Pio Esposito in visita al Club Napoli Varano. Foto coi bambini della scuola calcio
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Prima della Nazionale, prima della Serie A e prima dei grandi stadi, c’erano i pomeriggi passati a giocare fino a sera. Pio, Sebastiano e Salvatore Esposito erano ancora bambini, ma per chi li vedeva ogni giorno qualcosa era già evidente. A raccontare quegli anni è Ciro Amore, presidente del Club Napoli Castellammare di Stabia, una delle realtà nelle quali i tre fratelli sono cresciuti calcisticamente. Presidente, lei li ha praticamente visti crescere. Che bambini erano Pio, Sebastiano e Salvatore?
«Li ho visti davvero da piccolissimi. Pio aveva circa cinque anni, Sebastiano dieci e Salvatore dodici. Crescevano a pane e pallone. Venivano qui alle tre del pomeriggio e spesso andavano via di notte. Erano diversi dagli altri ragazzini, si vedeva. Anche Pio, pur essendo molto più piccolo, seguiva sempre i fratelli. A volte si metteva pure in porta. Per un periodo volevano farlo diventare portiere e invece poi è diventato attaccante. Nel calcio succedono queste cose: penso, per esempio, a Mirante, che da bambino voleva fare l’attaccante e poi è diventato portiere».
Si capiva già allora che avessero qualcosa in più rispetto agli altri?
«Sì, assolutamente. Avevano qualcosa di diverso e si notava. Erano molto competitivi, quasi accaniti quando giocavano. Già da bambini avevano un obiettivo molto forte: volevano diventare calciatori. Noi abbiamo fatto tutto quello che potevamo per aiutarli. Sebastiano e Salvatore, per esempio, giocavano nella stessa categoria insieme anche a Donnarumma. Spesso venivano impiegati con ragazzi più grandi perché erano più forti rispetto ai coetanei».
È vero quindi che Pio all’inizio giocava spesso in porta?
«Sì, ma soprattutto perché era il più piccolo. Quando giocava con i fratelli erano loro a metterlo in porta. Era quasi una scelta obbligata del gruppo. Poi sappiamo tutti com’è andata: da lì è diventato un attaccante».
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Tra i tre, chi le sembrava avere più talento naturale?
«Per me il più talentuoso è sempre stato Sebastiano. Lo dicevo allora e lo penso ancora oggi. Anche la partenza verso Brescia nacque principalmente per lui. Seba, secondo me, non è un calciatore normale: è talento puro. E pian piano sta venendo fuori sempre di più. Salvatore ci mette tantissima volontà ed è un grande giocatore. Pio è fortissimo. Ma per come tocca il pallone Sebastiano mi ha sempre fatto innamorare calcisticamente. Ho sempre sostenuto che fosse lui quello con il talento più naturale».
Quanto è stata importante la famiglia nella loro crescita?
«Secondo me tantissimo. Il merito della famiglia è enorme. A un certo punto hanno deciso di lasciare Castellammare e trasferirsi a Brescia per dare ai ragazzi una possibilità. All’inizio la sorella non voleva andare via, poi si è convinta anche lei. Non è facile lasciare la propria città, la propria casa, le proprie abitudini. Loro hanno mollato tutto e sono partiti per i figli. Sono sempre stati vicini ai ragazzi e continuano a esserlo ancora oggi. Il loro supporto è stato fondamentale».
Che ruolo ha avuto il Club Napoli Castellammare in quel passaggio verso il calcio professionistico?
«Noi abbiamo fatto il possibile. Qui abbiamo ospitato il responsabile del Brescia, che venne a vedere questi bambini. Da quell’occasione nacque l’interesse per Sebastiano. La stessa proposta era stata fatta anche per Donnarumma, ma in quel caso il padre preferì non accettare. Per gli Esposito, invece, quella possibilità è diventata una fortuna. Siamo fieri di aver contribuito, nel nostro piccolo, al loro percorso. Da qui hanno spiccato il volo».
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Oggi che effetto le fa vederli in televisione, soprattutto con la maglia della Nazionale?
«È un effetto grandioso. A volte ancora non mi sembra vero. È un’emozione bellissima. Adesso magari ci stiamo anche un po’ abituando a vederli a quei livelli, ma resta sempre una soddisfazione enorme. Questa realtà ha avuto la fortuna di vedere passare grandi calciatori: i fratelli Donnarumma, Mirante e poi i fratelli Esposito. Quando li guardi oggi pensi inevitabilmente a quando erano bambini e passavano intere giornate qui a giocare». Il percorso dei fratelli Esposito parte da lontano, ma soprattutto parte da quei pomeriggi nei quali il pallone rappresentava già qualcosa di molto importante. E forse è proprio questa l’immagine che resta più forte nelle parole di Ciro Amore: tre bambini che arrivavano nel primo pomeriggio e non volevano più andare via. Prima ancora del talento, c’era già la fame di calcio.