«Voglio cambiare vita, non voglio più vivere in un ambiente delinquenziale». È da questa frase che inizia il racconto ai…
L'INCHIESTA
19 settembre 2026
L'INCHIESTA
L’omicidio di camorra commesso durante un permesso premio scoperto dopo 36 anni
Un'intercettazione nel 2025 svela l'omicidio Di Buono commesso nel 1989 ad Acerra
«Giovanni ha ucciso… in una licenza». Una frase pronunciata quasi per caso, intercettata nell’ambito di un’altra indagine, riapre dopo 37 anni uno dei cold case della criminalità organizzata dell’area di Acerra. È da quelle poche parole, captate il 18 novembre 2025, che la Polizia di Stato è partita per ricostruire l’omicidio di Pasquale Di Buono, ucciso a colpi di fucile il 10 agosto 1989. Al centro della nuova inchiesta c’è Giovanni Lombardo, 61 anni, che secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia di Napoli – pm Giuseppe Visone – avrebbe organizzato e partecipato all’agguato approfittando di un permesso di sei giorni dal carcere di Campobasso. L’accusa contestata dal gip di Napoli Simona Capasso è quella di omicidio volontario premeditato, aggravato dalle finalità mafiose, commesso in concorso con altri soggetti che al momento non sono stati identificati.
La vittima sarebbe stata eliminata perché aveva manifestato posizioni contrarie al boss acerrano Cuono Crimaldi. Secondo quanto emerso dalle indagini, sarebbe stato proprio Crimaldi a decidere la morte di Di Buono. Una circostanza che, viene riferito dagli investigatori, sarebbe stata successivamente confermata anche da alcuni collaboratori di giustizia.
L’agguato durante la licenza
La sera del 10 agosto 1989 Di Buono viene raggiunto dai killer ad Acerra. Sono circa le 20.20 quando contro di lui vengono esplosi diversi colpi di fucile. L’uomo muore nell’agguato. La particolarità della nuova ricostruzione investigativa riguarda proprio il presunto esecutore materiale. Lombardo quel giorno si trovava fuori dal carcere grazie a una licenza. Doveva rientrare nella struttura penitenziaria di Campobasso e, secondo l’ipotesi della Procura, avrebbe organizzato il raid poco prima di tornare dietro le sbarre. Il suo rientro in carcere risulta registrato alle 21.55, appena un’ora e 35 minuti dopo l’omicidio. Un elemento che per anni non era bastato a collegare Lombardo alla scena del delitto. Poi è arrivata l’intercettazione.
La frase del fratello
Il passaggio decisivo dell’indagine sarebbe contenuto in una conversazione intercettata il 18 novembre 2025. A pronunciare la frase è il fratello di Lombardo, ascoltato nell’ambito di un altro procedimento. L’uomo, che in quel momento si trovava agli arresti domiciliari per un’estorsione aggravata dal metodo mafioso, avrebbe pronunciato quelle parole parlando proprio dell’omicidio: «Giovanni ha ucciso… in una licenza». Da quel momento gli investigatori hanno iniziato a verificare se il racconto fosse compatibile con gli elementi rimasti sul caso irrisolto. La risposta, secondo la ricostruzione della Polizia, sarebbe arrivata anche attraverso una verifica sul terreno.
L’esperimento giudiziale
Lo scorso 9 luglio è stato effettuato un esperimento giudiziale per stabilire se Lombardo, dopo aver commesso l’omicidio, avrebbe avuto concretamente il tempo di raggiungere il carcere di Campobasso entro l’orario di rientro registrato. Gli investigatori hanno ripercorso la distanza tra il luogo dell’agguato e il carcere, verificando i tempi necessari a percorrerla con un’andatura regolare.
Il risultato avrebbe fornito un elemento ritenuto compatibile con la ricostruzione accusatoria: un’ora e 34 minutisarebbero stati sufficienti a coprire il tragitto. L’omicidio era avvenuto alle 20.20, mentre il rientro di Lombardo in carcere è stato registrato alle 21.55. Un intervallo temporale che, secondo gli inquirenti, rende possibile la presenza dell’uomo sulla scena del delitto e il successivo ritorno in carcere.
Il depistaggio sui clan rivali
Nella ricostruzione della Dda c’è anche un altro elemento. Dopo l’omicidio, Lombardo, che in seguito si trovava detenuto nel carcere di Isernia, avrebbe disposto un’attività di depistaggio per indirizzare i sospetti verso persone riconducibili al clan Nuzzo. L’obiettivo sarebbe stato quello di allontanare l’attenzione dai veri mandanti e dagli esecutori dell’agguato contro quello che, secondo l’accusa, era considerato un affiliato dello stesso gruppo criminale.
A distanza di quasi quattro decenni, dunque, l’indagine prova a ricostruire una vicenda rimasta senza un responsabile giudiziariamente individuato per anni. La frase ascoltata in un’intercettazione, la vecchia licenza dal carcere e la verifica sui tempi di percorrenza sono diventati i tasselli attraverso i quali gli investigatori hanno riletto quella sera del 10 agosto 1989.
Per Lombardo l’accusa è ora quella di aver partecipato all’omicidio di Pasquale Di Buono con la premeditazione e con l’aggravante della finalità mafiosa. Si tratta di un’ipotesi accusatoria che dovrà essere verificata nel corso del procedimento, insieme al ruolo degli eventuali complici ancora da identificare.

