Castellammare | Torna libero dopo 20 anni di carcere il boss D'Alessandro
Dopo 20 anni trascorsi dietro le sbarre nei regimi di massima sicurezza delle carceri di mezza Italia il boss Pasquale…
Hanno tutti scontato condanne lunghissime e in alcuni casi al carcere duro perché ritenuti pericolosi e in grado di gestire le redini delle proprie organizzazioni criminali da dietro le sbarre. Oggi sono liberi e per lo Stato riabilitati, e hanno potuto fare ritorno nei propri fortini da dove, secondo le inchieste dell’Antimafia per cui sono stati condannati in via definitiva, hanno directed e organizzato le strategie criminali dei propri clan. A Castellammare di Stabia nelle ultime settimane l’attenzione investigativa è tornata a salire alle stelle dopo la scarcerazione eccellente di Pasquale D’Alessandro, 54 anni, alias «’o nir», tornato in libertà dopo aver scontato una condanna di 19 anni per concorso in omicidio, traffico di droga, estorsione ed usura.
Castellammare | Torna libero dopo 20 anni di carcere il boss D'Alessandro
Dopo 20 anni trascorsi dietro le sbarre nei regimi di massima sicurezza delle carceri di mezza Italia il boss Pasquale…
Figlio del boss Luigi D’Alessandro, fratello del padrino defunto Michele, è considerato un pezzo da 90 della criminalità organizzata stabiese del primo decennio degli anni 2000, epoca in cui la camorra stava vivendo anni di transizione dalla «mafia di strada» a quella completamente infiltrata nell’economia reale. Alla sua uscita dal carcere il 54enne ha trovato una città completamente cambiata e soprattutto infiltrata dalla camorra in ogni ambito della vita sociale. Oggi gli affiliati non hanno più pistole in tasca, ma negozi e ristoranti in centro, gestiscono concessioni demaniali e grossi appalti per colossi internazionali.
Castellammare | Sequestrato il patrimonio di un colletto bianco dei D'Alessandro
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I boss, invece, si servono di un corposo esercito di insospettabili, i «colletti bianchi» dal volto e dal portafoglio apparentemente puliti, capaci di parlare con la politica, la borghesia e di sedersi ai tavoli delle decisioni importanti.
Quello che è rimasto immutato nel tempo sono le zone di maggiore influenza delle organizzazioni criminali stabiesi, i loro fortini. Secondo quelle che sono le relazioni della Dia, la città, dal punto di vista criminale, è sempre suddivisa in due macro aree «gestite» prevalentemente dalle storiche organizzazioni criminali: il clan D’Alessandro, con roccaforte a Scanzano e con ramificazioni tra i rioni del Centro Antico sino al Savorito, e il clan Cesarano, con base operativa nel rione di Ponte Persica. Nel rione Cmi e in quello di Santa Caterina sono attualmente in corso nuove inchieste per ricostruire i nuovi asset criminali.
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Ha pagato il suo debito con la giustizia, non ha nessun processo a carico e da pochi giorni è un…
Il clan Cesarano è forse stata l’organizzazione criminale a Castellammare che più di tutte ha subito la forza repressiva dell’Antimafia. L’ultima maxi retata dell’estate del 2022 ha portato all’arresto di una ventina di affiliati e colonnelli della cosca. Ma l’uscita dal carcere di Nicola Esposito, avvenuta nell’estate del 2025, secondo l’Antimafia, ha rimesso tutto in discussione. Il profilo che viene fuori dalle informative di «’o mostro» è quello di un personaggio dal punto di vista criminale estremamente «carismatico», anche per la sua vicinanza al padrino e fondatore della cosca Ferdinando Cesarano, di cui è considerato un vero e proprio emissario. Attualmente Nicola Esposito è gravato dalla sola libertà vigilata dopo gli 11 anni passati al regime del carcere duro, dove ha scontato una condanna per associazione a delinquere di stampo camorristico.
Castellammare | Il boss dei Cesarano “punito" con l'esilio: «E' ancora pericoloso»
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Pasquale D’Alessandro, «’o nir», alla sua uscita dal carcere ha ritrovato nel suo fortino il padre Luigi, alias «gigginiello», libero ormai da qualche anno. Fratello del padrino defunto Michele D’Alessandro, per la Dda è a capo del ramo delle palazzine della famiglia e parallelo a quello della discendenza del germano. Secondo l’Antimafia, dopo gli arresti dei fratelli Pasquale e Vincenzo D’Alessandro (figli di don Michele), avvenuti tra il maggio del 2024 e il novembre 2025, il clan di Scanzano starebbe vivendo una fase di riorganizzazione in attesa del ritorno in libertà dei capi apicali.
