Castellammare | Città ostaggio dei boss: «I D’Alessandro hanno distrutto l’immagine di Stabia»
CAMORRA
20 agosto 2026
CAMORRA

Castellammare | Città ostaggio dei boss: «I D’Alessandro hanno distrutto l’immagine di Stabia»

I D’Alessandro devono risarcire il Comune con 300mila€. Le motivazioni: «Hanno sporcato l’intera comunità»
Michele De Feo

«La concreta operatività di un’associazione criminale di stampo camorristico nell’ambito territoriale di un Comune configura un eclatante danno all’immagine del Comune medesimo». Parte da qui il gup del Tribunale di Napoli Marco Giordano per spiegare perché il clan D’Alessandro dovrà risarcire 300mila euro al Comune di Castellammare di Stabia. La cifra record (solitamente i risarcimenti ammontano a circa 10mila euro) non costituisce soltanto il conto dei reati commessi.

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È il prezzo, stabilito dal giudice, del discredito che la presenza della cosca ha proiettato sull’intera città: una comunità e la sua istituzione rappresentativa finite, loro malgrado, associate alla camorra, alle sue intimidazioni, ai suoi affari e al potere esercitato sul territorio. «Il clan D’Alessandro ha distrutto l’immagine della città». È questo il passaggio più duro delle motivazioni della sentenza scaturita dall’inchiesta Domino III -l’indagine dei carabinieri del Nucleo investigativo di Torre Annunziata che ha ricostruito gli affari della holding del crimine con roccaforte al rione di Scanzano tra il 2020 e il 2022 e attiva nell’area stabiese da praticamente mezzo secolo- e che ha portato alla condanna a oltre 80 anni di carcere complessivi del boss Vincenzo D’Alessandro e i suoi fedelissimi.

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Al processo il Comune di Castellammare, rappresentato dall’avvocato Giovanni Tramontano, era costituito parte civile. Nelle motivazioni della sentenza è ricostruito un sistema fatto di estorsioni, minacce, controllo delle attività commerciali, interessi economici e tentativi di mettere le mani sugli appalti pubblici. E, soprattutto, di rapporti capaci di arrivare fin dentro gli uffici comunali. Proprio i retroscena dell’inchiesta hanno in parte portato allo scioglimento del Comune di Castellammare dio Stabia per infiltrazioni della camorra. Condizione che ha condannato la città alla sospensione della democrazia per almeno 18 mesi.

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La presenza del clan D’Alessandro, scrive Giordano, «configura un eclatante danno all’immagine del Comune medesimo, riferito al fatto che la comunità locale e la sua rappresentanza istituzionale sono inestricabilmente associate, nell’immagine e nel dibattito pubblico, alla presenza di organizzazioni camorristiche e al pericolo derivante dai reati da loro commessi e potenziali, con tutto quanto intuibilmente ne discende in termini di discredito sociale, per la collettività e per l’ente, e di deteriori conseguenze per i flussi turistici, gli investimenti economici».

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Insomma, secondo il giudice, la presenza della camorra ha frenato lo sviluppo della città condannandola all’immobilismo. Durante la sua requisitoria, il pm dell’Antimafia Giuseppe Cimmarotta (oggi procuratore aggiunto al tribunale di Nola) aveva aperto la discussione denunciando il «pesante clima di infiltrazione criminale» nel Comune di Castellammare e definendolo, insieme all’ospedale San Leonardo, «alla mercé del clan D’Alessandro».

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Da quanto emerso, infatti, il boss Vincenzo D’Alessandro, terzogenito del padrino defunto Michele, riusciva a controllare il funzionamento dell’impianto di videosorveglianza comunale. Ma non solo. Perchè il clan riusciva, secondo l’Antimafia ad avere canali diretti d’ingresso fin dentro gli uffici comunali attraverso professionisti insospettabili. Un vero e proprio controllo dell’economia e degli affari pubblici violento e allo stesso tempo silenzioso. Una situazione a cui si è arrivati solo dopo grazie a cinquanta anni di potere criminale incontrastato in città e che continua a tramandarsi di padre in figlio.

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Nelle motivazioni della sentenza il gup Giordano ha anche ricostruito la dinastia D’Alessandro partendo dalla fondazione dell’organizzazione criminale con l’ascesca del padrino defunto Michele D’Alessandro. Un clan capace di resistere ad arresti pesanti e a faide sanguinose. Da Michele D’Alessandro il potere è poi passato ai figli: Pasquale (arrestato lo scorso novembre), Luigi (in cella dai primi anni 2000) e Vincenzo, arrestato nel maggio del 2024 con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Gino Tommasino e attualemnte recluso al 41 bis.