarano, Giovanni Cafiero. L’uomo, incensurato, è stato condannato un anno fa in primo grado a 15 anni di carcere. Attualmente è agli arresti domiciliari fuori regione.

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Per l’accusa sarebbe stato il gancio di Gaetano Cesarano con il mondo esterno. Una tesi a cui la Dda è arrivata attraverso alcune intercettazioni telefoniche tra i fratelli Raffaele e Luigi Belviso (già condannati in via definitiva in un altro filone processuale). Quest’ultimo, da quanto emerso dalla maxi inchiesta Vichinghi bis (che ha fatto luce sugli affari della cosca di Ponte Persica tra il 2020 e il 2023) per dissidi interni all’organizzazione criminale, avrebbe tentato di scalare le posizioni del clan per arrivare alla reggenza sfidando Vincenzo Cesarano, alias ‘o mussone. Per farlo, secondo la Dda, avrebbe dovuto ottenere il «Sì dall’alto» dai padrini e fratelli Gaetano e Ferdinando Cesarano.

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Secondo la Dda l’autorizzazione a Belviso da parte di Gaetano Cesarano sarebbe arrivata tramite un colloquio in carcere tra il padrino e suo genero, Giovanni Cafiero, che poi avrebbe portato «l’ambasciata» all’esterno del carcere al ras. Una tesi, per quel che riguarda la posizione di Gaetano Cesarano, che però non ha trovato accoglimento prima dal giudice per le indagini preliminari e poi, dopo il ricorso dell’Antimafia, da quelli del tribunale del Riesame. I due collegi giudicanti sono concordi sul fatto che manchino i «gravi indizi di colpevolezza».

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Il riferimento è proprio ad alcune intercettazioni telefoniche tra i fratelli Belviso. Il dialogo tra i due, per i giudici,  non sarebbe «chiaro» a stabilire che il «Sì dall’alto» alla scalata di Luigi Belviso sia arrivato da Gaetano Cesarano e di conseguenza che il tramite dell’«ambasciata» sia stato Giovanni Cafiero.

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La Dda ora potrà comunque impugnare la sentenza di rigetto dei giudici del Riesame in Cassazione, mentre la difesa potrebbe a questo punto utilizzare il dispositivo come prova per tentare di smontare le accuse a carico di Giovanni Cafiero nel corso del processo che si sta tenendo in corte d’appello. Una decisione che rischia dunque di avere ripercussioni importanti anche sugli altri filoni dell’inchiesta antimafia e sugli equilibri processuali legati alla presunta catena di comunicazione tra il carcere e il clan operativo sul territorio stabiese.