Castellammare, torna in libertà Antonio Elefante: è un ras di Scanzano
Castellammare. Antonio Elefante, alias mozzarella, 74 anni, è completamente libero. Il braccio destro e consuocero del padrino defunto Michele D’Alessandro…
Per comprendere la caratura criminale di «’o nir», per l’Antimafia basti solo pensare che il suo nome, nonostante sia stato detenuto, ritorna nelle intercettazioni ambientali in cui i sodali dell’organizzazione criminale discutono sulla spartizione dei loro proventi, affermando sempre che una parte debba sempre finire alla famiglia di Pasquale D’Alessandro. È tornato completamente libero l’anno scorso anche Antonio Elefante, alias «mozzarella», consuocero del padrino defunto Michele D’Alessandro e considerato braccio destro dei figli, Vincenzo e Luigi. L’uomo ha scontato una condanna a 20 anni di carcere per associazione camorristica e droga.
L'Antimafia esilia il boss di Castellammare, Raffaele Di Somma in una casa-lavoro in Calabria
Il boss Raffaele Di Somma esiliato in una casa-lavoro in Calabria. Riparte da questa decisione la lotta dell’Antimafia nei confronti…
Nell’estate del 2024 è tornato completamente libero, dopo due anni in casa di lavoro, Raffaele Di Somma, alias «’o ninnill», killer al servizio del clan D’Alessandro negli anni ‘90 e considerato il boss indiscusso del rione di Santa Caterina, quartiere nel cuore del centro antico dove attualmente, secondo gli investigatori, sarebbe attivo un gruppo criminale autonomo dedito allo spaccio di sostanze stupefacenti, alle estorsioni e che avrebbe messo nel mirino anche alcuni appalti pubblici. Nell’ultima inchiesta dell’Antimafia sono emerse anche frizioni tra i Di Somma e il clan D’Alessandro, che durerebbero ormai da diversi anni.
Nei prossimi mesi tornerà in libertà Luigi D’Alessandro, alias «luigino», secondo figlio di don Michele. L’uomo, che per la Dda avrebbe ordinato diversi omicidi commessi durante la faida contro gli Omobono-Scarpa, sta terminando di scontare una pena per associazione camorristica al 41-bis. In cella restano i due fratelli: Vincenzo e Pasquale hanno incassato pene, per le ultime inchieste, fino a 15 anni di carcere. Il primo, recluso al 41-bis, è a processo per essere il mandante di 4 omicidi e rischia l’ergastolo.
C’è un cortocircuito costituzionale e di Stato che in queste ore agita gli ambienti dell’Antimafia, quel paradosso si riassume in una data e in una pronuncia giurisprudenziale: 8 gennaio 2013, la storica sentenza Torreggiani. La decisione con cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha condannato l’Italia per trattamenti inumani e degradanti a causa del cronico sovraffollamento carcerario — costringendo il legislatore a introdurre rimedi compensativi come la liberazione anticipata e scomputi di pena per lo spazio vitale negato nelle celle — è nata per tutelare i diritti umani basilari. Eppure, applicata al rigido sistema di esecuzione penale, finisce per trasformarsi nell’alleato più inaspettato delle figure apicali della criminalità organizzata.
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L’ultimo caso simbolo si è consumato a Castellammare di Stabia con il ritorno in libertà di Pasquale D’Alessandro, alias ‘o nir, 54 anni, pezzo da novanta dell’omonimo clan di Scanzano. Dopo aver scontato una condanna a 19 anni per concorso in omicidio, estorsione, usura e traffico di droga, il boss è tornato completamente libero. A stringere ulteriormente i tempi della sua detenzione ha contribuito proprio il meccanismo derivato dalla «Torreggiani»: sconti di pena maturati mese dopo mese in virtù di condizioni di ristretto ritenute non conformi agli standard europei.
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«La concreta operatività di un’associazione criminale di stampo camorristico nell’ambito territoriale di un Comune configura un eclatante danno all’immagine del…
Un beneficio previsto dalla legge per compensare le sofferenze pattite dietro le sbarre, ma che all’esterno si traduce in mesi (se non anni) di carcere condonati a soggetti di altissima pericolosità sociale. Il paradosso politico e investigativo è evidente. Lo Stato, per sanare le proprie carenze strutturali nella gestione degli istituti di pena, si trova a restituire con anticipo al territorio capiclan e colonnelli delle cosche che, secondo le informative della Dda, non hanno mai reciso i legami con le proprie organizzazioni.
Se per la CEDU la dignità del detenuto è un principio inderogabile a prescindere dal reato commesso, per i territori ad alta densità criminale il calcolo contabile della giustizia si trasforma in un elemento di profonda destabilizzazione degli assetti di sicurezza locale. Una contraddizione tutta italiana dove la garanzia dei diritti civili al chiuso delle celle accelera il ritorno del potere criminale all’aperto.