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Incroci sfocati, contratti a metà e porte dei musei spalancate a forza di straordinari. È l’amara realtà in cui si trovano 321 lavoratori della Cultura nei territori del Mezzogiorno — tra Campania, Calabria, Puglia e Sicilia —, vincitori di un concorso pubblico nazionale eppure rimasti impigliati in un corto circuito burocratico che ne blocca la stabilizzazione.
Il bando sospeso
La vicenda riguarda funzionari e assistenti reclutati tramite il bando da 1.956 posti a tempo determinato e parziale (18 ore settimanali) pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’8 aprile 2022. Nonostante il superamento di una selezione rigorosa e i successivi rinnovi che porteranno il loro servizio a toccare il tetto dei 36 mesi complessivi a novembre 2026, questi professionisti rischiano ora di trovarsi senza un futuro lavorativo nel Ministero della Cultura.
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Il cortocircuito: risorse investite
Tra i punti più critici denunciati dai lavoratori emerge prima di tutto la gestione del denaro pubblico. Lo Stato ha investito risorse ingenti per selezionare, inserire e formare queste 321 figure professionali, impiegate per tre anni in un regime di part-time che spesso è esistito soltanto sulla carta. Mandare a casa queste competenze significa vanificare un percorso di qualificazione durato anni, mutilando la continuità di progetti strategici per la tutela e la valorizzazione del patrimonio artistico e archeologico proprio nella loro fase più delicata.
I servizi a rischio
Sul campo, la presenza di questi lavoratori si è rivelata indispensabile per evitare la paralisi di soprintendenze, musei e parchi archeologici perennemente sotto organico. Pur sotto contratto per sole 18 ore a settimana, la maggior parte del personale si è trovata a gestire responsabilità ad alto impatto operativo, ricorrendo continuamente a proroghe e ad autorizzazioni per ore aggiuntive pur di garantire le aperture al pubblico, i servizi di accoglienza, di vigilanza e le attività straordinarie, specialmente durante i picchi dei flussi turistici estivi. Senza queste integrazioni, come già accaduto prima delle proroghe inserite nel decreto PNRR dello scorso aprile, diverse strutture avrebbero rischiato la chiusura o una drastica riduzione degli orari di visita.
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La disparità con la Giustizia e l’impasse parlamentare
A pesare sul clima di protesta è anche il confronto con altri settori della Pubblica Amministrazione. A parità di tipologia concorsuale e di quadro normativo di origine (l’articolo 50-ter del D.L. 73/2021), i colleghi reclutati con procedure analoghe dal Ministero della Giustizia hanno ottenuto la stabilizzazione a tempo indeterminato, persino prima di raggiungere la soglia dei 36 mesi di servizio. Un trattamento differenziato che, secondo i dipendenti della Cultura, crea un’ingiustificabile spaccatura tra lavoratori pubblici di serie A e di serie B.
L’emendamento bocciato
Le speranze di una soluzione a breve termine hanno subito una battuta d’arresto con la bocciatura in Commissione dell’emendamento per la stabilizzazione presentato all’interno del Decreto PA, un provvedimento che avrebbe potuto equiparare la loro posizione a quella del comparto Giustizia. “Non siamo precari in cerca di una sanatoria, abbiamo vinto un concorso pubblico”, spiegano i lavoratori.
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La richiesta di stabilizzazione
“Chiediamo che il Governo superi i formalismi dei regolamenti parlamentari e inserisca la nostra stabilizzazione nel primo decreto utile, sanando una discriminazione evidente.” Di fronte allo stallo delle trattative, i 321 funzionari e assistenti hanno proclamato lo stato di mobilitazione permanente, preannunciando iniziative di protesta e azioni formali per chiedere all’esecutivo un intervento normativo risolutivo prima della scadenza dei contratti.