Morto in scooter a 16 anni, l’addio ad Emanuele: «Tragedia inspiegabile»
CASTELLAMMARE
31 ottobre 2026
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Morto in scooter a 16 anni, l’addio ad Emanuele: «Tragedia inspiegabile»

Oltre cinquecento persone in lacrime per l'ultimo saluto a Emanuele Cannavale. Il dolore dei compagni e la lettera della madre: «Dacci la forza di andare avanti»
Michele De Feo

Un silenzio glaciale, pesante come il piombo, ti ferisce non appena varchi la soglia della chiesa di Sant’Erasmo a Gragnano. L’aria è densa, quasi irrespirabile, carica del profumo dei fiori e dell’odore acre delle lacrime trattenute a stento. Ogni passo lungo la navata rimbomba nel vuoto dell’anima. Più di cinquecento persone stipano ogni angolo, ma l’attenzione di tutti, calamitata da una sofferenza viscerale, converge lì al centro: su quel feretro bianco sommerso di rose. È il corpo di Emanuele Cannavale, appena sedici anni, strappato all’affetto dei suoi cari una maledetta mattina di martedì lungo viale delle Puglie, mentre in sella al suo scooter andava incontro al futuro. Ci si fa largo a fatica tra i banchi.

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Un silenzio spesso, atroce, che si spezza solo per lasciare passare il suono sordo dei singhiozzi. Nel cortile dell’istituto alberghiero…

Castellammare e Gragnano si sono fermate, unite nel lutto cittadino per stringersi attorno a una famiglia annientata. In prima fila la disperazione ha il volto giovane dei ragazzi della III f dell’istituto alberghiero Raffaele Viviani. Si tengono per mano, spalla contro spalla, avvolti in una coperta di dolorosa solitudine. Hanno le magliette bianche con il volto sorridente di Emanuele mentre indossava il suo grembiule da chef  e stringono al petto quei palloncini che tra poco si alzeranno in cielo. Davanti a loro, uno striscione grida tutta l’ingiustizia di questo addio.

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Castellammare di Stabia proclama il lutto cittadino per la scomparsa di Emanuele Cannavale, il ragazzo di appena 16 anni morto…

Accanto ai banchi della famiglia, composti nel loro composto sgomento, ci sono anche i volti delle istituzioni, il sindaco di Gragnano Nello D’Auria e il prefetto Dario Caputo.  Dall’altare, don Gaetano Staiano guarda la marea di sguardi persi. La sua voce trema per un secondo, poi squarcia il muro di angoscia che avvolge l’altare. «Di fronte alle tragedie che non hanno alcun senso umano e che spezzano il cuore, le parole sembrano fumo».

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Il grembiule da cucina rimarrà appeso, intonso, sul suo gancio. Sopra i fornelli dell’istituto alberghiero «Raffaele Viviani», dove ogni mattina…

Un brivido corre lungo le navate. Il sacerdote dà voce all’immensa rabbia che cova nel petto di ciascuno, a quella domanda senza risposta che tutti si stanno facendo da giorni: «Proviamo soltanto per un attimo a fare un piccolo spazio nel nostro cuore, in questo groviglio di sentimenti, e proviamo a sentire che cosa Dio vuole dirci. Forse quello che oggi a noi fa più male, la cosa che brucia di più, è pensare a un posto vuoto. C’è un posto vuoto a casa, c’è un posto vuoto a tavola, c’è un posto vuoto in cameretta, c’è un posto vuoto a scuola, c’è un banco vuoto.

 

È il posto di Emanuele. Dove lo puoi trovare un ragazzo di 16 anni se non tra i banchi di scuola ad annoiarsi e a sognare il futuro? Dove lo vuoi trovare se non in camera, sul letto o sul divano con il cellulare in mano a scrollare? Dove lo vuoi trovare se non sul motorino a scorrazzare per le strade con una leggerezza che non è un azzardo, ma è un diritto? A 16 anni si ha il diritto di essere leggeri».

