Il giorno del silenzio, l’ultimo viaggio di Greta e Nicolò. «Siamo tutti feriti»
IL FUNERALE
20 ottobre 2026
IL FUNERALE

Il giorno del silenzio, l’ultimo viaggio di Greta e Nicolò. «Siamo tutti feriti»

Due bare bianche, una comunità immobile e il vuoto incolmabile di un addio precoce. Piano di Sorrento si ferma per la cerimonia funebre della giovane mamma e del suo bimbo.
Michele De Feo

Un silenzio pesante come il marmo e profondo come il mare d’autunno ha avvolto Piano di Sorrento in un mezzogiorno che la comunità locale difficilmente potrà dimenticare. Le saracinesche dei negozi abbassate, il traffico della statale improvvisamente ammutolito, i passi lenti e felpati sul selciato: la penisola sorrentina si è trasformata nel palcoscenico di un dolore composto ma profondamente lacerante. Centinaia di persone, un flusso umano ininterrotto fatto di giovani, anziani, colleghi e intere famiglie, hanno risposto all’appello del lutto pubblico, stringendosi come una barriera invisibile attorno alla Basilica di San Michele Arcangelo. Al centro della navata, sotto le luci soffuse della chiesa, due bare una accanto all’altra hanno ridefinito la mappa dello smarrimento collettivo: quella di Greta Astarita, l’istruttrice di Pilates di 33 anni, e quella del piccolo Nicolò, il figlio che ha potuto respirare la vita soltanto per trenta brevissimi minuti.

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La commozione in Basilica
L’atmosfera all’interno della Basilica era densa di una sofferenza che ha scelto di rifiutare la spettacolarizzazione per farsi carne e respiro. Gli sguardi bassi si incrociavano solo per un istante prima di affogare nelle lacrime; gli abbracci sul sagrato non erano semplici saluti, ma tentativi di sorreggersi a vicenda di fronte a un vuoto che toglie il fiato. Il compagno di Greta e la figlia di appena 5 anni sono stati idealmente adottati da un’intera cittadinanza, immobile in un dramma che sfugge a qualsiasi spiegazione. Non c’era spazio per la rabbia, non in queste ore di addio, ma solo per la tremenda consapevolezza di una felicità spezzata a un passo dal traguardo, a quel settimo mese di gravidanza che doveva essere l’inizio di una nuova vita e si è trasformato in un calvario iniziato la notte del 9 ottobre.

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L’omelia
Dall’altare, la voce di don Carmine Sorrentino ha provato a scalfire quel muro di ghiaccio e disperazione, accogliendo lo smarrimento generale. «Quello che vediamo davanti a noi non è giusto. Non è quello che stavamo sognando», ha spiegato il parroco, pronunciando ad alta voce il pensiero che tormentava la mente di ognuno. Il sacerdote ha affrontato il tema del dubbio, legittimando lo sconcerto dei fedeli: «Siamo tutti feriti qui accanto alla famiglia, cercando la grazia di continuare a chiamare Dio Padre nostro anche quando ci sono cose che non capiamo. Se c’è qualcuno che perde la fede in questi casi, ci può stare. Il mistero della morte, come quello della vita, non lo conosciamo». Un passaggio coraggioso che ha accorciato le distanze tra l’altare e i banchi della chiesa, dove la commozione ha rotto definitivamente gli argini quando don Carmine ha immaginato Greta nel suo ultimo e tragico istante: «Mi dà un briciolo di senso pensare che quella ragazza bella e sorridente abbia deciso di rimanere accanto al suo bimbo». All’uscita dalla Basilica, il sagrato si è riempito nuovamente di quel silenzio irreale. Il rumore sordo dei passi e il pianto soffocato dei familiari e degli amici più cari hanno scortato i due feretri verso l’ultimo viaggio.