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«Stiamo vivendo una crisi della società che finisce per rafforzare la camorra». Non ha dubbi Nicola Corrado, dirigente nazionale del Partito Democratico, nell’analizzare un fenomeno complesso come quello del reclutamento delle nuove leve da parte della criminalità organizzata.
Corrado, da dove parte la sua analisi?
«Dalla tesi di laurea di Catello Romano, sicario del clan D’Alessandro, dal titolo “Fascinazione criminale”».
Stiamo parlando di un killer che non si è mai pentito.
«Sì, certo. Ma nella sua tesi si assume fino in fondo le sue responsabilità, confessa due omicidi irrisolti e si assume fino in fondo una colpa che intende pagare pienamente».
Perché ritiene che debba essere oggetto di analisi questa tesi?
«Perché prima di diventare un camorrista, Romano era un ragazzo come tanti. Non aveva sangue criminale che scorreva nelle sue vene, non proveniva da zone degradate della città, aveva vissuto la separazione dei suoi genitori, ma si tratta di una storia comune a molti giovani».
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Poi, però, ha scelto di essere un camorrista.
«La sua “fascinazione” criminale parte dal rapporto con i mass media, i film, i social. Nel momento in cui vede il film “Il camorrista”, quella fascinazione diventa fatale».
Può bastare un film per spingere una persona a far parte di un clan?
«Il problema è che quel film diventa un punto di riferimento culturale acquisito, perché s’innesca un processo di mitizzazione di quella organizzazione criminale volta a delinquere. E quando incontra veramente la camorra non ha gli strumenti culturali per evitare di entrare in quel vortice».
La camorra, secondo quanto racconta il killer, la incontra in bar dietro la scuola Stabia, nel centro cittadino.
«Questa cosa e in generale la sua storia mi scuote, nell’animo e nella mente. Perché spinge a riflettere sulla necessità di leggere meglio e in maniera più profonda il fenomeno criminale».
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A cosa si riferisce?
«Al fatto che la società cambia in maniera sempre più veloce e cambia anche la camorra, che è sostanzialmente un organismo sociale. E’ un corpo che esiste all’interno della società e concorre pienamente alla formazione del corpo civico dei cittadini. I camorristi sono cittadini. I camorristi votano. Si tratta di una comunità all’interno della comunità, definita da valori, principi, ideali e da una loro religiosità».
Una piovra, di fatto, perché si tratta di una comunità che è unità da violenza e sopraffazione nei confronti dell’altro.
«Però il pericolo vero è che si tratta di una comunità aperta, capace di vedere, riconoscere, accogliere, spesso ciò che la società bene non riesce a fare. La camorra, purtroppo, finisce per rispondere a un bisogno di dignità sociale, di posizione all’interno della città».
Un pericolo che viene da lontano, considerando che ci sono due clan attivi da oltre mezzo secolo a Castellammare.
«La camorra è cresciuta. Quando ero più giovane, c’erano gruppi che scendevano da Scanzano e picchiavano i ragazzi che si radunavano davanti al Liceo Plinio Seniore. Ma si trattava di un nucleo isolato. Oggi assistiamo a un fenomeno di massa di reclutamento di pezzi delle nuove generazioni».
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Quali sono le cause a suo avviso?
«C’è un degradamento della società, non più includente ma chiusa. La camorra lo sfrutta proponendo un proprio sistema valoriale, consentendo di appartenere alla cittadinanza in quanto camorristi. E’ quello che è accaduto a Romano».
Quando parla di degradamento della società a cosa si riferisce?
«Ho letto da poco un libro di Massimo Recalcati “Il complesso di Telemaco”. Telemaco è il figlio complessato di Ulisse che aspetta il ritorno del padre e coltiva, come tutti i giovani, il desiderio di ereditare. La testimonianza dei genitori, in tal senso, è fondamentale, e oggi quell’eredità fatta di valori sani viene sempre meno trasmessa».
La famiglia è l’unica responsabile di questo degradamento?
«No, ci mancherebbe altro. C’è una crisi che attraversa le istituzioni, il mondo della scuola, del lavoro. E in questa crisi si annida una criminalità organizzata che è capace di arrivare ai giovani, anche attraverso i nuovi strumenti di comunicazione costruendo una narrazione di eroismo al contrario».
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Si riferisce ai social network?
«Già con “Il camorrista”, come ci conferma Romano, e dopo con Scarface, Gomorra, siamo arrivati ad avere la proposta di un modello culturale costruito sugli anti-eroi che smettono di essere cattivi. Si tratta di opere d’intelletto che hanno una loro valenza, ma le personalità più fragili finiscono per subirne il processo di fascinazione. Così “ci riprendiamo tutto quello che è nostro”, diventa una frase che entra a far parte del modello culturale comune. La camorra, da questo punto di vista, è abile ad intercettare quel linguaggio. Ne vuole sapere una?».
Prego.
«Nei giorni scorsi mi è capitato di vedere su Tiktok un video di una persona che vende magliette dicendo “questo completino è solo per chi commette omicidi” o ancora “questo è per chi spaccia per il sistema” e sotto ci sono migliaia di like».
Sta descrivendo una situazione che sembra irreversibile.
«Non è irreversibile, ma bisogna aggiornare l’analisi del fenomeno criminale. La risposta non può essere solo securitaria, di repressione. Bisogna ripartire dal ruolo della scuola, della famiglia, della chiesa, affinché tutti tornino ad essere veicolo di valori veri, sani. Serve ricostruire un antidoto che ci consenta di far capire che i giovani camorristi non sono eroi e che invece in realtà, per citare De Crescenzo, “fanno una vita di merda”».
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Qual è la speranza?
«Confido nella Generazione Z, che sta prendendo la parola e in Serbia riesce a vincere pure le elezioni. Anche a Castellammare i giovani sono scesi in piazza, ma dobbiamo essere consapevoli che i giovani stabiesi non sono solo quelli che hanno manifestato e che devono essere loro a farsi carico anche degli altri».
E la politica che ruolo deve giocare?
«La politica oggi è parte del problema. La camorra non è più forte rispetto al passato, sono i partiti che sono più deboli. Se la formazione culturale viene subordinata alla capacità di raccogliere voti, si contribuisce solo al rafforzamento della camorra. I partiti devono tornare a produrre valori condivisi e formare la classe dirigente».