 

Mentre don Gaetano pronuncia queste parole, gli sguardi dei compagni di classe crollano verso il pavimento. Qualcuno si copre il volto con le mani, le spalle scosse dai singhiozzi. Il sacerdote fa una pausa, sospira profondo, soffermandosi sulla tragedia di chi resta: «E allora noi in questo momento piangiamo, siamo addolorati e il nostro cuore è pieno di rabbia per questo posto vuoto. Perché tu immagini che tuo figlio, tuo fratello, tuo nipote, il tuo amico sia sempre lì, in quel posto, e poi a un certo punto non lo trovi più, ha cambiato posto.

 

E il luogo dove era normale trovarlo adesso è vuoto» Il silenzio in chiesa si caric d’emozione quando il parroco evoca la bellezza della vita semplice di Emanuele, tratteggiando l’ultimo nitido ricordo di una quotidianità spazzata via in un attimo: «Oggi Emanuele ha cambiato posto. E tuttavia c’è una cosa di lui che rimane e non cambia: rimane l’amore, rimane la tenerezza, rimane la cura. Io ho questo ricordo quotidiano, semplicissimo e bellissimo: Emanuele il pomeriggio prima dell’incidente era in parrocchia ad accompagnare la sorellina Annalisa a catechismo insieme alla mamma. Una cosa di tutti i giorni, uno di quei dettagli che rischiano di perdersi e che invece resteranno per sempre nel mio cuore. In quella semplicità si legge la tenerezza, la cura e l’amore per la sua famiglia. Questo è ciò che rimane, ciò che possiamo raccontare al cuore, testimoniare e custodire».

 

La celebrazione volge al termine, ma l’aria in chiesa si fa d’improvviso ancora più pesante, rovente d’amore e di straziante sofferenza. Ci si avvicina al momento del comiato definitivo. Dal microfono risuonano le parole d’addio scritte dalla mamma di Emanuele, una preghiera d’amore e disperazione pura che spezza l’ultimo argine al pianto: «Amore mio, eri un ragazzo costante, non mollavi mai.

 

Quando c’era da fare una cosa, la facevi. Se qualcuno aveva bisogno, tu c’eri sempre, disponibile per tutti. Avevi solo 16 anni quando sono nate le prime difficoltà, ma non per te che stavi combattendo: eri bellissimo, forte e coraggioso, e pensavi sempre agli altri prima che a te stesso. In questi giorni a casa nessuno ha più cucinato, nessuno si è più seduto a tavola, la tavola è vuota perché manchi tu.

 

Tuo padre accanto a me è distrutto, tu eri il suo orgoglio. Non ti mostravi tanto, ma amavi immensamente tua sorella e la tua famiglia, e niente ci separerà mai da te». In quel momento, tra i banchi, la madre scossa dalle tremende ferite del lutto viene cinta dall’abbraccio strettissimo del marito, piangente e immobile.

 

La voce prosegue nel silenzio assoluto della navata: «Ora ti chiediamo solo una cosa: da lassù, dove sei, dacci la forza di andare avanti. Perché da soli non ce la facciamo, siamo a pezzi. Dacci la tua forza, quella costante, quella che non mollava mai. Insegnaci tu come si fa a continuare a vivere senza di te. Dacci la forza di alzarci domani mattina e di tenere unita questa famiglia come hai fatto tu. Grazie per questi 16 anni meravigliosi. Grazie per avermi scelto come mamma. Saremo per sempre la tua presenza. Ti amiamo, mamma».

 

Un boato di pianto e applausi esplode e rimbalza contro le navate in pietra. Il feretro bianco si solleva a spalla tra le lacrime. Uscendo sul sagrato, la luce del sole abboccatasi tra le nuvole trafigge la folla: una pioggia di palloncini bianchi si solleva verso il cielo mentre un grido corale si alza verso quell’angolo di Paradiso dove Emanuele, adesso, ha preso il suo nuovo, eterno posto.