Ammazzati a Scanzano dal clan D’Alessandro il 12 agosto 1990 per una vendetta trasversale, il pentito Pasquale Rapicano, 35 anni…
LA STORIA
28 aprile 2026
LA STORIA
ESCLUSIVA M+| Ucciso dal clan nella sua salumeria a Castellammare, la nipote: «Vittima innocente dimenticata dallo Stato»
Michele Somma fu ammazzato nel 1990: i killer mai presi.
La nipote: «Non aveva nulla a che fare con la camorra»
«Mi hanno privato dell’amore di mio nonno». Annalisa Starace ha gli occhi lucidi mentre stringe tra le mani la pagina di un giornale. «Camorra, una strage infinita», è il titolo di apertura; la foto ritrae una salumeria del rione Cicerone di Castellammare di Stabia e due uomini che portano in spalla una bara. Dentro c’era la salma di Michele Somma, 59 anni, finito pochi minuti prima sotto una scarica di proiettili la mattina del 18 agosto 1990. E da quel giorno sono passati quasi 36 anni durante i quali la famiglia dell’imprenditore aspetta dallo Stato la verità su chi quella mattina abbia premuto il grilletto e ammazzato un uomo che, da quel poco che è emerso dalle indagini, non ha mai avuto nulla a che fare con la camorra.
Pochi elementi che non bastano ad ottenere il riconoscimento dallo Stato come vittima innocente della mafia. Attualmente l’inchiesta sul delitto è archiviata e nessun collaboratore di giustizia avrebbe mai parlato dell’omicidio. Annalisa, 37 anni, è un’imprenditrice e da qualche anno assessora al Comune di Pimonte. Ieri ha deciso di sfogarsi e di dar voce al suo dolore.
«Nessuno mi ha mai saputo dare risposte e nemmeno ipotesi su chi lo abbia ucciso», racconta. Aveva solo un anno quando hanno ammazzato suo nonno eppure nel suo portafoglio Annalisa custodisce con orgoglio un suo fotino. Capelli brizzolati, occhi castani, sguardo sereno. Lo stesso che aveva ogni mattina quando si alzava dal letto per aprire le sue due salumerie: una situata al rione Cicerone e l’altra nella zona di Quisisana. «Era originario di Pimonte – racconta Annalisa- dopo anni passati a fare il muratore aveva deciso di investire i suoi risparmi per mandare avanti la sua famiglia aprendo le salumerie. Tutti lo ricordano come un uomo di principio, non pagava il pizzo, voleva solo vivere in serenità con la sua famiglia». Una vita spezzata all’improvviso.
Annalisa Starace e Michele Somma
Il delitto
Alle 7:40 del 18 agosto, due killer in sella ad una vespa si recano all’esterno dell’attività commerciale situata in piazzale Mirante. Uno dei due entra nel negozio e senza pietà ammazza Michele Somma per poi darsi alla fuga. Sul posto intervengono gli agenti del commissariato di Castellammare. Gli investigatori non hanno dubbi sulla matrice del delitto: è un agguato di camorra. Così come sono certi sul movente. L’ipotesi è che l’imprenditore sia stato avvicinato da emissari del clan D’Alessandro che stavano cercando Mario Umberto Imparato, il ras nemico della cosca di Scanzano che si era nascosto tra i Monti Lattari, luogo d’origine di Michele Somma. L’imprenditore non diede informazioni (probabilmente perchè non sapeva nulla) agli uomini di don Michele D’Alessandro e per questo fu ucciso.
La faida
In quegli anni nell’area stabiese si sta combattendo una delle faide più cruente della storia della camorra. Siamo nel 1989, e da pochi mesi è ritornato in libertà Michele D’Alessandro, boss spietato e fondatore dell’omonimo clan oggi ancora attivo e tra i più potenti della Campania. Al suo rientro a Scanzano, rione della zona alta della città e suo fortino, scopre che il suo colonnello Mario Umberto Imparato, a cui aveva affidato le sorti dell’organizzazione criminale, aveva intascato all’insaputa degli affiliati diversi miliardi di lire. Per questo e altri dissidi interni al clan scoppia una faida tra le più sanguinose della storia della criminalità organizzata.

Michele D’Alessandro
Imparato si rifugia tra i Monti Lattari e da lì pianifica gli agguati. La situazione precipita completamente il 21 aprile del 1989, il giorno del non ritorno, il giorno della «strage delle Terme». I sicari di Imparato, appostati nella zona collinare che sovrasta via Panoramica, sparano senza pietà contro il commando che scortava il boss Michele D’Alessandro che doveva recarsi per la firma quotidiana presso la compagnia dei carabinieri, essendo sottoposto alla sorveglianza speciale. Tra quella pioggia di proiettili perderanno la vita Pasquale Santarpia, 32 anni, Giovanni Grieco, 21 anni, Giuseppe Sicignano, 31 anni, e Domenico D’Alessandro, 26 anni, fratello di Michele.
Il boss se la caverà con una ferita alla spalla e un’altra alla gamba. Da quel momento scatta la reazione sanguinaria di Scanzano a cui colpo su colpo rispondono gli Imparato. Almeno 100 morti, 300 gli agguati mancati. I sicari delle due organizzazioni criminali sparano anche solo per sospetto, senza nemmeno verificare se la vittima finita nel mirino fosse effettivamente un affiliato della fazione opposta, un “traditore”, o del tutto estraneo a quelle logiche criminali. Basta essere un parente, anche di secondo grado, un amico, di uno dei bersagli designati per gli agguati. La gente non esce più di casa la sera. C’è il pericolo di finire in mezzo ad uno scontro a fuoco.
I killer non hanno pietà. Sparano a donne, ragazzi, innocenti e anche in presenza di bambini. Castellammare, Gragnano, Santa Maria la Carità, Pimonte, Lettere e Casola, si trasformano in una zona di guerra. Nessuno è al sicuro. Chiunque può essere in qualche modo coinvolto. Nel nel marzo del 1992 verrà ammazzato anche un consigliere comunale, Sebastiano Corrado. La settimana dopo in città arriverà papa Giovanni Paolo II che nella sua omelia condannerà fermamente la furia bestiale della camorra. La scia di sangue si placherà solo nel 1993. Nella primavera di quell’anno le forze dell’ordine riescono a stanare sui Lattari Mario Umberto Imparato e il boss resta ucciso in un conflitto a fuoco ingaggiato con gli agenti insieme ad un suo guardaspalle.

Il luogo del delitto di Michele Somma nel rione Cicerone
La battaglia di Annalisa
«Tutti si sono dimenticati di mio nonno, anche tutti i collaboratori di giustizia – dice Annalisa con un sorriso amaro – se fosse stato un boss avrebbe fatto più notizia. E invece è finito nel dimenticatoio. Vive solo nei ricordi dei miei genitori e nelle storie che mi hanno raccontato. E soprattutto nei miei pensieri e di come sarebbe stato meraviglioso crescere con un nonno come lui».

