L’IA conquista la sfera emotiva: rischio dipendenza
L’intelligenza artificiale si sta configurando sempre più come un interlocutore capace di ascoltare, offrire consigli, interpretare le emozioni e adattare le proprie risposte ai bisogni di chi ha davanti, di conseguenza sta cambiando il modo in cui le persone comunicano, cercano conforto e costruiscono relazioni.
Qual è allora il rischio? Questa è la domanda emersa al congresso nazionale FeDerSerD, in corso a Napoli.
L’Harvard Business Review “terapia e compagnia” richiamata da Paolo Omero, esperto di IA di infoFactory, ha studiato e pubblicato i dati annuali sull’uso dell’IA generativa, rilevando che si confermano per il secondo anno consecutivo al primo posto tra cento casi d’uso dell’intelligenza artificiale.
Tutto ciò è dovuto alla crescente importanza della dimensione emotiva nell’interazione con i chatbot.
“Assistiamo a un passaggio importante: dalla competizione per catturare l’attenzione degli utenti a quella per conquistarne l’intimità” dichiara Omero, e continua “I sistemi di intelligenza artificiale sono ormai capaci di interpretare stati emotivi, adattare il linguaggio e offrire risposte che possono apparire profondamente empatiche. Questo non significa che provino emozioni o stabiliscano relazioni affettive. Ma per chi interagisce con queste tecnologie la sensazione di essere compreso può essere forte”.
Uno studio del 2025 su Communications Psychology mostra che sei modelli linguistici hanno ottenuto in media l’81% di risposte corrette in cinque test standardizzati di intelligenza emotiva, contro il 56% dei campioni umani di riferimento.
Grazie a questi test inquadriamo quindi la capacità di riconoscere stati emotivi e formulare risposte appropriate, che è alla base del coinvolgimento nel dialogo con i chatbot.
Roberta Balestra, presidente nazionale FeDerSerD ha detto che “Le dipendenze non riguardano soltanto le sostanze, ma possono coinvolgere anche comportamenti e modalità di relazione. Non significa che utilizzare un chatbot equivalga a sviluppare una dipendenza, ma dobbiamo interrogarci su cosa accade quando una persona comincia a non poterne fare a meno”.

