Droni e appostamenti anche a Natale: così lo Stato ha incastrato il boss latitante di Gragnano

Ciro Formisano,  

Droni e appostamenti anche a Natale: così lo Stato ha incastrato il boss latitante di Gragnano

«Di Martino fermati. E’ finita». E’ notte fonda a Iuvani, quando sotto la pioggia battente i poliziotti accerchiano quell’uomo di mezz’età che corre tra alberi e cespugli. Sotto quella maschera di rabbia nascosta dal cappuccio di una tuta nera c’è il volto dell’ultimo fantasma della camorra. C’è la faccia di Antonio Di Martino, il padrino inafferrabile, il narcotrafficante dei Lattari, il boss latitante di Gragnano sparito nel nulla all’alba del 5 dicembre 2018. Una fuga durata oltre 700 giorni. Due anni di ricerche, tentativi, appostamenti. Un’estenuante caccia all’uomo conclusasi ieri notte, sotto la pioggia torrenziale nel cuore del fortino del clan. Per arrestare uno dei latitanti più pericolosi d’Italia ci sono voluti 100 poliziotti e tre droni tra cui un dispositivo militare del Gruppo esplorazione aeromarittima della Guardia di Finanza. Gli agenti del commissariato di Castellammare (guidati dal primo dirigente Pietropaolo Auriemma) e gli uomini della Squadra Mobile di Napoli erano sulle sue tracce da tempo. Ma la svolta è arrivata nei giorni scorsi, quando le forze dell’ordine hanno capito che Di Martino sarebbe tornato a casa, nella stessa abitazione dalla quale era sparito due anni fa, sfuggendo ad un mandato d’arresto per estorsione. I poliziotti si sono appostati giorno e notte davanti all’abitazione del padrino, anche la sera di Natale. Nascosti ai piedi di quel dedalo di stradine arroccate ai piedi della montagna. Una roccaforte inespugnabile con tanto di cunicoli che danno accesso al bosco e cani da guardia. Proprio la morfologia del territorio ha reso la cattura del boss un’operazione molto complicata, come ripetuto dal procuratore di Napoli, Giovanni Melillo e dal Capo della Squadra Mobile, Alfredo Fabbrocini. E anche la scorsa notte, come quel giorno di due anni fa, Di Martino ha provato a scappare. Si è reso conto di essere braccato e così si è fiondato all’interno dell’ampio fondo agricolo situato a ridosso della sua casa. Ma stavolta, a seguirlo, c’erano gli agenti dei Nocs, Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza, il gruppo speciale della polizia addestrato per la cattura di terroristi e latitanti. E soprattutto i droni con termocamere che hanno individuato la presenza del latitante nel buio pesto delle montagne rilevandone il calore corporeo. Un’operazione in grande stile per catturare uno dei boss più pericolosi e potenti della criminalità organizzata campana. «Un soggetto che aveva assunto una posizione di speciale rilievo nel contesto camorristico dell’area stabiese, clan che ha una spiccata vocazione a pratiche estorsive», il ritratto dipinto dalle parole del procuratore Giovanni Melillo. Sul capo del padrino pende un’ordinanza di custodia cautelare in carcere proprio per il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Accusa contestata nell’ambito dell’inchiesta “Olimpo”. Atti che gli sono stati notificati ieri, alla presenza del suo legale, l’avvocato Antonio de Martino, nel carcere di Poggioreale.  Da ieri, il fantasma della camorra non è più un’ombra nera che si aggira nel silenzio. Ma un uomo in carne ed ossa. Una maschera di rabbia nascosta sotto un cappuccio nero. Un criminale che si è dovuto arrendere allo Stato. «Di Martino fermati, è finita per davvero», la frase che ancora rimbomba nel silenzio dei boschi dove è cominciata e finita la lunga fuga del boss dei Lattari.

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